Reuters / Toby Melville

In un quadro storico caratterizzato da sempre più influenti derive illibertarie, estremiste e populiste, l’Unione Europea resta un contesto civile, policentrico e multiculturale sicuro e senza alcuna barriera fisica o mentale. Ciò grazie alla salvaguardia e alla promozione della diversità, al rispetto dell’altro a prescindere da etnia, religione e provenienza, alla libertà di opinione e parola, senza alcun ricorso alle armi.


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Un atto gratuito di autolesionismo”, così il Financial Times definisce il referendum del prossimo 23 Giugno, improntato su un avvilente “noi” e “loro”, che sancirà il futuro sulla permanenza o meno del Regno Unito all’interno dell’UE; certo è che la tornata referendaria ha lasciato spazio alla riemersione di un nazionalismo tribale e razzista, caratterizzato spesso anche da ignoranza, che era stato sepolto da decenni di illuminata politica democratica.

Come ci ricorda Federico Dezzani, autore di diversi libri in ambito di economia e politica, la Gran Bretagna ha insito nelle sue radici un caratteristico paradosso: da una parte, è “storicamente allergica” ai progetti di unificazione a livello sovranazionale ma, dall’altra, si configura nella City come epicentro della finanza mondiale, sin dall’Ottocento fautrice di una federazione dell’Europa sul modello USA.

Ma è altrettanto interessante notare come la stessa contraddizione si distingua anche nelle scelte dell’attuale Primo Ministro David Cameron: a conclusione delle legislative nel maggio 2015, egli prometteva un referendum quasi come espediente politico per suggellare il consenso del popolino, e ora potrebbe finire divorato nelle fauci di un mostro da lui stesso creato, incapace di convincere la nazione della disastrosa situazione cui va incontro in caso di fuoriuscita dall'UE.

Secondo i dati rilasciati dalla Commissione Elettorale Britannica, dall'inizio di giugno 211mila giovani con meno di 25 anni e 240mila 25-34enni hanno richiesto la registrazione: tocca ancora una volta ai Millennials far sentire la propria voce per difendere le loro radici più che mai europee, per un cambiamento che comunque non vorrebbe dire accontentarsi dello status quo ma, anzi, credere in un progetto a lungo termine. Siamo la chiave di volta per un risultato finale che rispecchi quelli che sono i nostri ideali e le nostre aspirazioni.

Ad immaginare “Come sarà l’Europa nel 2026 se vince Brexit” è l’economista Gianni De Fraja: la creazione di due blocchi economicamente e culturalmente separati, giochi di potere fra leader politici inesperti, quasi una sorta di guerra civile che riporta al passato invece di spingerci verso il futuro.

Potenziale realtà o soltanto immaginazione? Agli inglesi l’ardua sentenza.

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