photo credit: Latvijas Armija/Flickr
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L’Estonia sta addestrando un esercito partigiano pronto alla guerriglia, la Lituania distribuisce nelle scuole manuali per la resistenza armata e la Lettonia visori notturni e armi da tenere in casa. Tutto per difendersi da soli dalla Russia.


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Nessuno sa veramente se con Trump alla Casa bianca la Nato continuerà a essere quella che conosciamo. E, anche nella migliore delle ipotesi, nessuno sa quale sarebbe la reazione dell’Alleanza atlantica a un’aggressione russa a un Paese baltico in stile Ucraina. Ma lo scenario al quale si stanno preparando i tre piccoli Paesi ex sovietici è chiaro: fronteggiare da soli l’orso russo in casa, immaginando una veloce disfatta militare, senza l’intervento degli alleati occidentali e facendo affidamento su azioni di guerriglia e sabotaggio della popolazione.

Già da un anno la Lituania ha cominciato a stampare dei manuali che distribuisce in luoghi pubblici: biblioteche, uffici comunali e scuole superiori. Si intitolano “Cosa dobbiamo sapere in tempo di guerra” è sono già alla terza uscita. Dentro ci sono informazioni pratiche su come riconoscere i punti deboli dei T90 russi, come orientarsi nei boschi e cosa portare con sé per darsi alla macchia. È forse la più inutile tra le iniziative dei baltici per prepararsi al peggio: non si addestrano certo i cittadini alla guerra con dei manualetti, li si spaventa soltanto. Ma l’iniziativa del ministero della Difesa di Vilnius è un termometro chiaro sulla febbre da invasione russa che scuote il Paese.

Lettonia ed Estonia stanno facendo qualcosa di più concreto. A Riga è stata costituita una guardia nazionale composta da volontari a cui si sta pensando di dare armi e visori notturni da tenere in casa. Tutti pronti alla battaglia contro i soldati russi. Tallin si sta invece organizzando con un esercito partigiano di 25mial uomini che ogni domenica imparano a costruire esplosivi fatti in casa e usare armi improvvisate. Grossi numeri, per un Paese che può contare su un esercito di 6mila uomini.

Diaspora russa

È fantapolitica? Forse. Ma mica tanto. Qualche tempo fa la Bbc ha mandato in onda un’interessantissima simulazione. In una war room ex diplomatici e ufficiali britannici hanno dovuto decidere come fronteggiare un attacco ibrido alla Lettonia. Lasciando perdere gli elementi di fiction e l’esito – determinato dalle decisioni prese nella war room, che non è detto si replicherebbero nel mondo reale –  l’esperimento era estremamente realistico. Gli autori non hanno fatto altro che prendere i fatti realmente accaduti in Ucraina e immaginarli succedere di nuovo in Lettonia, membro Nato.

La Lettonia è tra i tre il Paese con la maggiore componente russa. Daugavpils, la città in cui la Bbc ha inscenato le rivolte sobillate dalla Russia e la dichiarazione di autonomia da Riga, è una specie di Donetsk sul Baltico. E la Latgallia, la regione che confina con la Russia, una specie di Donbass.

Nel 2015 alcune foto diffuse su internet di un gruppo autonomista per la “Repubblica popolare di Latgallia” avevano fatto scattare l’allarme dei servizi segreti lettoni, mentre secondo un sondaggio condotto dalla tv pubblica lettone appena il 37% degli abitanti della Latgallia sarebbero disposti a difendere la Lettonia da un’invasione russa. Anche se è davvero poco per affermare che ci sia un pericolo separatista in Lettonia, non si può negare l’esistenza di un problema di integrazione della corposa minoranza russa, anche e soprattutto per colpa di Riga. Vedi il caso dei nepilsoni – i residenti permanenti russi, nati e cresciuti in Lettonia, privati della cittadinanza lettone.

Anche l’Estonia e la Lituania mostrano analogie, ma destano meno preoccupazione. Tallin ha da sempre lavorato sull’integrazione, mentre Vilnius se la deve vedere con numeri molto più piccoli.

Sfiducia nella Nato

Non sappiamo se è davvero il momento di mettere i sacchi alle finestre, per quanto le paure dei baltici siano comprensibili, loro che hanno conosciuto bene l’occupazione di Mosca per più di cinquant’anni. Ma è interessante il dato di sfiducia nella Nato che sembra emergere da queste iniziative. L’esperienza dell’Ucraina ha insegnato che anche i migliori accordi internazionali possono diventare carta straccia quando si arriva alla prova dei fatti. Sappiamo che fine ha fatto il memorandum di Budapest, firmato nel 1994 da Russia, Stati Uniti e Gran Bretagna a difesa dell’integrità territoriale dellUcraina, in cambio dello smantellamento dell’arsenale nucleare che Kiev aveva ereditato dall’Urss.

Con Trump alla Casa bianca, chi è pronto a scommettere sull’applicazione dell’articolo 5 del trattato Nato che prevede l’intervento dell’Alleanza in caso di aggressione a uno dei suoi membri? Quanti, nelle gerarchie della Nato, sarebbero disposti a riconoscere un attacco ibrido a immagine e somiglianza di quello sferrato all’Ucraina come aggressione armata e rischiare una guerra con la Russia?

Aggiungi che una simulazione di pochi mesi fa dava alle forze armate russe appena 36 ore per prendere Riga e Tallin e meno di tre giorni per occupare Estonia e Lettonia, sbaragliare la difesa della Nato e lasciare l’Occidente davanti al fatto compiuto. Proprio come in Crimea.

Ed ecco che i baltici non si vogliono far cogliere impreparati.

 @daniloeliatweet

 

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