I capelli di un giovane americano dipinti a stelle e strisce. REUTERS/Jim Young (
I capelli di un giovane americano dipinti a stelle e strisce. REUTERS/Jim Young (

La nostra generazione, quella dei cosiddetti Millennials, dovrebbe configurarsi come assolutamente globale. Siamo cittadini del mondo.


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Abbiamo uno o più posti in cui ci sentiamo realizzati, sereni, a casa - e spesso non sono nel Paese in cui siamo nati e cresciuti. La nostra vita è mobile: cambiamo spesso città, paese, carriera. Cambiamo interessi e preferenze così di frequente da aver eradicato il concetto di proprietà. Non compriamo macchine e case, ma le condividiamo. Viviamo anche (ma non solo) di tecnologia, e sappiamo che grazie ad essa amicizie, amori e economia non sono più costretti dal mero fattore fisico della distanza. Sappiamo bene che la crescita economica, come quella personale, può derivare solo dal libero scambio di idee e di opinioni. Noi, i Millennials, sappiamo bene, dunque, che il mondo in cui viviamo è interconnesso – e che la costruzione di muri non è e non potrà mai essere la soluzione.

C’è da dire che la Storia ha un gran senso dell’umorismo. Solo così si spiega il demoralizzante parallelismo fra gli avvenimenti di Mercoledì 9 Novembre e lo stesso giorno di 27 anni fa: i nostri genitori sono cresciuti in un mondo in cui le battaglie erano per unire, non dividere. Hanno vissuto un'Europa che maturava, accettava, includeva. Hanno vissuto in un mondo in cui il muro di Berlino crollava, la gente si abbracciava, file interminabili di macchine passavano da Est ad Ovest. I nostri genitori hanno vissuto l’entusiasmo di un secolo che prometteva unione, globalizzazione, accoglienza.

Ed ora ci tocca sentire: Make America Great Again.

Nel 2012, il presidente Obama si è accaparrato il voto di circa il 60% dei Millennials (nel 2008 addirittura il 66%) mentre secondo gli exit polls dello scorso Martedì, i numeri indicavano per Clinton il 53% degli elettori di età compresa tra 25-29 e il 56% di quelli 18-24.

La domanda, dunque, è perché noi Millennials, non abbiamo impedito tutto questo: sarà stato il cinismo, se non addirittura l'odio, verso Hillary Clinton e l’establishment che ella rappresenta? O forse la sua incapacità nel raccogliere sostenitori fra coloro che si appellavano a Bernie Sanders?

Se riflettiamo un attimo, tuttavia, riusciamo a scorgere anche qualcosa di più profondo: un’infelice commistione di relativismo morale, ignoranza storica, e forse, narcisismo.

La nostra generazione - nata fra il 1982 e il 2000 - è la prima del dopoguerra ad aver raggiunto la maggiore età dopo la guerra fredda, a differenza dei cosiddetti Baby boomers, cresciuti ascoltando i racconti dei loro genitori sull’eroismo americano durante la Seconda Guerra Mondiale e le depredazioni del comunismo internazionale. Trevor Thrall, co-autore di uno studio sul rapporto fra Millennials e politica estera USA, ha confessato in un’intervista per “Voice of America” che i giovani americani percepiscono il mondo come significativamente meno minaccioso dei loro predecessori, sono più favorevoli alla cooperazione internazionale e meno nei confronti dell'uso della forza militare. Ma soprattutto sono anche profondamente scettici, come Trump, di quello che potremmo definire eccezionalismo americano (solo il 32% dei Millennials crede nella superiorità dell’ America rispetto agli altri paesi contro il 64% dei Baby boomers).

Siamo troppo giovani per aver vissuto il totalitarismo, le torture, la censura, la violenza, né le abbiamo sentite raccontare dai nostri genitori. Non riconosciamo, dunque, l’eco del fascismo nei discorsi di Trump. Siamo cresciuti in un mondo in cui la democrazia è un valore indiscusso, e dunque non la riconosciamo più come fondamento del nostro vivere insieme. È allarmante, ma non totalmente inaspettato, che solamente il 31% dei giovani Americani ritenga che un governo democratico sia necessario.

Ancora, qualche mese fa, sul Times, Joel Stein ci definiva come la “narcisistic generation”, mentre Jean Twenge ci ha descritti in un libro chiamato “Generation Me” come egoisti ed ego-concentrati, troppo interessati a quel che succede sullo schermo dei nostri smartphones per rispondere agli imperativi politici. Questa scusa, però, non regge. L’eterna cantilena Ah! I ragazzi d’oggi, accusa ripetuta di generazione in generazione, non può essere l’unica spiegazione.

A vent’anni si è idealisti. A vent’anni, ci barrichiamo su inattaccabili ideali senza accettare compromessi. Molti giovani della nostra età hanno preferito lavarsi le mani del risultato di quest’elezione, piuttosto che votare il “meno peggio”: non hanno votato, o si sono rivolti a candidati minori, che in questa elezione hanno ricevuto l’8% dei voti dei Millennials, paragonati a solo il 3% quattro anni fa.

Questa elezione è quindi per tutti noi un forte richiamo alla politica. Un richiamo al nostro dovere di fermare l’avanzata del populismo, dell’odio, della paura, della xenofobia. La nostra generazione - internazionale, informata, impegnata, speranzosa - ha la possibilità di invertire la tendenza. Ha l'obbligo di far vincere la speranza, l'inclusione, di sconfiggere l'immobilismo politico e morale.

Si ringrazia Claudia Broggi per la collaborazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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