REUTERS/Joshua Roberts

Le università americane sono in cima a tutte le classifiche riguardanti la qualità dell’insegnamento e il cosiddetto “Career Service”. Gli studenti che completano un ciclo di studi negli Usa registrano infatti gli intervalli più piccoli tra fine degli studi e inizio di un primo lavoro. Tuttavia, l’investimento che le famiglie devono programmare per garantire una formazione universitaria ai propri figli è importante: per entrare in un’università privata di alto livello, la retta media annuale si aggira intorno ai 40/45mila dollari, ai quali vanno aggiunti 15/20mila dollari per la residenza in campus.


LEGGI ANCHE : Rivelato il piano russo di Trump


Non si può dire la stessa cosa dell’Europa, che trova una mitigazione in un sistema universitario in prevalenza pubblico e che vede anche le università private di prima fascia non superare mai i 20/25mila dollari di retta annuale. Abbiamo quindi da una parte il sistema innovativo americano, caratterizzato da una serie di servizi che, al fianco dell’insegnamento, vengono messi a disposizione dello studente; dall’altra, una maggiore focalizzazione sull’apprendimento a livello teorico nelle regioni europee, che sfornano studenti preparatissimi ma meno competitivi e al passo con il mondo di oggi.

E’ per far fronte a questo enorme impegno finanziario che il sistema negli Usa si è articolato in un intreccio di crediti e debiti, pubblici e privati. Gli americani devono 1.3 miliardi di dollari di prestiti agli studenti per garantire il loro percorso di studi universitari. Su 15 milioni di ragazzi (dei quali 500mila stranieri), più di 7 milioni di mutuatari sono oggi in default, altrettanti sono in ritardo con i pagamenti.

Nel corso degli anni, le “tuition fees” sono aumentate in modo considerevole: l'importo medio annuo che gli studenti versano alle università è cresciuto dell’80% tra il 2000 e il 2014. Si salvano i fortunati che ricevono borse di studio (o sussidi) per il raggiungimento di successi accademici o sportivi, opportunità da non sottovalutare, dal momento che rappresentano un terzo del totale, anche se solo il 20% degli studenti stranieri.

Studiare negli Usa è senza dubbio un investimento proiettato sulle attese di un impiego che prevede remunerazioni più elevate di quelle europee. Nel 70% dei casi, c’è anche lo Stato che contribuisce a sostenere le famiglie tramite gli “student loans”: il debito di laurea di uno studente nei confronti dello Stato è di circa 30mila dollari per chi completa gli studi, con un periodo di rimborso di 10 anni, forse troppo breve se lo si paragona a paesi come l’Inghilterra (30 anni), la Svezia (25 anni) o la Germania (20 anni). Un’ulteriore rigidità è quella di non condizionare il rimborso alla situazione economica del singolo studente. In Australia, ad esempio, i mutuatari sono esentati dai rimborsi fino a quando le loro retribuzioni non superino i 40mila dollari.

L'amministrazione del presidente Obama si sta dando da fare per alleggerire l’onere per i mutuatari, potenziando le sovvenzioni per i meno facoltosi e introducendo programmi che regolano i rimborsi in base alle dimensioni degli stipendi dei laureati. In prospettiva, i due contendenti alla futura presidenza hanno annunciato le seguenti iniziative. La candidata democratica Hillary Clinton ha presentato un piano di 350 miliardi di dollari per 10 anni, il cui obiettivo è permettere agli studenti mutuatari di ripagare i debiti a tassi d’interesse inferiori. Sul versante repubblicano, Donald Trump è stato più generico ma ha annunciato comunque misure simili a quelle della sua avversaria.

In definitiva, sembra indispensabile apportare dei correttivi ad un sistema di studi universitari che appare non più sostenibile. Eccessivo è infatti lo squilibrio tra investimento iniziale e primi redditi effettivi, quanto più se si considera che gli atenei europei, più accoglienti dal punto di vista finanziario, stanno guadagnando sempre più visibilità a livello internazionale e delineando un buon collegamento con il mondo del lavoro. A questo punto, ci cominciamo a chiedere se valga sempre la pena di caricarsi le spalle di un tale peso. Seguiremo con attenzione le decisioni della prossima amministrazione americana e nel frattempo invitiamo tutti i nostri colleghi a scegliere la propria università non solo sulla base delle classifiche più gettonate ma anche a seguito di valutazioni culturali e geopolitiche.

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE