Dopo la fine del socialismo reale, il mondo si sta muovendo verso un sistema che potremmo definire di capitalismo neo-liberista: è il caso della Francia, fedele alla sua originale e tradizionale efficienza centralista, che si distingue con la sua variante solidaristica “alla francese”.


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Già alla fine della Seconda Guerra Mondiale, in effetti, il sistema economico francese si è sviluppato soprattutto facendo leva sui cosiddetti campioni nazionali, per il consolidamento e la crescita dei quali il ruolo dello Stato è stato determinante. Oggi, questo sistema, che sembrava perfetto, è entrato in profonda crisi. Mentre i francesi non accettano ancora di modificare e riformare la storica organizzazione economica e industriale, noi proviamo ad approfondire le ragioni di questa crisi.

La Francia è fra i paesi che stentano a riprendersi dalla crisi finanziaria cominciata del 2007. La crescita economica è stata complessivamente solo del 3% dal 2008 al 2015, ben lontana dai livelli di Stati Uniti (10%), Regno Unito (8%) e Germania (6%). Deficit e debito pubblico hanno raggiunto rispettivamente il 3.5% e il 96% del prodotto interno lordo del paese, ben oltre le soglie fissate dalla Commissione Europea, con un trend che non lascia prevedere miglioramenti del quadro.

Dando uno sguardo più profondo al paese, ci si accorge del forte deterioramento della competitività. I prodotti per i quali la Francia è conosciuta – le auto, l’elettronica, l’abbigliamento – oggi sono costosi da produrre, se paragonati a quelli dei concorrenti, dall’Asia alla Germania, passando per Spagna e Italia. Questo fa sì che le esportazioni siano in forte calo, al punto da ottenere una bilancia commerciale negativa non facile da gestire.

Il governo Hollande sembra però agire non nel modo più logico che si possa immaginare. Infatti, le nuove leggi annunciate nel mese di settembre si traducono in un aumento delle tasse per le imprese, non facilitandone la sopravvivenza in una situazione già di per sé ingessata. Tali misure rischiano di dissuadere potenziali investimenti futuri e non sarebbero quindi la giusta chiave per la ripresa.

Secondo alcuni, poi, il vero problema non sta tanto nella mancanza di investimenti e di attrattività del paese quanto nella rigidità del mercato del lavoro. Nel Rapporto sulla prevenzione e la correzione degli squilibri macroeconomici, trasmesso a fine febbraio al governo di Parigi, la Commissione Europea aveva associato la debole crescita francese a fattori quali la difficoltà di licenziare i lavoratori, l’indicizzazione dei salari minimi, che aumenta in modo insostenibile il costo dei salari, gli oneri sociali a carico dei datori, la settimana lavorativa di 35 ore, la contrattazione collettiva.

Ad andare nella direzione chiesta da Bruxelles è la legge del lavoro “El Khomri” (dal Ministro francese del lavoro che l’ha coniata, Mariam El Khomri), che rende il mercato del lavoro più flessibile.

Il sistema dei campioni nazionali e delle rigidità salariali sta erodendo la competitività del paese. La Francia deve pesantemente riorganizzare la sua struttura produttiva e dei servizi, dinamizzandola e, probabilmente, investendo su un’integrazione più coraggiosa di interi settori produttivi in Europa. Forse sarebbe necessario lasciare un po’ più da parte i campioni nazionali e puntare invece sui campioni europei.

 

 

 

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