Storicamente riconosciuta come eccellenza mondiale per la sua creatività e imprenditorialità, l’Italia stenta ancora a tradurre questa sua unicità nel panorama dell’innovazione e della tecnologia. Siamo davvero il fanalino di coda di un’Unione Europea che cresce anche grazie agli investimenti in Startup?

Il Colosseo a Roma. REUTERS/Benvegnu' Guaitoli
Il Colosseo a Roma. REUTERS/Benvegnu' Guaitoli

Nel 2016, il Global Competitiveness Report del World Economic Forum ha classificato l'Italia come il 44° paese nel mondo per business-attractiveness - dietro Thailandia e Kazakistan.


LEGGI ANCHE : Ma davvero dobbiamo andare in Islanda per colmare il gender gap?


Secondo Pitchbook, da gennaio a ottobre 2016, appena $ 113.000.000 sono stati impegnati per start-up con sede in Italia, mentre in Spagna, l'importo è pari a $ 357 milioni. Il Regno Unito, polo europeo delle nuove imprese.  è arrivato alla cifra “monstr” di $ 4,4 miliardi di capitale raccolto, seguito da Berlino e Parigi.

E la mancanza di capitale diventa ancora più evidente se guardiamo più attentamente ai processi di gestione e miglioramento: l'Italia riceve solo lo 0,5 per cento della somma precedente, già limitata, per curare le fasi successive.

Un’interessante analisi è stata proposta da Matteo Amerio, ex-startup founder e analista presso la VC europea Earlybird, nell’articolo “The Italian Start Up Dilemma”. L’autore, dopo aver esaminato e valutato circa 500 nuove piccole aziende italiane, ha cercato di trovare le ragioni per cui gli investitori continuano ad evitare il Bel Paese, riconducendole in otto punti. 

1. Troppa burocrazia

Le piccole e medie imprese in Italia, in media, spendono il 52 per cento di tempo in più rispetto ai loro omologhi europei a causa dei lenti e macchinosi processi burocratici, costando allo Stato $ 7.5 miliardi di dollari. Ciò si va ad aggiungere alla nostra tassazione straordinariamente alta che impoverisce i progressi compiuti all’avvio e allontana l’afflusso di capitali.

2. La mancanza di una vera e propria cultura

Nonostante nel settore privato le acque stanno cominciando a muoversi grazie ai numerosi acceleratori, in Italia ancora non sappiamo che cosa sia una startup e come farla funzionare in maniera efficiente affinché abbia successo.

La formazione di base è ancora molto accademica: prevalgono significativamente materie sociali e umanistiche rispetto alle discipline scientifiche, da cui ci si aspetta evidentemente un orientamento allo sviluppo delle nuove tecnologie. Nonostante i dati difficilmente riassumibili e misurabili, l’incidenza delle materie tecniche rispetto a quelle non tecniche nel percorso curriculare in Italia è decisamente maggiore rispetto all’Europa.

3. Mancanza di Hub

Debolezza fondamentale del nostro ecosistema, oggi le tre province dove nascono il maggior numero di start-up sono Milano (sede di 14,7 per cento di start-up italiane), Roma (8,5 per cento) e Torino (4,7 per cento). Tuttavia, insieme rappresentano meno del 30 per cento del numero totale di start-up nel paese. Silicon Valley, Londra, Berlino e molti altri esempi mostrano come la prossimità geografica delle start-up è una delle ricette fondamentali per il successo.

4. La complessità dei rapporti di lavoro

L’iter legislativo italiano per il licenziamento e l’assunzione di nuovo personale è  alquanto lento mentre le startup avrebbero bisogno di velocità, velocità di esecuzione, velocità nel risolvere le controversie, e velocità nel rimpiazzare squadre non necessarie o poco produttive.

 5. Forte avversione al rischio

Gli italiani sono una delle popolazioni con il più alto tasso di avversione al rischio: su una scala da 1 a 100, gli italiani registrano 75 per l'indice che sintetizza la tendenza ad evitare l'incertezza, rispetto al 35 degli inglesi e al 63 dei tedeschi. Questo è uno dei motivi per cui anche le imprese già stabilite preferiscono affacciarsi al mercato del credito bancario, rispetto ai nuovi strumenti di finanziamento, caratterizzati da maggiore rischiosità e coinvolgimento. In Italia c’è una propensione a fare nuova impresa che è decisamente inferiore rispetto anche semplicemente al nostro passato, pensiamo agli anni ’60.

6. Il processo di finanziamento è difficile e lento

7. E' davvero problematico raccogliere capitali

E' davvero difficile garantire un IRR attrattivo per gli investitori (cd LP) che investono in start-up italiane: la maggior parte degli acceleratori/fondi VC sono in perdita.

In Italia, gli LP sono difficili da trovare e la situazione economica poco favorevole  rende improbabili gli investimenti in settori ad alto rischio. Infatti, le poche aziende italiane che investono in start-up seriamente lo fanno di solito al di fuori d'Italia. Inoltre, le VC italiane sono generalmente piccole e si concentrano sul mercato italiano, posizione poco attraente per gli investitori internazionali.

8. Sporadici e isolati casi di investimento oculato e a buon fine

Le startup italiane generano prodotti e servizi che sono ad un livello inferiore rispetto a quelli americani ed europei. Ciò è dovuto alla mancanza di un solido ecosistema e una radicata cultura, ma non soltanto.

Le startup italiane puntano in genere sull'Italia e ciò porta alla mancanza di ambizione. Bisognerebbe mirare alla costruzione di una leadership significativa nel mercato europeo e da lì puntare al mercato globale. Siamo ancora piccoli e poco propensi al cambiamento, manchiamo di consapevolezza e competitività. Inoltre in Italia il livello di acquisti da parte dello Stato di beni e servizi da soggetti nuovi e giovani è molto inferiore rispetto ad altri paesi, generando quindi una scarsa domanda di innovazione e la derivante perdita di valore di tutto il capitale in essa instillato.

Ad approfondire le problematiche sopracitate proponendoci uno spiraglio di soluzione, ci ha aiutato Marco Zizzo, Responsabile Corporate Investment Funds, Infrastructure and International Development di Cassa depositi e prestiti SpA (CDP), tra l’altro, consigliere di amministrazione di Fondo Italiano d’Investimento. Il dottor Zizzo si è soffermato in particolare sul ruolo della piattaforma ITAtech, la prima iniziativa italiana dedicata al finanziamento dei processi di “trasferimento tecnologico”, promossa da CDP in collaborazione con il Fondo Europeo per gli Investimenti (FEI)”.

Ma in cosa consiste ITAtech? E’ un programma d’investimento, piattaforma per usare un termine in voga oggi, fortemente selettiva a supporto dell’eccellenza della Ricerca italiana che vuole giocare l’ambizioso ruolo di “agent for change”, innanzitutto culturale, per le istituzioni accademiche. Con una dotazione di 200 milioni garantiti da CDP e FEI ma aperta all’ingresso di potenziali nuovi investitori, si occuperà di sviluppare un portafoglio di fondi di investimento dedicati esclusivamente ai processi di trasferimento tecnologico dalle università e dai centri di ricerca al mercato.

Gli stakeholder chiave della piattaforma sono rappresentati da soggetti pubblici e privati attivi nel technology transfer, quali università, centri di ricerca, Uffici di Trasferimento Tecnologico (UTT), startup e investitori in early-stage financing. I target d’investimento sono i progetti ad elevato contenuto tecnologico e innovativo con focus su settori specifici in cui l’Italia eccelle e per i quali vi è un forte interesse da parte delle imprese e del mondo del business in generale.

La piattaforma opererà nel mercato dando linfa ad uno specifico segmento dell’industria del venture capital, a servizio dei fondi di trasferimento tecnologico, nell’ottica di stimolare l’offerta da parte di gestori di fondi già esistenti e, soprattutto, favorire la nascita di cd. first time team e first time fund. Inoltre, ha tenuto a specificare il manager di CDP, “la nostra istituzione non può, per statuto e per una scelta filosofica di fondo, investire direttamente in start-up perché CDP, in qualità di National Promotional Institution e di Istituzione finanziaria, da un lato guarda all’ecosistema nel suo complesso e dunque alle singole iniziative come pool di investimenti, dall’altra ha l’obiettivo collaterale di esser “market developer” e dunque far sì che in Italia nasca, cresca o si consolidi un’industria globale e competitiva nei settori del private equity e del venture capital, solida a sufficienza per poter valutare al meglio opportunità di investimento in imprese innovative e PMI.” “Tutto questo”, aggiunge, “è già stato portato avanti con da tempo nelle infrastrutture, e adesso, in seguito all’approvazione del nuovo piano industriale, anche a servizio delle imprese. L’ambizione è essere presenti lungo tutto il loro ciclo di nascita e sviluppo di imprese innovative, dalla fase embrionale fino alla maturazione, con una serie di specifici strumenti che vanno dal finanziamento dell’idea embrionale, magari ancora non brevettata, passando dal consolidamento di startup nella fase cd. “post-seed”, a seconda della loro dimensione, fino a specifiche iniziative che riguardano stadi più evoluti di sviluppo, ovvero in presenza di start up che hanno già testato il proprio business model, generato profitti o conquistato delle metriche sostenibili e che, conseguentemente, hanno bisogno di iniezioni più consistenti (fra i 5 e i 10 milioni di euro) tali da permettere di compiere potenzialmente il salto dimensionale e la proiezione internazionale” 

Altro segnale positivo arriva poi da Speed MI Up, basato a Milano, che si configura non soltanto come tradizionale incubatore ma anche come polo di informazione ed educazione espressamente dedicata alle startup, curata da docenti dell’Università Bocconi, SDA Bocconi School of Management e da professionisti di Formaper. A questo proposito, a parlarci è stato il Direttore Generale dell’acceleratore, Fausto Pasotti: 

“Speed MI Up, consorzio senza scopo di lucro nato grazie ad Università Bocconi e Camera di Commercio, soci fondatori,  ha il fine primario di mettere i neo-imprenditori nella posizione di raggiungere il proprio obiettivo commettendo il minor numero di errori possibile. L’incubatore si muove quindi inizialmente con un ciclo di formazione per le startup (nei primi quattro mesi), chiamato MindShaker Meeting e gestito dalla Faculty Bocconi, che consiste in lezioni frontali e brainstorming grazie alle quali andiamo a trattare una serie di argomenti specifici che vanno dal teamleading, all’evaluation e alle parti più strettamente economico-finanziarie. Superate queste fasi, vengono concessi alle stratup 15 giorni per rivedere approfonditamente il loro business plan in funzione di quanto appreso. A concludere questo ciclo è un Pitch Day in cui le startup presentano i loro nuovi business plan ad una platea ristretta e privata capace di fornire loro un feedback professionale. Durante tutto questo processo, le startup sono accompagnate quotidianamente da un tutor speciliazzato.

Una volta terminata la formazione, le startup possono cominciare ad essere presentate ad investitori, a cui però si deve dare la garanzia che l’impresa abbia superato il cosiddetto “proof of concept”, un abbozzo (sinopsi) di un progetto o metodo, con lo scopo di dimostrarne la fattibilità o la fondatezza di alcuni principi o concetti costituenti. Speed MI Up si pone quindi come punto di contatto con i possibili finanziatori, svolgendo il ruolo, se così vogliamo definirlo, di “chioccia”, che si prende cura dei rapporti investitore-imprenditore e assiste quest’ultimo in tutte le fasi che caratterizzano la nascita e la crescita della sua impresa, senza fini secondari o specifici se non di consulenza.”

Nonostante le numerose problematiche che il nostro Paese si porta dietro da anni, i due esempi sopracitati, così come la nascita di altre centinaia di associazioni che si occupano di preservare l’”habitat” delle imprese innovative, aiutandole a venire al mondo ed evolversi, sono simbolo di un’Italia che con i suoi giovani mostra tanta voglia di fare, si pone quale generatrice e promotrice di idee e progetti con grande potenziale realizzativo, disponibile e volenterosa di mettersi in gioco e scommettere sul nuovo e sul proprio futuro. 

@Fala_luigissi96 

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE