Due semplici parole, che racchiudono in sé un intero ecosistema di significati.La “Sharing Economy” è ormai da qualche anno entrata prepotentemente nel vocabolario corrente della popolazione mondiale, parallelamente ad una turbina di innovazione che sta interessando sempre più servizi e strumenti tecnologici della vita quotidiana.

Photo credit greenme.it
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Definire in maniera univoca la sharing economy sarebbe riduttivo; la traduzione letterale fa capo ad una “economia collaborativa o della condivisione”, definizione macroscopica che fa riferimento ad alcuni ambiti settoriali della vita associata, fra i quali trasporti e alloggi tra privati, finanza collaborativa, servizi domestici e professionali su richiesta, nei cui confronti si innesta, e fa da sfondo, un complesso reticolato di interessi, che ricalca la canonica contrapposizione fra la “vecchia” economia e la “nuova”.


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Stiamo assistendo infatti, all'affermazione progressiva di un nuovo mercato, caratterizzato dalla riorganizzazione della domanda e dell'offerta in cui il ruolo chiave è giocato dagli utenti, che si regge su un modello “peer” in cui i soggetti coinvolti scambiano beni e servizi per un tempo limitato e sulla base di reciproche concessioni.

Questo modello non rappresenta una reazione temporanea alla crisi, ma è parte di una trasformazione in atto più ampia che a livello globale passa attraverso l’utilizzo delle tecnologie digitali verso la ricerca di un nuovo equilibrio tra mercato, Stato e società.

Basti pensare a piattaforme come Bla Bla Car o Uber, servizi di trasporto automobilistico privato che attraverso un'applicazione software mobile mettono in collegamento diretto passeggeri e autisti, rivoluzionando letteralmente il car sharing, o portali come Airbnb che mettono in contatto utenti in cerca di un alloggio o di una camera per brevi periodi, con persone che dispongono di uno spazio extra da affittare.

Questi appena citati sono solo alcuni dei numerosi esempi di quell' 'universo collaborativo' che, mettendo direttamente in contatto le persone, promuove uno sfruttamento ciclico delle risorse attraverso la condivisione, lo scambio e la vendita di beni, tempo e denaro. Così facendo, si promuovono nuovi stili di vita improntati al risparmio o alla ridistribuzione del denaro, che favoriscono la salvaguardia dell’ambiente e l'interazione sociale.

L'orizzonte tracciato da questi servizi innovativi è perseguito con veemenza dall'Europa, che vede nella sharing economy uno degli strumenti privilegiati per una crescita economica potenzialmente enorme.

Secondo uno studio di PwC, un network internazionale che fornisce servizi professionali di consulenza e direzione strategica, infatti, in Europa dal 2015 si è assistito ad una forte diffusione delle imprese che operano nella sharing economy, andando ad incrementare un mercato che, ad oggi, conta oltre 275 società e vale 28 miliardi di euro, cifra destinata a salire e sfiorare 500 miliardi di euro entro il 2025.

E l'Italia in che posizione si colloca rispetto a questo mercato nascente?

Una ricerca commissionata da PHD Italia e condotta nel giugno 2016 dall’Università degli Studi di Pavia ha affermato che nel 2015 il mercato della sharing economy ha generato nello “stivale” un giro d’affari pari a 3,5 miliardi di euro, coinvolgendo 97 piattaforme collaborative e 41 attive per il crowdfunding, cifra che potrebbe arrivare, tra 10 anni, ad una crescita di 25 miliardi. 

Segno incontrovertibile che l'Italia sta investendo in questo settore, anche se fa ancora fatica a trarre un completo beneficio dalla sharing economy, a causa di alcuni motivi di carattere strutturale: tra questi, un ritardo congenito nel processo di digitalizzazione dell’economia e della società (confermato per altro dal Digital Economy and Society Index del 2016) ma soprattutto un'eccessiva  "disomogeneità generazionale” tra i fruitori di questi servizi innovativi.

Nel nostro Paese, infatti, sono quasi esclusivamente i Millenials, giovani che appartengono ad una fascia d’età compresa tra i 18 e i 34 anni, ad utilizzare i servizi di sharing economy.

Il motivo? Innanzitutto una “naturale” familiarità con gli strumenti tecnologici (l'87 % è mobilefirst), che gli permette di comprendere in maniera veloce le dinamiche dei servizi in questione. Inoltre, rispetto al passato, anche per ragioni di risparmio, sempre più giovani indipendenti stanno maturando una cultura della condivisione e dell’accesso interscambiabile ai beni e ai servizi più che al mero possesso di questi ultimi.

Il dato, se da un lato certifica una massiccia base di fruitori “giovani” (circa il 74%), sottolinea altresì la quasi totale mancanza di utenti nelle fasce d'età superiori, dai 44 anni in su (>12%).

Dunque quali possono essere le prospettive di crescita e i settori su cui insistere per determinare un ampliamento significativo di questo “growing market”, tali da raggiungere le stime poc'anzi delineate?

Sicuramente, ampliare il coinvolgimento della popolazione nei target di riferimento della sharing economy è uno dei primi passi da intraprendere. Per far questo, occorre una diffusione ancor più capillare e funzionale dei servizi di condivisione. Far breccia nelle ritrosie degli operatori della “old economy”, sottolineando prospettive concrete di guadagno maggiore, potrebbe essere la chiave.  Questo porterebbe ad un incremento di mercato con valore tra lo 0,7% e l’1,3% del PIL nel 2025. Una proiezione ottimistica che sottolinea come l’innovazione e il digitale possano essere un volano per l’economia italiana ed internazionale.

Un altro elemento fondamentale è regolarizzare l'apparato normativo in cui si immerge questa innovativa forma di economia ancora eccessivamente incerto, localizzato in una sorta di “terra di nessuno” e fonte, soprattutto negli ultimi mesi, di rilevanti proteste (si pensi a quelle dei tassisti italiani contro Uber).

A riguardo, Linda Lanzillotta, vicepresidente del Senato, ha affermato che queste resistenze sono del tutto comprensibili e legittime; deve spettare alle istituzioni tutelarle senza necessariamente arrestare il progresso con una normativa che coniughi interessi che sono solo apparentemente in conflitto.

Secondo l’economista Rob Vaughan, infatti, «per affermarsi come mercato di riferimento ed incubatore per la sharing economy, l’Europa deve sviluppare un contesto normativo più omogeneo, coordinato e dinamico tra gli stati membri. A tal proposito, l’Agenda Europea per la sharing economy della Commissione UE promuove la revisione da parte di ogni membro della normativa domestica e l’eliminazione di ogni barriera, garantendo la tutela della concorrenza e la protezione dei diritti dei lavoratori e dei consumatori. Sarà fondamentale da parte della politica un approccio fondato sulle evidenze ed insieme agire, per collaborare con le aziende della sharing economy e mettere alla prova i cambiamenti normativi».

E' e sarà soltanto colmando queste lacune che la sharing economy potrà rappresentare senza filtri una nuova direzione per l'economia italiana, europea ed internazionale nel futuro prossimo, ed incarnare, davvero, una virtuosa e positiva diffusione di un “leale” principio della concorrenza, che permetta di guardare al futuro senza più timori.

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