Il neo eletto Rettore dell'Università Bocconi Gianmario Verona.
Il neo eletto Rettore dell'Università Bocconi Gianmario Verona.

Sappiamo come, negli ultimi anni, l’Università quale istituzione abbia dovuto confrontarsi con un contesto nuovo, giovane e innovatore le cui esigenze sono necessariamente diverse da quelle delle generazioni precedenti: di questo, di Milano, startup e progresso scientifico abbiamo parlato con il neo eletto Rettore dell’Università Bocconi, Gianmario Verona.


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Quali considera le reali sfide che lei e la sua squadra avranno da affrontare nei prossimi due anni?

Due sono gli obiettivi principali che ci siamo prefissati di raggiungere negli anni di mandato: investire in capitale umano ed innovare sul modello pedagogico di insegnamento.

Sul primo punto, sappiamo che le università di successo sono composte sia di ottimi ricercatori che di ottimi studenti. Cercheremo quindi di attrarre, da un lato, i migliori accademici nelle varie discipline, con un particolare occhio rivolto verso i nuovi percorsi di studio offerti fra cui Scienze Politiche e Data Science. Dall’altro, ci proponiamo di rafforzare la qualità dei nostri studenti: questo attraverso il perfezionamento dei processi selettivi e l’ampliamento dei canali di marketing della proposta educativa offerta dall’Università Bocconi, non soltanto verso l’Italia, dove già riusciamo ad attrarre molte eccellenze, ma soprattutto nei confronti del panorama internazionale.

Per quanto riguarda la seconda sfida invece partirei dal constatare che la maggior parte delle università europee sono ancora legate a un modello tradizionale di apprendimento frontale. Il nostro compito deve essere quindi quello di imparare ad utilizzare al meglio le tecnologie per innovare sui processi didattici senza tralasciare i contenuti. In questo senso è necessario quindi ottimizzare il tempo che uno studente spende dentro e fuori l’aula: a differenza delle generazioni precedenti, i Millennials hanno a disposizione mezzi di autoapprendimento potenzialmente illimitati. Ciò dovrebbe farci riflettere su come rendere le lezioni vis à vis più utili a livello pratico.

Inoltre, ci troviamo in un momento storico particolarmente fervente con l’avvento dei  cosiddetti Big Data: ci proponiamo quindi già dall’anno prossimo di offrire agli studenti gli strumenti necessari per imparare a maneggiare questa grande quantità di informazioni attraverso corsi di coding e programmazione.

Tutte le università si stanno confrontando su quest’ultima tematica ma ancora non è stato creato un modello di riferimento: c’è spazio per inserirsi quindi in un “mercato” ancora aperto e ritagliarsi la propria fetta.

Come pensa che la Bocconi possa rapportarsi alla sempre più incalzante competizione con il mondo universitario angloamericano?  

Questa differenza fra il mondo universitario angloamericano e quello europeo nasce nel passato se vogliamo. Sappiamo che l’Università in quanto tale è nata proprio in Italia con il concetto di fondo dell’insegnamento: non a caso colui che insegna viene definito docente, dal latino “docere”.

Dagli anni Sessanta in poi però è emerso come il ruolo dell’università non debba essere solo quello di “insegnare” ma quello di creare conoscenza, modelli di apprendimento e approfondimento. Non a caso i professori di stampo anglo-americano vengono chiamati “scholars”, ricercatori.

Le università europee negli ultimi anni hanno cercato di mettersi al passo cominciando ad investire consistentemente nella ricerca. Bocconi dal canto suo ci è riuscita e sta sviluppando passo dopo passo un suo vantaggio competitivo attraendo i migliori studenti italiani e stranieri.

Nel 2015 usciva il suo editoriale intitolato “Costruirsi la Silicon Valley in casa con la corporate entrepreneurship.” in cui preannunciava il passaggio da un vecchio capitalismo manageriale ad una nuova entità imprenditoriale fondata su una nuova struttura aziendale più dinamica e flessibile, capace di portare innovazione e creatività. Pensa tutto ciò stia realmente accadendo nel panorama italiano? Quanto ancora dovremmo aspettare per vedere Milano paragonata a Palo Alto?

Milano, città attiva e viva sotto ogni punto di vista, capitale europea interconnessa, non sarà mai una Silicon Valley. Mi spiego meglio facendo un esempio. Lo stesso Mark Zuckerberg, fondatore del social network per eccellenza, Facebook, si spostava da Harvard in California per portare avanti la sua idea di successo.

Ogni polo metropolitano moderno che possiede grandi capacità attrattive come ad esempio Stoccolma, Berlino, Tel-Aviv deve sviluppare una sua identità perché c’è ancora spazio per distinguersi.

Il capoluogo lombardo sta lavorando in questa direzione distinguendosi in campo scientifico. Si pensi al numero di studenti che accoglie, circa 200.000, oppure all’alto profilo nell’ambito delle scienze della vita con l’Istituto Europeo di Oncologia, l’Humanitas e l’Università San Raffaele; e ancora, il Politecnico di Milano e tutto ciò che riguarda il design e la moda.

L’Italia stenta ancora a decollare dopo la crisi economica e finanziaria, la ripresa sembra quanto mai macchinosa e, soprattutto, lontana. A questo proposito, quanto ritiene valido l’assunto secondo cui le nostre economie possano rimettersi in piedi puntando sulla creazione di un motore più efficiente per la crescita e lo sviluppo delle startup?

Le nuove tecnologie creano una condivisione di idee sempre maggiore e l’accesso alle informazioni permette senza dubbio di favorire l’imprenditorialità ma a mio parere sembra azzardato identificare nella nascita di nuove imprese la possibile via di uscita dalla crisi, dato il debito straordinariamente importante del nostro paese, l’assetto finanziario ancora poco solido e la sentita necessità di regolamentazioni strutturali.

Fatta questa premessa, ciò non ci impedisce di puntare sui settori che ci hanno storicamente trainato: micromeccanica, medicale, fashion, food and beverage. Innestare su queste salde fondamenta un elemento di imprenditorialità nuovo non porterebbe che benefici al paese. Tuttavia, ci vorrebbe forse più coraggio e una legislazione più favorevole a questo tipo di dinamiche e iniziative. Bisogna insistere per tirar fuori qualche risultato che ci possa far sorridere.

Il CERN di Ginevra, o il consorzio aerospaziale europeo, ci ricordano come le “disruptive innovations” del XXI secolo siano realizzate all’interno di contesti istituzionalmente impegnati in attività di ricerca e sviluppo; dall’altro lato invece, permangono casi celebri di innovazioni epocali quali Facebook e Google, realizzate partendo da piccole iniziative. Secondo il suo parere quale dovrebbe essere il giusto mix di luoghi di innovazione di cui l’Italia, come ogni paese, dovrebbe disporre?

Sicuramente con la creazione dell’Iit a Genova oppure con il progetto dello Human Tecnopol qui a Milano, anche l’Italia potrebbe potenzialmente creare ambienti fertili per dar vita a “disruptive innovations”. Nonostante ciò non possiamo legare più l’idea di imprenditorialità ad un particolare modello.

E’ necessario trovare un compromesso fra i due ma non esiste un mix che definiremmo “giusto” rispetto alle esigenze italiane. Il concetto di innovazione moderna è irrimediabilmente legato alle logiche di piattaforma secondo cui l’invenzione non è più quella radicale che deriva dalla conoscenza o dal sapere teorico ma si innesta sull’opportunità, fornitaci dal mondo digitale, di creare cambiamento immettendoci in rete e condividendo nuove visioni: Yoox o Eataly sono ad esempio frutto di questa attuale tendenza.

A conclusione, come definirebbe il modello italiano per l’innovazione attualmente più gettonato? Sempre che ne esista realmente uno. Sarà capace il capoluogo lombardo di applicare le metodologie provenienti da oltreoceano per sostenere il fiorire di un ecosistema sano e competitivo per le imprese del futuro?

L’azienda italiana di stampo familiare (Ferrero, Barilla o Ferrari) e lo startupper americano potrebbero, ad esempio, identificare due stereotipi imprenditoriali. Tuttavia, siamo in un periodo che si contraddistingue per la sua mancanza di estremi così rappresentati. Ciò grazie alla globalizzazione e la nascita di nuove tecnologie che gradualmente stanno riducendo l’importanza delle economie di scala, in particolare nei servizi. Inoltre, non sappiamo se siano o meno modelli sostenibili per il futuro. Nonostante questo, dobbiamo essere consapevoli della necessità di una politica industriale seria per il nostro paese: investire nei settori per cui ne vale la pena, fare delle scelte ben precise con un orientamento di lungo termine. In un contesto politico così fragile, la situazione si prospetta più complicata ma dobbiamo continuare a crederci, investire e promuovere la nostra Italia.

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