Una copia del David di Michelangelo a Firenze, Italia, marzo 2016. REUTERS / Tony Gentile
Una copia del David di Michelangelo a Firenze, Italia, marzo 2016. REUTERS / Tony Gentile

ECONOMIA ITALIA - Crescita anemica, alto debito, riforme strutturali, referendum costituzionale e rapporti transatlantici. Sono queste le principali incognite dell’Italia nei prossimi mesi e anni. E Eastonline ha chiesto l’opinione di Andrea Montanino, direttore Global Business and Economics Program all’Atlantic Council di Washington. E l’economista già in Commissione europea e Fondo monetario internazionale (Fmi) traccia un quadro realistico dell’Italia, tra diverse potenziali luci e, ancora, svariate ombre. 


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Perché l’Italia non riesce a crescere? Quali sono i principali motivi?

Prima di tutto, siamo un Paese vecchio. Dal punto di vista demografico, la popolazione in età avanzata in percentuale alla popolazione lavorativa è tra le più alte rispetto agli altri Paesi. Ciò significa che c’è meno spinta all’innovazione, meno interesse a rischiare. C’è banalmente meno gente che lavora e che può lavorare. A tutto questo si aggiunga il fatto che molti redditi sono in mano a persone anziane. Questi ultimi invece di spendere creando consumi e crescita, risparmiano pensando alle generazioni successive, che sono un numero però sempre più esiguo e che quindi non mettono in circolo l’economia. 

Solo questo?

No. L’Italia è all’interno di un continente che cresce poco. Se guardiamo ai dati sulla crescita dell’Europa rispetto agli Stati Uniti negli ultimi 25 anni, l’Europa e cresciuta in media di un punto percentuale in meno di PIL rispetto agli USA tutti gli anni. Dentro questo quadro, l’Italia cresce meno dell’Europa.  

Perché?

 Il sistema è ancora un po’ troppo complicato, molta burocrazia, scarsa semplificazione che rende difficile fare business. E poi, c’è l’aspetto culturale e di attitudine al rischio. Vivendo negli Stati Uniti si vede davvero la differenza. Ad esempio qui si preferisce avere un impiego nel settore privato piuttosto che pubblico, al contrario dell’Italia in qui si preferiscono impieghi nel settore pubblico. Qui ognuno alla fine vuole avere il proprio business e rischiare. C’è dunque una spinta qui che in Italia non si vede. Ed è un fatto prevalentemente culturale. Alla fine in certi casi la politica può fare abbastanza poco. 

 Qual è quindi il motivo prevalente del gap di crescita italiana rispetto agli altri Paesi?

 Forse la ragione più importante è quella culturale, perché non c’è un’attitudine al rischio. Guardando ai dati la ricchezza pro-capite italiana è una delle più alte al mondo. Ciò vuol dire che non c’è un senso dell’urgenza per il quale bisogna darsi da fare, come ad esempio c’era nel Secondo dopoguerra, periodo nel quale bisognava ricostruire e di gente che stava bene ce n’era veramente poca e tutti cercavano di fare qualcosa. E questo perché comunque nella media è una società ricca. Bisogna dunque cambiare l’attitudine delle persone, spingerle a rischiare e a darsi da fare, perché altrimenti il Paese si continuerà a impoverirsi e anche la ricchezza accumulata nel passato non ci sarà più. In tutto scenario, le regole e la politica possono aiutare: semplificando le procedure e il modo di fare impresa, avendo un mercato del lavoro che funzioni meglio e attraendo investimenti.

 Come diventare un paese più attrattivo per gli investitori? Basta una politica fiscale accomodante?

L’investitore straniero guarda all’incidenza fiscale, ma non è l’unico e forse neanche il principale elemento. Il tema vero è che probabilmente l’Italia non è un Paese nel quale c’è certezza delle regole. Traduzione: nel momento in cui si fa un investimento possono cambiare le norme giuridiche e questo aumenta il rischio. O nel caso in cui c’è un contenzioso non sono certi i tempi nei quali si può trovare una soluzione, e quindi alla fine, se bisogna investire in Europa, ci sono altri Paesi più vantaggiosi.

  Quindi gli investitori cercano comunque la stabilità.

  Sì, l’investitore sceglierà un Paese non solo dove l’incidenza fiscale li sarà più conveniente ma sceglierà il Paese che gli garantirà una certa stabilità nel tempo. L’Italia è un Paese che non dà l’idea di essere solido abbastanza e garantire stabilità nel lungo periodo. Dato che ha un rapporto debito/Pil al 130% non aiuterebbe neanche una politica fiscale accomodante, o meglio non se la può permettere. Bisognerebbe avere nel tempo avanzi primari sostenuti per tenere il debito almeno stabile. 

 Cosa bisognerebbe fare, quindi?

Può avere senso fare una politica fiscale più accomodante dal momento in cui è molto mirata su investimenti materiali e immateriali quindi infrastrutture, capitale umano e ricerca, e che sia una chiara strategia anche a livello europeo, nella quale si può aumentare il debito pubblico ma esclusivamente per investire in infrastrutture, creare nuovi centri di ricerca e università (o migliorare quelle esistenti). Questo può avere un senso perché può creare nuovi posti di lavoro, banalmente per costruire le infrastrutture stesse, ma nel lungo periodo permetterebbe di aumentare il Pil e dunque i mercati potrebbero accettarlo. Al contrario se l’aumento del debito è indirizzato solamente ad aumentare i consumi di breve periodo, questo non avrebbe molto senso e potrebbe essere anche controproducente.  

Il referendum costituzionale che si voterà tra poco e il Jobs Act, o le riforme messe in pratica fino adesso, hanno avuto un impatto positivo?

  C’è un tema di percezione del Paese, quando le persone si fanno un’idea su di esso è molto difficile cambiarla. Il referendum può avere un impatto molto positivo se vincesse il “si” perché potrebbe migliorare la percezione che si ha dell’Italia. Darebbe l’idea che è un paese capace di cambiare, di portare avanti riforme e di concluderle, l’impatto potrebbe essere dunque molto positivo. La visita del presidente del Consiglio Matteo Renzi qui a Washington qualche settimana fa secondo me l’ha dimostrato. La gente vede l’Italia in questo momento con un occhio abbastanza di favore, il fallimento di questo referendum potrebbe farci tornare indietro. 

 E sul contenuto?

 Malgrado tutti i limiti che può avere una riforma costituzionale è comunque un passo in avanti, perché da tempi certi alle norme e leggi di proposta governativa: c’è dunque una certezza del voto. Velocizza il processo legislativo perché comunque avere una camera invece di due è più rapido. Riduce il potere delle lobby perché possono influire un numero più ridotto di deputati e senatori e facilita anche il rapporto tra Stato e regioni, che è uno dei grandi problemi dell’Italia, riducendo i principali conflitti riguardanti le attribuzioni di potere tra di essi.  

Il Jobs Act.

  Per quanto riguarda il Jobs Act il mio giudizio è un po’ più articolato nel senso che ha due elementi, uno è quello della flessibilità in uscita dall’altro l’elemento degli incentivi. Quello che si sta vedendo è che, dal momento in cui non ci sono più gli incentivi, la flessibilità in uscita può essere, se non c’è ripresa economica, in qualche modo dannosa nel senso che la gente viene espulsa dal mercato del lavoro. Dal punto di vista di nuovo della percezione è stato molto positivo, negli Stati uniti e in Europa parlano tutti del Jobs Act. È diciamo una riforma modello. È qualcosa che va nella giusta direzione, ma non risolve da solo il problema dell’occupazione in Italia. È uno strumento, non l’obiettivo finale, che consiste nel creare la domanda, e questo un meccanismo più flessibile può aiutare. 

 Se vincesse il “si”, potrebbe ridursi l’instabilità politica e l’incertezza che caratterizza il nostro paese? 

 Se così fosse il presidente del Consiglio non avrebbe nessun motivo di dimettersi quindi gli permetterebbe di continuare la legislatura e forse di portare avanti le riforme. Questo non potrebbe accadere se vincesse il “no”. 

 Come potrebbe cambiare il rapporto tra gli Stati Uniti e Italia o più in generale l’Europa se vincesse Trump? Fra Donald Trump e Hillary Clinton chi è meglio per l’Italia?

Se vincesse Trump, non credo che l’Italia e l’Europa siano nel suo “radar screen”. Dipende da che relazioni vorrà stabilire con la Russia e quindi se l’Europa gradirà la sua posizione. L’altro aspetto che può riguardarci da vicino è la politica commerciale, se Trump desse seguito a quello che dice. La reintroduzione di barriere tariffarie e il blocco del negoziato sul TTIP potrebbero portare a una riduzione delle nostre esportazioni nei confronti degli Stati Uniti, che danneggerebbe le nostre imprese anche perché in questo momento non ci sono tanti mercati di sbocco sicuri. Non c’è più la Russia, il Medio Oriente è molto a rischio, l’Asia è molto lontana soprattutto per le piccole medie imprese.  

E la Clinton?

 Quello che si dice qui è che la Clinton è meglio perché conosce le relazioni internazionali, essendo già stata segretario di Stato, e quindi non avrebbe problemi ad avere rapporti con l’Italia e l’Europa. Probabilmente sarebbe una continuazione dell’attuale amministrazione Obama che considera l’Italia come uno dei principali alleati, e anzi forse lo considera l’unico che riesce a cambiare la politica economica europea in questo momento. Probabilmente la Clinton sarebbe in continuità con questo e potrebbe appoggiarsi all’Italia per fare pressione sull’Europa e avere una politica economica un po’ più accomodante e che possa aiutare la crescita, sulla linea delle cose che dicevamo prima.  

L’impatto dell’immigrazione sul mercato del lavoro italiano, la situazione sarebbe peggiore se i migranti non fossero integrati nella forza lavoro?

 Ricollegandolo a quello che dicevo sugli aspetti demografici, l’Italia a bisogno di più immigrazione, e più qualificata. Non abbiamo una politica sull’immigrazione. Non l’abbiamo noi, e neanche l’Europa. Non c’è una politica che riesca ad attrarre talenti e quindi a dare una spinta alla crescita.  L’immigrazione che noi attraiamo è un’immigrazione spesso di transito e poco qualificata. È chiaro che dobbiamo continuare ad accogliere i rifugiati perché è un tema umanitario, però dobbiamo poi saper attrarre anche i migliori, che possono contribuire e facilitare l’integrazione delle competenze delle nuove risorse che arrivano dalla stessa comunità. 

 Qualche esempio americano di integrazione virtuosa di questo genere?

Qui a Washington una delle principali compagnie di taxi è gestita da un etiope, un imprenditore, che però dà lavoro a molti etiopi e persone delle comunità vicine. Se riuscissimo ad attrarre dei business man dall’Etiopia, dalla Nigeria, dai paesi di emigrazione, questo poi favorirebbe un’integrazione della comunità. Pero non c’è questa politica ed è secondo me una delle mancanze principali che ha l’Italia.

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