REUTERS/Khalil Ashawi
REUTERS/Khalil Ashawi

Chi sta vincendo nella guerra interna al terrorismo? Al momento in pole position sembra esserci al Qaeda, l’organizzazione jihadista che vanta filiali in tutto il mondo. Mentre lo Stato Islamico è ridotto ai minimi termini dalle offensive militari e le grandi potenze gareggiano tra di loro a suon di bombe, sono gli eredi di Bin Laden ad avvantaggiarsi della situazione di guerra e anarchia che regnano in Siria, Yemen, Libia. E soprattutto è la strategia ideata in Pakistan quasi trent’anni fa dal miliardario saudita che si sta affermando in tutto il mondo, come dimostrano gli attentati quasi quotidiani che colpiscono le maggiori città d’Occidente.


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L’intervento americano in Siria è l’ultimo episodio di un gioco delle parti in cui gli attori internazionali entrano in scena non per difendere i civili ma per inviare messaggi agli altri attori in campo. Un’azione, dunque, che per ora appare poco costruttiva e che si presta a essere interpretata in molti modi. Secondo il regime di Damasco, naturalmente, i missili sganciati da Trump sarebbero direttamente al servizio degli “amici jihadisti” degli americani, e in particolare dello Stato Islamico. Ma sebbene sia vero che alcuni gruppi terroristici potrebbero trarne vantaggio, i jihadisti in questione non sarebbero quelli del Califfato, bensì gli affiliati di al Qaida.

Si tratta delle ex Brigate al Nusra, che hanno preso il nome di Jabhat Fatah al Sham (Jfs) e disconosciuto l’organizzazione di Bin Laden ma solo per convincere gli altri attori siriani che la loro missione era locale e non globale. In questo modo il gruppo è diventato capofila di un’alleanza anti Damasco (e anti russa) che coagula decine di gruppi armati e che si chiama Hayat Tahrir al-Sham - Hts. È stato proprio il prolungamento della guerra, l’incapacità dimostrata dalle grandi potenze di difendere gli innocenti e un impiego crescente di armi sul loro territorio, che ha permesso a Jfs di affermarsi come unica alternativa possibile al regime di Assad. Chi rappresenta la popolazione sunnita messa nell’angolo dall’elite alawita e dai suoi alleati sciiti? Nessun altro sembra avere qualche potere, come dimostrano i tanti fallimenti degli incontri di pace a Ginevra e Astana, incontri ai quali erano invitati i rappresentanti dell’opposizione “non jihadista”.

E se quella di Trump sarà davvero una “diplomazia del missile”, ovvero un modo per instaurare un nuovo dialogo con la Russia alzando la posta in gioco, i sunniti si sentiranno ancora più traditi e sarà facile per loro cedere alla retorica qaedista secondo la quale gli americani non hanno mai sostenuto la rivoluzione e intervengono solo quando temono che Mosca li sopravanzi.

Ma il vero trionfo di al Qaeda avviene a livello internazionale. Laddove lo Stato Islamico nasce come fenomeno strettamente territoriale, che ha basato la sua forza – politica e evocativa – sulla creazione di un Califfato, l’organizzazione di Bin Laden ha sempre puntato sulla Rete e sul terrorismo tout court. Questo significa organizzarsi in cellule indipendenti, colpire dove e quando il nemico non se lo aspetta e mettere paura al mondo grazie alla propria a-territorialità. Ed è questa logica che sta trionfando oggi, grazie ai lupi solitari che colpiscono nelle capitali europee ma anche grazie a quei gruppi che rivendicano i loro attentati in nome dell’Isis (vedi l’assalto ai copti egiziani nella domenica delle Palme). Di fatto, anche questi ultimi hanno sposato una logica diffusa che è propria delle filiali di al Qaeda. Non è un caso che in tante zone di guerra dove gruppi di jihadisti avevano giurato fedeltà a Isis oggi siano i loro predecessori di al Qaeda  a riguadagnare terreno, soprattutto nel Maghreb e in Yemen. Ed è proprio Aqap (Al qaeda nella Penisola araba) che all’inizio di aprile ha celebrato gli attentati in Europa con un numero speciale della propria rivista (Inspire). Negli articoli si fa riferimento soprattutto ai terroristi che hanno deciso di scagliarsi contro la folla alla guida di un camion, incoraggiando i futuri jihadisti a seguirne l’esempio. «A determinare la forza e il successo di un’operazione sono il luogo e il momento. Insieme, ovviamente, alla determinazione, che è il segno distintivo degli esecutori solitari degli attentati. Il mujahid non tarda a raccogliere i mezzi migliori per attaccare, ma semplicemente trova sufficiente l’arma di cui è in possesso e fa affidamento su altri fattori di successo». E conclude: «L’importante è non affidarsi a una sola forma o a un solo metodo per attaccare, ma aumentare le possibilità di farlo»·

@ceciliatosi

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