Hanno subito il giogo sovietico per cinquant’anni. Sono gli unici Paesi dell’Ue ad essere stati parte dell’Urss, pur non avendo nulla in comune con la Russia, né per lingua né per religione. Gli restano solo le parolacce.

Credit: Cristina Cori
Credit: Cristina Cori

C’è ancora qualcuno che, quando si parla di Estonia, Lettonia e Lituania, domanda se la loro lingua sia il russo. E quando gli dici di no, allora ti chiede se somiglia al russo. E quando tu gli dici ancora di no, che gli estoni parlano una lingua ugrofinnica mentre lettoni e lituani sono gli ultimi a parlare una lingua baltica, ti viene in mente una cosa: le parolacce.


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Perché i baltici in 25 anni di indipendenza ritrovata dall’Urss, non hanno perso tempo al disfarsi della pesante eredità sovietica. La rivendicazione – sempre fortissima, sin dagli anni della perestrojka – è quella di essere Paesi europei in senso pieno, per cultura, storia e tradizioni. Di non condividere niente – al di fuori di un confine – con il russkij mir, il mondo russo fatto di alfabeto cirillico e religione ortodossa. E’ così che Vilnius, Riga e Tallin hanno rottamato nel giro già di qualche anno qualunque cosa potesse ricordare la presenza sovietica (e in senso lato, russa) sul loro territorio, dalle targhe delle strade coi nomi russi ai monumenti, all’edilizia e persino alle abitudini. Una desovietizzazione lampo – soprattutto rispetto a quella per esempio ucraina che ancora si trascina – che ha lasciato però dietro di sé una traccia. Il turpiloquio.

Geopolitica e parolacce

Prendiamo l’esempio del lituano: una lingua senza parolacce. Non, almeno, di quelle che non si possono dire davanti ai bambini. Il massimo della trivialità che la lingua lituana riesce a esprimere è in espressioni come po velniais, «al diavolo», po Perkūnais, «per Giove», e šūdas, «merda».

Ma quando un lituano s’incazza, per davvero, è chiaro che non bastano. Ed ecco che riemerge il passato “russo”. Che di espressioni forti e colorite è pieno. E infatti i vari, bljat’, kurva, pohuj, nahuj, pizdets – tutti intraducibili in questa rubrica, ma analoghi al peggior turpiloquio che possiamo immaginare – sono ben presenti nel vocabolario lituano.

Non so se qualcuno si sia mai preso la briga di studiare la relazione tra parolacce e geopolitica, ma questo potrebbe essere un caso da esaminare. I baltici hanno ancora il nervo scoperto nei confronti dei russi. E ne conosco più d’uno che prova un piacere perverso nel dover ricorrere al russo per sporcarsi la bocca. È come voler concedere alla Russia un solo spazio, quello della volgarità e dell’oscenità.

Non a caso Agnese Krivade, poetessa lettone, ha scelto di raccontare il rapporto dei lettoni con i russi di Lettonia proprio con l’uso delle parolacce bljat’ e atpizdets, nella sua poesia «Ō».

Un lutto non elaborato

Una bizzarria che oggi assume davvero un significato che va oltre la lingua. Da tre anni ormai i baltici sentono di vivere su una linea del fronte virtuale. I russi e russofoni rimasti dopo l’indipendenza dall’Urss continuano a essere il prodotto di un lutto non elaborato da oltre venticinque anni. Basti vedere il caso dei nepilsoni – i russi, nati e cresciuti in Lettonia, privati della cittadinanza lettone e trasformati in apolidi di fatto.

Proprio la Lettonia è tra i tre il Paese con la maggiore componente russa. Daugavpils è una specie di Donetsk sul Baltico. E la Latgallia, la regione che confina con la Russia, una specie di Donbass. Ma anche l’Estonia non scherza, con la regione di Narva proprio sul confine.

E infatti la presenza russa incombe da oltre confine sull’immaginario collettivo baltico. Tanto che l’ipotesi di un’invasione non è più scacciata con una scrollata di spalle: l’Estonia sta addestrando un esercito partigiano pronto alla guerriglia, la Lituania distribuisce nelle scuole manuali per la resistenza armata e la Lettonia visori notturni e armi da tenere in casa. Perché, se mai dovesse venire il giorno, non ci si potrà difendere solo a parolacce.

@daniloeliatweet

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