Siamo stati abituati negli ultimi anni a considerare i Millennials come la generazione più esposta al mondo globalizzato: smartphones, social media, trasporti e comunicazioni sempre più efficienti hanno contribuito sicuramente ad accorciare le distanze, sia fisiche che virtuali.

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Sanno cosa vogliono e dove cercarlo”è stato uno dei mantra più diffusi per identificarci.


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Sin dal liceo, siamo abituati ad andare a ritmi sempre piùfrenetici, date le continue scelte che dobbiamo affrontare, dal percorso universitario, passando per l’esperienza Erasmus (oramai un vero e proprio simbolo di questa generazione senza barriere) fino ad arrivare a potenziali esperienze lavorative, volte ad anticipare sempre di piùi tempi e a rendere più consapevole e competente ogni ragazzo che si prepara ad affacciarsi al mondo del lavoro.

Purtroppo, quella che viene dipinta è spesso solo una parte di un quadro in realtà ben più complesso e preoccupante. Negli ultimi anni, una sorta di vera e propria “generazione nella generazione” sta prendendo campo, si tratta dei cosiddetti NEET, ovvero i giovani “Not in Education, Employment or Training, rimasti esclusi sia dal mondo della formazione che da quello del lavoro: non studiano, non frequentano corsi di formazione e non riescono a trovare lavoro.

La percentuale di NEET in Italia è tra le più alte dEuropa: il 25,6% dei ragazzi fra i 15 e i 29 anni non lavorano e non studiano.  Secondo una classifica stilata dall’Ocse saremmo secondi dopo la Turchia. Dati simili ai nostri si trovano in Bulgaria e in Grecia. Il divario è incredibilmente ampio se si prendono come riferimento i maggiori paesi europei: in Germania la percentuale di NEET è dell’8,7, e in Francia del 13,8.

Concentrandoci sulla nostra nazione, l’area più colpita è sicuramente il Sud, in particolar modo due regioni su tutte: la Sicilia, che vede rientrare quasi il 40% dei suoi giovani in questa categoria e la Campania, con quasi 8 giovani donne su 10 emarginate a livello sociale ed economico. La terza regione più interessata da questo fenomeno è la Lombardia con 250.000 NEET dove, solo a Milano, vivono oltre 80.000 mila giovani inattivi.

EUROSTAT (2014): % dei NEET in EuropaEUROSTAT (2014): % dei NEET in Europa

Secondo Alessandro Rosina, demografo dell'Università Cattolica e curatore del Rapporto Giovani nonché autore del libro “Neet. Giovani che non studiano e non lavorano, diversi sono gli elementi che caratterizzano l’elevato numero di Neet in Italia: « I giovani con carenti competenze e in condizione di disagio sociale, a rischio di marginalizzazione permanente, ma anche neodiplomati e neolaureati con buone potenzialitàma con tempi lunghi di collocazione nel mercato del lavoro per le difficoltà di valorizzazione del capitale umano nel sistema produttivo italiano ».

Due sono i principali problemi: da una parte, la mancanza di titoli (minimi) e competenze sufficienti e dall’altra, l’impossibilità di accedere al mercato del lavoro nonostante la preparazione e le qualifiche acquisite. Entrambi rischiano di portare a un risultato comune: bassi livelli di autostima, sfiducia nei confronti della società e un evidente rischio di isolamento sociale (sono numerosi i NEET che si chiudono in casa, utilizzando come principale strumento comunicativo il web) e immobilismo. Senza lo studio, le esperienze formative o lavorative, i ragazzi rischiano di perdersi in quello che dovrebbe essere il cammino di crescita verso l’autonomia e l’etàadulta. Entrambe sembrano mancare a questi eterni Peter Pan dellemarginazione sociale, chiusi per lo più in casa con i propri genitori fino all’età di trent’anni.

Cosa fare a riguardo? Le tradizionali politiche economiche e sociali sembrano aver fallito considerando il così elevato numero di NEET italiani. “Garanzia Giovani, ponendo al centro il tema della disoccupazione giovanile, e inserendo il tema delle competenze nel mondo dell’istruzione, ha promosso la collaborazione tra il settore pubblico e quello privato. Seppure si possa trattare di una mossa vincente per contrastare la disoccupazione giovanile, essa sembra non riuscire ad intercettare una parte consistente dei NEET, con competenze spesso troppo basse per accedere al mondo del lavoro, e fin troppo scoraggiati per mettersi a ricercare attivamente una qualsiasi opportunità.

A questo problema sta cercando di rispondere anche la Fondazione Cariplo, che attraverso il programma Neetwork (inaugurato a Luglio 2015) ha rintracciato attraverso il suo sito e delle campagne Facebook mirate, ragazzi tra i 18 e i 24 anni con licenza media e disoccupati da almeno 6 mesi, offrendogli un tirocinio remunerato presso organizzazioni no profit sul territorio lombardo. Seppure sia ancora troppo presto per tirare conclusioni definitive, la risposta è stata molto positiva: 1000 giovani hanno mostrato interesse per il progetto, che include oltre all’aspetto della formazione lavorativa, quello del supporto psicologico, fondamentale per sviscerare le insofferenze di una generazione poco compresa.

Analizzando il fenomeno, è evidente quindi che servano metodi non convenzionali e informali per attirare una platea che (all’apparenza) non vuole essere attirata: l’utilizzo dei social e l’ascolto dei messaggi di allarme lanciati da gli stessi genitori e nonni (spesso sono loro a permettere che alcuni NEET vengano rintracciati) sembrano essere due degli elementi vincenti.

Siamo davanti ad una generazione che sta perdendo sempre di più il contatto con la realtà economico-sociale del paese e che rischia di non avere una voce, di non potersi affermare e passare quasi inosservata nella frenesia del nuovo millennio: una generazione che non fa rumore.

Sbaglia chi in passato ha liquidato il fenomeno parlando di una distesa (immensa) di ragazzi “choosy”o fin troppo bamboccioni per lasciare casa e staccarsi dal nido. Siamo davanti ad un fenomeno ben più complesso e pieno di diverse sfaccettature, che interessa una notevole parte della popolazione giovanile  italiana. Forse, nella frenetica società del nuovo millennio, quello di cui noi giovani abbiamo bisogno sono meno etichette e più sforzi concreti per comprendere le nostre insofferenze e difficoltà reali.

Si ringrazia Enrico Genovese per la collaborazione.

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