Tra lunedì 10 e mercoledì 12 luglio, un iceberg di seimila chilometri quadrati, grande più della Liguria e due volte il Lussemburgo, si è staccato dalla penisola antartica, andando alla deriva nel mare di Weddell.

Una fessura massiccia nel ghiaccio di un iceberg fotografata dagli scienziati sulla missione IceBridge della NASA in Antartide. Courtesy John Sonntag / NASA /via REUTERS
Una fessura massiccia nel ghiaccio di un iceberg fotografata dagli scienziati sulla missione IceBridge della NASA in Antartide. Courtesy John Sonntag / NASA /via REUTERS

L’A68 è il terzo icerberg di grosse dimensioni staccatosi dalla piattaforma di ghiaccio Larsen, nella penisola antartica, negli ultimi venti anni. Il suo distacco, sebbene non comporterà nessuna conseguenza nell’innalzamento del livello dei mari, rimane comunque significativa. Qualche tempo prima di questa notizia, Donald Trump aveva annunciato che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dall’accordo sul clima di Parigi di dicembre 2015 – un accordo firmato da 196 paesi per affrontare il problema del riscaldamento globale. Non c’è ancora nessuna evidenza scientifica che il distaccamento del mega-iceberg sia collegabile al riscaldamento globale antropomorfo, ma diversi giornali e televisioni hanno approfittato dell’opt-out del secondo Paese al mondo per emissione di gas serra per cercare un collegamento tra i due fenomeni. Il problema è che USA o non USA, secondo uno studio dei ricercatori del MIT di Cambridge, gli accordi di Parigi non funzionerebbero, e per il 2100 non riuscirebbero a ridurre l’aumento di temperatura sotto i 3 gradi.


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La decisione di Trump di uscire dal trattato – che non pone nessun vincolo – potrebbe anche apparire scellerata ma rimane legittima. Scellerata perché pone il presidente statunitense nella posizione di negare i cambiamenti climatici in atto e supportati da quasi la totalità della comunità scientifica internazionale, perché rischia di cancellare gli immensi sforzi che altri Paesi sarebbero stati pronti ad affrontare, e perché soprattutto può indurre altri Paesi a seguirne l’esempio. Ma è pure una scelta legittima: il trattato non ha alcun vincolo, e sebbene le motivazioni date da Donald Trump in supporto al suo ritiro dagli accordi del 2015 siano state tutte invalidate dalla realtà dei dati (qui, in un articolo di Business Insider, il fact-checking delle dichiarazioni di Trump anti-trattato), il presidente degli Stati Uniti agisce nella completa legalità e ha il pieno potere di farlo, nonostante il Presidente della Commissione Europea Juncker abbia tentato di sostenere il contrario affermando che “dagli accordi non si torna indietro”.

La realtà dei fatti è che gli accordi di Parigi secondo molti scienziati restano uno specchietto per le allodole, contribuendo ad aiutare il clima mondiale solo in parte. Gli accordi di Parigi non prevedono alcun impegno, e non commineranno alcuna sanzione ai Paesi che dopo la firma non rispetteranno i patti. A partire dal momento in cui il trattato entrerà in funzione – nel 2020 – i 196 Paesi firmatari potranno liberamente continuare a fare quello che vogliono, senza nessun meccanismo di controllo e coercizione. L’obiettivo dichiarato della COP21 è quello di contenere l’aumento di temperatura entro i 2°C. Il ragionamento è semplice e si basa sul concetto di carbon budget: dato l’obiettivo di mantenere l’aumento di temperatura entro i 2 gradi, e visto quanto abbiamo già emesso in passato, possiamo calcolare l’effettiva quantità di CO2 che possiamo ancora consumare, il carbon budget. Dal 1850 ad oggi, l’umanità ha emesso 2100 miliardi di CO2 (in tonnellate) nell’atmosfera. Sulla Terra, restano da bruciare una quantità di risorse fossili estraibili per 3 mila miliardi di tonnellate di CO2.

Ma come fanno notare i ricercatori del MIT in un report del 2015, se vogliamo mantenere controllato l’aumento di temperatura globale entro i 2°C con una probabilità di solo il 66%, l’effettivo carbon budget rimasto è di sole 800 tonnellate di CO2. Anche se quindi tutti gli Stati firmatari si impegnassero a rispettare i limiti di emissioni consigliati dagli accordi di Parigi, il nostro carbon budget si esaurirebbe entro il 2030. Dopodiché dovremo passare a un mondo completamente ad emissioni zero immediatamente, una prospettiva che è irrealizzabile sotto anche la più felice delle previsioni. Oltretutto, si parla di ridurre le emissioni di CO2, ma ci sono altri gas serra che hanno un impatto significativo sul clima. Uno di questi, il protocollo di Kyoto, scaduto nel 2012, si è rivelato utile nel taglio delle emissioni anche di ossido di azoto, metano, idrofluorocarburi. Ma mentre Kyoto era vincolante, gli accordi di Parigi non lo sono, e non aiuteranno a mantenere l’aumento di temperatura globale entro i 2°C rispetto ai livelli pre-industriali. Con o senza la partecipazione degli Stati Uniti, il trattato sul clima è già un fallimento in partenza.

Gli impegni presi dagli stati a Parigi nel dicembre 2015 non sono ambiziosi, anzi, sono gli unici impegni che possono essere seguiti senza andare ad intaccare in maniera significativa il proprio interesse economico. Ad esempio, secondo Christiana Figueres, segretaria esecutiva della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, l’impegno della Cina di Jinping – attualmente il maggior emettitore di gas serra – è puramente basato sull’interesse personale, senza alcun pensiero al clima mondiale. Di fatto, la Cina ha firmato un impegno che si stava già assumendo, dopo che per anni aveva aumentato le emissioni causando oltre un milione di morti per smog. Ci è voluta una video-inchiesta della giornalista cinese Chai Jing sullo smog di Pechino a provocare una tempesta nazionale, e a mettere sotto i riflettori il governo della capitale. La Cina ha iniziato il percorso verso la green economy più per pressioni interne e per questioni economiche e di interesse personale – le risorse rinnovabili ora rendono di più e hanno un appeal maggiore – che per il trattato di Parigi. Che questa scelta abbia poi coinciso con gli obiettivi della COP21, è solo una piacevole coincidenza.

Le promesse di Parigi non hanno quindi aumentato le ambizioni degli Stati: nell’ambito delle negoziazioni internazionali sul clima, il termine ambizione si riferisce alla volontà collettiva dei Paesi di ridurre le emissioni globali dei gas ad effetto serra attraverso politiche interne e comuni. In questi termini, significa fare qualcosa per il clima, soprattutto significa fare qualcosa in più di ciò che si farebbe normalmente ignorando completamente l’allarme del riscaldamento globale. Significa non solo salvaguardare il proprio interesse economico, ma fare quello sforzo in più per salvare il pianeta. Ciò potrebbe ad esempio significare dare finanziamenti e contributi economici di diverso tipo ai paesi più poveri che ancora non possono permettersi la transizione alle energie pulite.

L’opt-out di Trump non sconvolge gli equilibri di un trattato internazionale già debole di suo. Se pure il protocollo di Kyoto, che si è rivelato un successo nel raggiungimento degli obiettivi, subì nel tempo un processo di erosione per mancanza di incentivi, i trattati di Parigi – che coinvolgono quasi tutti gli stati del mondo e pure non hanno meccanismi di controllo e coercizione- saranno affetti con il tempo da sempre più free-riders. Mentre il mondo si impegna in una missione impossibile, gli Stati Uniti staranno fuori a guardare. A prescindere dall’uscita di uno dei paesi più inquinanti del mondo, il pianeta si merita un accordo migliore di quello di Parigi.

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