Lo scorso giovedì 13 ottobre l’Università Bocconi ha ospitato l’undicesima Rodolfo Debenedetti Lecture con il titolo “The Economics and Politics of Refugee Migration” e a discuterne è stato Christian Dustmann. Per chi non lo conoscesse parliamo uno dei più influenti economisti a livello mondiale in tematiche di immigrazione e mercato del lavoro: non a caso, oltre ad essere docente ordinario di economia presso l’University College London,  è direttore del Centre for Research and Analysis of Migration (CReAM), presidente della European Society of Labour Economists (EALE), ed ancora, responsabile del Norface Research Programme on Migration.

Un cartello con la scritta "A casa in tutto il mondo" nel corso di una marcia di solidarietà nazionale a Bruxelles. REUTERS / Francois Lenoir
Un cartello con la scritta "A casa in tutto il mondo" nel corso di una marcia di solidarietà nazionale a Bruxelles. REUTERS / Francois Lenoir

In qualità di massimo esperto in materia, il professore si è preoccupato di fornire a tutti i presenti una panoramica attuale, sintetica, ma allo stesso tempo esaustiva, sulle sue analisi circa i flussi migratori dei rifugiati, descrivendo nello specifico il volto dell’odierna crisi che sta vivendo l’Unione Europea. Entriamo dunque nel dettaglio.


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Ad aprire la presentazione è stata premura di Christian Dustmann offrirci una definizione chiara di cosa si intenda per rifugiato: facendo riferimento all’articolo 1(A)(2) della Convention sullo Status dei Rifugiati (1951) e il suo Protocollo (1967), lo designiamo come qualcuno che: “owing to a well-founded fear of being persecuted for reasons of race, religion, nationality, membership of a particular social group or political opinion, is outside the country of his nationality and is unable, or owing to such fear, is unwilling to avail himself of the protection of that country; or who, not having a nationality and being outside the country of his former habitual residence as a result of such events, is unable or, owing to such fear, is unwilling to return to it.”

Fondamentale è stata quindi la distinzione fra immigrato per ragioni economiche, colui che decide di lasciare il paese di origine di sua spontanea volontà al fine di migliorare le proprie condizioni, e rifugiato, appunto colui che è costretto ad abbandonare tutto per le ragioni di cui sopra.

Anche se apparentemente scontata come diversificazione, essa viene ad assumere un valore cruciale quando si tratta di studiare l’efficacia delle politiche da implementare per affrontare in maniera corretta il problema.

Tuttavia, sappiamo che, se anche l’individuo in questione non dovrebbe soddisfare completamente i requisiti citati dal trafiletto, esso non potrà comunque essere rispedito indietro dove la sua vita potrebbe essere messa a repentaglio. E’ per questo che sono nate numerose forme di protezioni “sussidiarie” o temporanee, le quali rendono il campo di azione dei policy maker ancora più tortuoso, aumentando l’eterogeneità fra le tipologie di soggetti coinvolti.

Ad aggravare la situazione in questo senso è poi la mancanza di una singola e armonizzata politica di asilo comune a livello europeo dopo il tentativo fallito risalente alla Dublin Convention del 1990. Ciò ha generato una forte mancanza di coordinazione in termini di politiche pratiche proposte dalle entità statali, a partire, per esempio, dalle tempistiche di accesso dei rifugiati al mercato del lavoro (parliamo di 1 mese per il Portogallo e un anno per Francia e UK). Sempre su questa scia di forti divergenze, prendendo come campione la Siria, il tecnico ha messo in evidenza quanto varie siano fra i diversi stati le percentuali di rifugiati che hanno ottenuto effettivamente lo status, passando dall’80% in Germania ad un misero 10% in Svezia.

In un secondo momento, illustrando le proporzioni e le differenti tipologie di spostamenti, di attraversamenti illegali dei confini e di caratteristiche dei richiedenti asilo, ha esaminato, facendo riferimento alle sue ricerche correnti, il trade-off tra accoglienza a lungo termine e protezione temporanea e come il fenomeno migratorio abbia contribuito alla crescita dei partiti populisti.

Ci sembra quindi inevitabile pensare alla imminente necessità di un framework di regolamentazioni comuni per tutti gli stati membri dell’Unione basato su due pilastri fondamentali:

  1. politiche coordinate che proteggano i confini esterni dell'UE e si occupino delle richieste di asilo prima che i rifugiati abbiano raggiunto l’Europa continentale;
  2. un meccanismo di allocazione che distribuisca più equamente l'onere dei flussi migratori di rifugiati fra i paesi, che sia allo stesso tempo sufficientemente flessibile da tenere conto della diversità dei vari contesti nazionali e delle loro circostanze politiche.

 

A conclusione della conferenza, il professor Dustmann ha sottolineato come queste e molte altre sono le sfide che attendono il nostro continente nel prossimo futuro: la strada è lunga, ma forse saranno proprio le nuove generazioni a poter contribuire maggiormente alla costruzione di un’Europa nuova, solidale e tollerante.

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