Proprio nei giorni in cui la Russia celebra il centenario della rivoluzione bolscevica, uno studio dimostra che i russi non hanno perso la voglia di manifestare per i propri diritti. In particolare i lavoratori, eredi della classe operaia

I sostenitori del leader dell'opposizione Alexei Navalny tengono in mano volantini con il suo nome durante una manifestazione a San Pietroburgo, Russia, 7 ottobre 2017. REUTERS / Anton Vaganov
I sostenitori del leader dell'opposizione Alexei Navalny tengono in mano volantini con il suo nome durante una manifestazione a San Pietroburgo, Russia, 7 ottobre 2017. REUTERS / Anton Vaganov

Lo studio sulle manifestazioni di protesta portate avanti in Russia è stato condotto dal Centro per le riforme politiche ed economiche, Tsepr, un think thank con base a Mosca che dal 2015 si occupa con particolare attenzione delle questioni dei lavoratori delle classi più deboli. Tra le sue attività, il Tsepr monitora ogni manifestazione che si svolge sul territorio della Federazione.


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Da gennaio a settembre, riferisce lo studio, ci sono state più di 1.100 manifestazioni di protesta in tutta la Russia, per ragioni politiche, socioeconomiche e legate al lavoro. Un numero in continuo aumento, dalle 248 manifestazioni nei primi tre mesi del 2017 alle 445 del terzo trimestre. Vuol dire un aumento del 60% dall'inizio dell'anno, dice il Tsepr.

Non è forse una coincidenza che lo studio sia stato pubblicato proprio il 7 novembre, il giorno del centenario della Rivoluzione d’ottobre.

In piazza, dal Caucaso alla Siberia

L’analisi si spinge anche alle motivazioni. Secondo lo studio, la maggioranza delle manifestazioni di protesta riguardano il ritardo o il mancato pagamento degli stipendi, riduzioni di salario, licenziamenti. In totale, circa il 70% delle proteste sono state motivate da ragioni economiche. Gli esempi più eclatanti sono la protesta dei camionisti contro la tassa stradale “Platon”, quelle dei contadini contro l’esproprio dei terreni e ancora le grandi manifestazioni in 67 città di migliaia di persone che avevano investito i loro risparmi per la costruzione di appartamenti mai realizzati.

A volte, poi, i temi socioeconomici si incrociano con quelli politici. È il caso delle diffuse proteste contro la corruzione, guidate da Alexei Navalny, figura di spicco dell’opposizione a Putin. Così come le manifestazioni contro il piano della municipalità di Mosca di abbattere migliaia di vecchi condomini sovietici.

Contrariamente a quello che si potrebbe immaginare, i focolai delle proteste non sono limitati alle grandi città, ma diffusi anche nelle zone più remote del Paese, dal Caucaso alla Siberia.

Come cento anni fa

L’aspetto forse più interessante dei casi registrati dal Tsepr è nella composizione dei gruppi che di volta in volta protestano contro il governo per ottenere quello che ritengono gli spetti. Nella maggior parte dei casi non si stratta di un'élite istruita, di una minoranza progressista, ma di quella classe lavorativa che rappresenta l’ossatura del supporto a Putin, che non ha alcuna mira politica e che non prova nessuna simpatia per l’opposizione.

“Il contratto sociale su cui si fonda la stabilità dell’era Putin – i cittadini non si immischiano della politica e il governo in cambio offre un miglioramento delle condizioni economiche – è stato violato”, aveva scritto scritto il giornalista del Kommersant Andria Pertsev all’inizio delle manifestazioni contro il “Platon”.

La ricerca imputa la responsabilità per le proteste alla sordità del potere alle richieste della gente, una “tattica distruttiva” che va dall’ignorare le istanze dei cittadini al fingere di risolvere i loro problemi. La conclusione dello studio è che la Russia non ha ancora sviluppato un sistema di prevenzione e risoluzione costruttiva dei conflitti sociali. Per questo motivo la protesta in strada è ancora quasi l’unico modo efficace per i cittadini di far valere i propri diritti.

Qualcosa di molto simile alla Russia di cent’anni fa.

@daniloeliatweet

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