Giulia Agliardi, milanese, studia le cellule tumorali al Nanomedicine Lab at UCL's School of Pharmacy di Londra. REUTERS/Suzanne Plunkett
Giulia Agliardi, milanese, studia le cellule tumorali al Nanomedicine Lab at UCL's School of Pharmacy di Londra. REUTERS/Suzanne Plunkett

Ci troviamo difronte ad una vera e propria “emorragia di talenti”. Nonostante la nostra classe politica voglia farci credere che l’Italia rimane ancora un paese di grande fascino, l’annosa questione della fuga di cervelli si prospetta sempre più all’ordine del giorno. E il quadro si fa ancora più contraddittorio se diamo uno sguardo dall’ultimo bando Erc «consolidator», prestigioso finanziamento assegnato da Bruxelles ai ricercatori eccellenti.


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Con 38 progetti approvati, ciascuno del valore di 2 milioni di euro in cinque anni, i ricercatori italiani brillano, ma solo 14 progetti si svolgeranno nel nostro paese.

Diventa quindi di sostanziale importanza fare una disamina delle principali motivazioni che spingono la nostra generazione a prendere questa decisione al fine di comprendere meglio la portata di quello che potremmo definire una sorta di movimento migratorio di giovani.

Prima di tutto, all'estero è più semplice trovare un lavoro che permetta di veder riconosciute le proprie qualità e tutti i sacrifici, economici e non, sostenuti durante il percorso di studio: dove è più facile veder realizzati i propri sogni. A confermare la situazione sono arrivati i dati di Eurostat, l’ufficio di statistica europeo, che ha studiato i tassi di occupazione dei laureati di età 20-34 anni. Nel 2014, il tasso di occupazione dei neo laureati nei 28 Paesi dell’Unione Europea era al 76%. Da una parte, però, troviamo la Germania con picchi che sfiorano 90%, e dall’altra,la Grecia con il 41,3% e l’Italia con il 44%, dove l'impatto della crisi sull'accesso al mercato del lavoro dei laureati è stato particolarmente pronunciato con una discesa di quasi 20 punti percentuali durante il più recente periodo di 10 anni per i quali sono disponibili i dati. Per analizzarelo stato di salute del mercato del lavoro in Italia e verificare l’attenzione nei confronti dei giovani che studiano nella speranza di guadagnarsi un futuro migliore,interessante èil confronto tra il tasso di occupazione per tutta la popolazione (età compresa tra 20-64) e dei laureati:in Europa, questi ultimi sembrano aver beneficiato del completamento della loro istruzione perché registrano tassi di occupazione più alti rispetto al dato nazionale complessivo. Tuttavia,la Grecia e l'Italia si sono rivelati gli unici Stati membri dell'UE in cui il tasso di occupazione dei neo laureati è inferiore al tasso di occupazione complessivo, suggerendoci che i neo-laureati sono costretti ad affrontare sfide particolarmente ardue per trovare il primo impiego.

In secondo luogo, nel Belpaese le opportunità per accedere alla carriera accademica sono poche e di lunga durata. Nel Rapporto Annuale ISTAT 2016 gli esperti spiegano che la quota dei dottori di ricerca che vivono all’estero al momento dell’intervista (2014) sfiora il 13 per cento (+6 punti rispetto all’edizione del 2009). Confrontando poi i numeri italiani con quelli dell’UE, siamo il paese europeo con i docenti universitari più vecchi: solo il 5,5 per cento al di sotto dei 35 anni. Contro l'11 per cento di under 35 della Francia, il 43 per cento della Germania e il 34 per cento dell'Olanda.

Altra potenziale causa di questo fenomeno è la cosiddetta overeducation, l'impiego in un’attività che non richiede le competenze acquisite con il titolo di studio che si possiede. Esiste infatti una percentuale consistente di dottori di ricerca che in Italia non è impiegata in attività consone alla formazione acquisita. Nonostante l’Università italiana sforni studenti con un'ottima preparazione, il numero è nettamente superiore a quello richiesto dal sistema produttivo nazionale. La disponibilità di posti di lavoro, le prospettive di carriera e gli stipendi dei ricercatori in Italia sono quindi molto minori di quelli negli altri paesi industrializzati.

Ancora, al giorno d’oggi, trasferirsi non solo conviene, ma è anche diventato spropositatamente più facile: quando abbiamo la possibilità di partire con un progetto finanziato dall'Unione Europea (e.g. Erasmus+), non esitiamo a fare la valigia; e più del 50% dei ragazzi italiani che ha partecipato ad un programma del genere, ha poi trovato lavoro all’estero senza comprare un biglietto di ritorno a casa. Con la nascita della cosiddetta “sharing economy”, trovare un alloggio low-cost con l’Air B&B di turno, viaggiare usufruendo di servizi di car sharing come BlaBla Car, è ora prassi per ogni giovane.

E anche Internet fa la sua parte, con la diffusione dei social media che hanno creato la possibilità di richiedere informazioni, “fare amicizia” e creare vere e proprie community virtuali di ragazzi che condividono esperienze quasi a fare scomparire il tradizionale sentimento di nostalgia verso casa.

Secondo il “Rapporto Giovani” dell'Istituto Toniolo, i Millennials "sono la prima generazione nella quale la scelta non è tanto se partire ma piuttosto se restare". Sarebbe allora forse più corretto parlare di “cacciata di cervelli”?

@Fala_luigissi69 

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