25.000 giovani fra i 18-35 anni provenienti da 186 paesi hanno condiviso le loro opinioni sull'economia, la governance globale e l'impegno civico, la tecnologia e l'innovazione, i valori e la società, il luogo di lavoro: tutto nella Global Shapers Survey 2017, prodotta dal World Economic Forum, uscita lo scorso 31 Agosto.

REUTERS/Tim Shaffer
REUTERS/Tim Shaffer

Andiamo a vedere cosa ne è venuto fuori.


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I giovani hanno scelto il cambiamento climatico come la più grave questione globale per il terzo anno consecutivo. Questa volta però il 91% degli intervistati concorda nel sostenere che è ormai dimostrato scientificamente che gli esseri umani ne sono i responsabili. Le successive due questioni di massima urgenza vengono poi viste nei conflitti/guerre su grande scala al secondo posto e disuguaglianza al terzo posto.

Coerentemente con i risultati del 2016, ma questa volta su un campione decisamente più grande, il 79% dei giovani reputa la tecnologia creatrice di posti di lavoro piuttosto che motivo di paura per un futuro da disoccupati. E’ interessante notare poi come il parere rimanga forte a discapito della regione di provenienza e dei livelli di reddito dei Paesi presi in esame. L'intelligenza artificiale è votata come la prossima grande tendenza tecnologica. I primi tre settori che potrebbero trarre vantaggio dalla cosiddetta disgregazione tecnologica sono: istruzione (20%), salute (15%) e produzione (14%).

Tuttavia i risultati mostrano che l'entusiasmo della gioventù per la tecnologia ha comunque limiti: il 44% ha rifiutato l'idea di avere innestati nel proprio corpo impianti per aumentare le loro capacità. La fiducia nei confronti dei robot e delle decisioni che questi un giorno potrebbero prendere il posto nostro è ancora scarsa, con il 51% dei giovani intervistati in accordo sul non credere ciecamente negli automi: quando è stato chiesto se sostenere i diritti per i robot umanoidi, la risposta più popolare è stata "No" (50%). La risposta "Sì" aveva solo il 14%, mentre il 36% ha scelto "Forse". Quando si osservano le regioni, gli intervistati si oppongono ancora all'idea, tranne in Nord America, dove il 44% ha scelto "Forse", e il 41% "No". L’opposizione più forte proviene invece dall'Africa sub-sahariana, con il 59% di "No".

Il sondaggio offre poi approfondimenti anche su come i giovani vedono il mondo e le sue sfide - il 55% crede che le loro opinioni non siano prese in considerazione prima di prendere importanti decisioni. I giovani intervistati hanno individuato tre modi per migliorare la trasmissione delle loro idee nella società, attraverso l'imprenditoria/start-up, l'accesso a Internet e i media/social media. Sembra quindi che abbiano la necessità di essere ascoltati.

Una grande maggioranza dei giovani è disposta a vivere al di fuori del proprio paese di residenza per trovare un lavoro o perseguire la propria carriera (81%). Siamo infatti una generazione di migranti. Per il terzo anno consecutivo, gli Stati Uniti rimangono la scelta giusta per tutti i giovani che vogliono avanzare la loro carriera all'estero, seguiti dal Canada (12%), Regno Unito (10%), Germania (8%) e Australia (5%). Tuttavia, non tutti i Millennials si sentono uguali. Mentre la risposta principale era "Sì" per spostarsi in tutte le regioni, più di un terzo degli intervistati dell'Africa sub-sahariana non sarebbe disposto a muoversi (37%), molto più che in qualsiasi altra regione; anche l'Eurasia ha avuto un grande numero di intervistati che hanno risposto "No" (25%). Vale la pena notare che poco più di un quinto dei nord-americani della nostra generazione ha affermato che non vivrebbero al di fuori del loro paese alla ricerca del lavoro o per ragioni legate all’avanzamento personale.

E’ evidente quindi che per quella generazione di giovani digitali e globali il nostro Paese non è per nulla attrattivo. E’ opportuno quindi chiedersi il perché.

I Millennials italiani si rivelano poco ottimisti riguardo alla tecnologia: ad esempio, è credenza comune che i robot possano veramente rubarci il lavoro. Parlando poi di integrazione sociale, solo il 7% tra loro sarebbe favorevole a politiche che impediscano l’ingresso di rifugiati e profughi nel loro Paese. La poca fiducia nei confronti delle scuole e dei centri che producono istruzione e formazione anche gioca a nostro sfavore, così come la limitata importanza data dai nostri politici alla questione climatica.

Come messo in rilievo da Francesco Cancellato, direttore de Linkiesta, se “l’Italia fosse un Paese che ha fiducia nella tecnologia e nell’innovazione eco-sostenibile, che investe in formazione, che si semplifica, che riduce gli spazi di intermediazione della politica e che si apre all’aiuto e all’inclusione di chi è in difficoltà, probabilmente sarebbe un Paese molto più attrattivo e molto più popolare, nel mondo, di quanto non lo sia ora.”

Abbiamo ancora tanta strada da fare.

@Fala_luigissi96

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