Si è cercato in ogni modo di etichettare i Millennials come ribelli culturali. Ma la realtà sembra essere un'altra, legata alla precarietà economica. Se ne è accorta persino l'Italia, dove un giovane su dieci vive in stato di povertà assoluta

Un paio di scarpe appese ad asciugare sulla sponda del Tevere. Roma, Italia. REUTERS/Max Rossi
Un paio di scarpe appese ad asciugare sulla sponda del Tevere. Roma, Italia. REUTERS/Max Rossi

Ne avevamo già parlato nei mesi scorsi, i Millennials comprano meno auto delle generazioni precedenti e preferiscono guidare mezzi messi a disposizione dai servizi di car sharing. Ritardano l’acquisto di una casa propria e sempre di più vivono in affitto, convivendo con altri coetanei. Inoltre hanno l’abitudine, più di altre generazioni, di mangiare fuori casa. Sono persino stati accusati di aver ucciso l’industria dei fazzoletti.


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Riguardo questi e numerosissimi altri fattori comuni a molti giovani d’oggi, si sono spese numerose analisi sociologiche raffinatissime. Il ritratto che viene fuori è quello di veri e propri ribelli culturali. Perché questo apparente shock generazionale?

I Millennials sembrerebbero essere intrinsecamente mossi da una vibrante etica, visione ambientalista, forte senso di comunità e sono più inclini alla condivisione (sia essa del mezzo di guida o del posto dove vivere). Inoltre, hanno il terrore di impegnarsi: nessun grande salto, non avendo fretta di avere una casa propria, si è allungato il tempo nel quale vivono con le loro famiglie.

Tuttavia, diversi studi economici sembrano rivelare una risposta meno spettacolare, più realistica e forse non troppo sorprendente. I Millennials soffrono una condizione di precarietà economica che non ha precedenti nel recente passato. Non possono permettersi di affrontare spese elevate come quella di una casa o macchina di proprietà (né tanto meno “superflue” come quelle legate ai fazzoletti) e preferiscono mangiare cibo low cost a basso prezzo. Tutt’altro che ribelli.

Il dato degli Stati Uniti parla di una generazione più povera rispetto alle precedenti, con tassi di disoccupazione più elevati (il paragone è in particolare modo rilevante con i cosiddetti Baby Boomers degli anni ’80). A tal proposito, i Millennials guadagnano circa 2000 dollari in meno all’anno rispetto ai loro genitori quando avevano la loro stessa età.

Debito universitario contratto astronomico (sopra i 1,5 trilioni di dollari), capacità di risparmio fortemente ridotta (fra precarie opportunità lavorative e gravose spese universitarie, non è sorprendente), elevato gap fra lo stipendio maschile e femminile. Più che il Paese del sogno, si direbbe che gli Stati Uniti siano il Paese dell’incubo giovanile.

Purtroppo in Europa, le cose non vanno meglio. Nel recente rapporto “Preventing Ageing Unequality,” l’Ocse traccia infatti un quadro simile. In Italia, le generazioni più giovani sono messe peggio di quelle che le hanno precedute dal punto di vista economico e lavorativo.

Nello specifico, tra il 2000 e il 2016 il tasso di occupazione è crollato dell'11% tra i giovani (18-24 anni), rimanendo quasi invariato fra gli adulti di età media (54-25 anni).

A questi elementi si aggiunge il tasto dolente legato alla povertà. A livello europeo, la povertà giovanile coinvolge oltre 15 milioni di ragazzi tra i 16 e i 24 anni (il 27% del totale). In questo contesto, l’Italia ha registrato un drammatico aumento negli ultimi anni: i ragazzi a rischio di povertà ed esclusione sociale sono passati da 1 milione e 732mila del 2010 ai 2 milioni del 2015. Povertà ed esclusione sociale potenzialmente interessano quasi il 34% dei giovani italiani (il 6,4% in più rispetto a ciò accade nel resto d’Europa).

E non è finita qua.

Nello specifico, il recentissimo rapporto su povertà giovanili ed esclusione sociale nel nostro Paese, pubblicato a novembre dalla Caritas, analizza nel dettaglio l’impietoso quadro dei giovani italiani, rincarando la dose su alcune delle riflessioni già fatte dall’Ocse stessa.

Se negli ultimi 10 anni i poveri in Italia sono passati da 1,789 milioni a 4,742 milioni (aumento del 165%), i giovani sono fra le fasce più a rischio. Sono loro i nuovi soggetti ad alta vulnerabilità socio-economica. Non gli anziani, non i pensionati. Nello specifico, un giovane su dieci vive in stato di povertà assoluta (nel 2007 si trattava di appena uno su 50).

Inoltre, il divario di ricchezza tra giovani e anziani si è fortemente ampliato. Banca d’Italia, nel suo rapporto del 2015, parla di un vero e proprio crollo della ricchezza media delle famiglie con capofamiglia di 18-34 anni (meno della metà di quella del 1995), paragonandola a quella famiglie con capofamiglia “anziano” (oltre 65 anni) che è aumentata di circa il 60%. In tal senso, il tasso di povertà è cresciuto tra i giovani italiani, ed è nettamente calato per gli over 60.

La Caritas sottolinea gli oltre 1,8 milioni di interventi di aiuto materiale (pasti nelle mense, distribuzioni cibo e vestiario, prodotti per igiene personale) e le oltre 270mila persone supportate per trovare un posto dove stare. Dopo quanto detto, non c’è da stupirsi che siano stati i giovani una delle fasce più interessate da questi interventi.

Secondo il segretario della Cei, monsignor Nunzio Galantino, siamo davanti ad una grave forma di povertà, che vieta a migliaia di giovani di poter progettare il proprio futuro e di crearsi delle aspettative per una vita indipendente. In Italia vive un vero e proprio esercito di poveri, ha aggiunto monsignor Galantino. Il triste esercito di un Paese dove “i figli stanno peggio dei genitori e i nipoti peggio dei nonni.”

Cosa richiedono i “nuovi poveri?”

La maggioranza delle richieste è legata ai viveri, vestiario, accesso alla mensa e servizi di igiene personale, sottolineando la gravità della loro situazione, che non permette di poter soddisfare pienamente nemmeno i bisogni primari.

Inoltre, le domande legate a sussidi economici (pagamento di bollette, tasse e canoni di affitto) risultano essere l’altro grande elemento di supporto richiesto. In terza battuta, la possibilità di trovare un lavoro o di alloggio sono tra i servizi apprezzati.

Cosa è stato fatto per arginare l’avanzamento del degrado socio-economico di una intera generazione?

Citando uno studio di quest’anno realizzato da Tortuga, think-tank di studenti di economia, è possibile fare alcune considerazioni riguardo i ritardi e lacune del nostro Paese riguardo la spesa sociale. Sebbene possa sembrare relativamente alta (assorbe circa il 29% del PIL), si tratta di un risultato dovuto in gran parte alla spesa per le pensioni (quasi il 60%). Siamo fra i Paesi europei che spendono di più per le pensioni. Mentre la spesa per i disoccupati e le famiglie relativa a misure anti-povertà è fra le più basse nel nostro continente.

Tuttavia, negli ultimi anni qualcosa di concreto si sta muovendo. Cosa stiamo facendo per contrastare la povertà?

Dal 2016, il Sia (Sostegno di inclusione attiva), è stato attivato per supportare in particolar modo famiglie con minori o disabili, o con una donna in stato di gravidanza e ha interessato oltre 1 milione di persone.

Dal 2018, a seguito del recente decreto legislativo n.147, il Reddito di inclusione sociale (Rei), diventerà lo strumento unico nazionale di contrasto alla povertà ed esclusione sociale, sostituendo lo stesso Sia. Potranno accedere al Rei le famiglie con valore Isee non superiore ai 6mila euro e verrà data la precedenza a quelle aventi figli minorenni o disabili, donne in gravidanza e disoccupati con età superiore ai 55 anni.

Due aspetti sono particolarmente interessanti.

Il primo è che il Rei è formato da più componenti: un assegno erogato per 18 mesi (rinnovabile per non più di 1 anno) e un progetto personalizzato per l’integrazione sociale e lavorativa delle famiglie interessate. Lo scopo è di aiutarle ad uscire dalla situazione di difficoltà economica e riguarda la ricerca del lavoro e della casa, la somministrazione di cure mediche ed anche l’educazione per i più giovani.

Il secondo, riguarda il tentativo del Rei di sopperire ad una problematica spesso connessa ai sussidi statali. Pur di non perderli, molte persone preferirebbero non lavorare, rischiando di cadere nella cosiddetta trappola della povertà. Tuttavia, tale misura è destinata anche a quelle famiglie che grazie a un nuovo impiego dovessero superare la soglia minima di reddito prevista. In tal modo, si evita di creare un disincentivo alla ricerca di nuova occupazione.

Nella prima fase, con quasi 2 miliardi di euro di fondi, le famiglie italiane interessate al sostegno economico saranno quasi 500mila per circa 1,8 milioni di persone. Da luglio 2018, la misura diventerà universale (tutti i cittadini al di sotto della soglia di reddito fissata potranno essere coinvolti), non ci saranno più categorie di accesso al Rei, l'unico requisito sarà l’essere in povertà assoluta, e verranno stanziate più risorse, ampliando la platea ad oltre 2,5 milioni di persone e arrivando a supportare circa il 50% dei poveri italiani.

Le criticità maggiore riguardano i fondi, ancora evidentemente insufficienti, poiché l’altro 50% dei poveri assoluti italiani non verrà ancora minimamente supportato. Tuttavia, si tratta di una decisione importante, che va nella direzione giusta. In particolare modo, l’Alleanza contro la povertà (vasto e autorevole gruppo di associazioni della società civile nato nel 2013 su iniziativa di Acli e Caritas) ha apprezzato la svolta universalistica della misura, che considera tutti i poveri come soggetti ugualmente degni e bisognosi di un supporto economico e sociale. Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha definito la misura “una svolta epocale, ma solo un primo passo” ed ha anche polemizzato sul fatto che in Italia il dibattito politico verta quasi esclusivamente sui tanti anziani da proteggere e non sui (pochi) giovani sui cui puntare.

Concludendo, contrastare la povertà giovanile è senza dubbio una delle sfide più complesse e importanti del nostro presente. Una sfida che, è necessario sottolineare, riguarda anche una diversa visione del futuro. In generale, un presente dal minore benessere, dalle prospettive ristrette, si converte in un futuro particolarmente grigio. I pensionati del domani, a causa dei guadagni minori durante il corso della vita lavorativa, avranno minori diritti pensionistici e di conseguenza redditi inferiori a quelli delle generazioni attuali.

Inoltre, finché migliaia di giovani vivranno in condizioni fortemente disagiate, trovandosi senza lavoro e allo stesso tempo preclusi da ogni sorta di supporto economico e sociale da parte del proprio Paese, il loro sarà un futuro pieno di incognite, incertezze e sarà nostalgicamente legato al passato.

La strada nella lotta alla povertà, deve partire da questo punto fondamentale: ridare luce, citando il titolo del rapporto della Caritas, a questo triste futuro anteriore.

@Fala_luigissi96

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