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Volgendoci verso l’Europa scorgiamo all’orizzonte l’alba di una profonda crisi: da un lato i valori e gli ideali sui quali i Padri hanno tentato di costruire la nostra Unione messi a repentaglio a causa della fuoriuscita della Gran Bretagna; dall’altro, l’economia e la finanza in ginocchio dinanzi ai fragili sistemi bancari imprigionati in una spirale di corruzione ed incertezza.


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Girando poi lo sguardo verso la nostra generazione è inevitabile immaginare un futuro potenzialmente in pericolo: il post-Brexit prospetta una grave riduzione dei finanziamenti sulla ricerca, l’abolizione del diritto di assistenza sanitaria gratuita e ancora si stima che per riadattare tutti i contratti commerciali ci vorranno fino a 10 anni causando così un inferno burocratico.

In un contesto del genere è quindi necessario chiederci quanto effettivamente ha fatto bene l’UE a noi giovani. E a ricordarcelo è il progetto Erasmus, che dal 1987 ad oggi continua ad agevolare la mobilità di studenti ed insegnanti all’estero.

Secondo quanto riportato dall’Erasmus Impact Study dell’anno corrente, il tempo di disoccupazione per gli ex-studenti che hanno partecipato al programma si è praticamente dimezzato; altissimi sono poi i numeri per quanto riguarda i ruoli manageriali degli alumni con un picco del 70% nella regione Est; ed è sempre qui che più emerge lo spirito imprenditoriale con il 38% delle start-up fondate da ex-Erasmus. Ma ancora tanta flessibilità, senso critico, apertura mentale, tolleranza e curiosità.
Infine, è interessante leggere come l’attenzione e l’attaccamento all’Europa cresca inevitabilmente dopo una esperienza di questo tipo, rafforzando il sentimento di cittadinanza fino a un 87% tra i nostri ragazzi italiani contro una media UE dell’80.

E’ dunque la generazione Erasmus a configurarsi come la prima veramente europea: partire non vuole dire più rinnegare le proprie radici, il legame con città e paese d’origine, etnia o cultura ma sentirsi parte di una comunità che abbraccia virtù parteggiate ben oltre le frontiere nazionali.
Il confronto tramite il quale si prende coscienza delle differenze che intercorrono fra le più disparate realtà del continente diventa catalizzatore per la condivisione di esperienze di vita e di crescita costruite a quattro, otto, dodici, milioni di mani.

L’Europa del domani dipende anche da questo, oltre che dalle decisioni delle istituzioni comunitarie: facciamo sentire la nostra voce, facciamoci promotori di cambiamento sulle basi solide della solidarietà e dell’integrazione.

Martin Luther King diceva: “We may have all come on different ships, but we're in the same boat now”.

 

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