Il mantra di chi è contrario alle sanzioni è non isolare la Russia. In realtà, però, è proprio Mosca a praticare una politica che va contro la collaborazione internazionale e porta all’isolazionismo.

Come il ritiro della firma dall’atto di costituzione della Corte penale internazionale, Cpi. Una mossa dallo scarso rilievo pratico ma da un grande significato politico. Perché in realtà la Russia, pur essendo tra i Paesi firmatari dello Statuto di Roma, il suo atto fondativo, non lo ha mai ratificato. Di fatto non ne è mai diventata parte attiva della Cpi, proprio come Usa e Israele. Quindi all’atto pratico da oggi non cambia niente.


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Il messaggio mandato alla comunità internazionale, però, è chiaro e inequivocabile, e va dritto come un treno nella direzione già intrapresa dal Cremlino: siamo pronti a collaborare col resto del mondo, ma solo se si fa come diciamo noi, altrimenti facciamo da soli.

La decisione di ritirarsi dalla Cpi l’ha presa – com’è ovvio immaginare – Putin in persona. Come in ogni questione che riguardi la politica russa, la tempistica è determinante per capirne il senso. Il decreto del ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, è arrivo proprio il giorno dopo che il procuratore generale della corte, Fatou Bensouda, ha parlato di «occupazione della Crimea» e di «conflitto internazionale tra Ucraina e Russia» in Donbass. Secondo Lavrov questo è bastato a dimostrare la parzialità della corte.

Isolazionismo selettivo

È evidente che la Russia non ha alcun interesse in un organismo di giustizia internazionale. Lo ha già dimostrato più di un anno fa, quando, il rappresentante russo alle Nazioni unite Vitlay Churkin ha alzato la mano e con un solo «no» contro 11 voti favorevoli e tre astenuti ha stroncato sul nascere il tribunale internazionale sul volo Malaysia MH17.

Secondo Sergei Nikitin, direttore di Amnesty International Russia, «l’annuncio di oggi non sembra mostrare altro che disprezzo per il Tpi, perché mette una pietra sopra i genocidi, i crimini di guerra e quelli contro l’umanità. È un affronto a tutte le vittime di questi terribili crimini». Pensiamo non solo all’Ucraina, ma anche alla Georgia e alla Siria. O alla Cecenia.

Non si tratta però solo di questo. Il ritiro dalla Cpi è l’ennesimo segnale di una politica di allontanamento da ogni forma di collaborazione internazionale sul fronte della pace e della tutela dei diritti e delle libertà. Un isolazionismo selettivo che non c’entra con le sanzioni e che non finirà certo col finire di queste. Con buona pace del fronte internazionale anti sanzioni che grida al dialogo e all’apertura con Putin.

Gli accordi rimessi in discussione

Putin sta lentamente demolendo quanto di costruttivo la Russia ha realizzato sul piano della pace e della cooperazione internazionale nel tumultuoso ma proficuo decennio del dopo Urss.

Nemmeno due mesi prima di ritirarsi dalla Cpi, Mosca aveva comunicato la sospensione degli accordi con gli Usa per la riduzione delle scorte di plutonio per uso militare. Un accordo in piedi dal 2000 fondamentale per limitare la crescita degli arsenali nucleari. Mentre è di solo qualche settimana fa l’annuncio del nuovo supermissile nucleare capace di bucare le difese americane e mandare in cenere uno Stato grande quando il Texas.

Ma senza arrivare alle armi atomiche, i segnali di un isolamento internazionale arrivavano già dalla legge sugli “agenti stranieri”, le Ong finanziate dall’estero e da mettere al bando. O ancora la guerra agli attivisti di Greenpeace e i sigilli alla sede moscovita di Amnesty International. Tutti puntini di un disegno che si fa più chiaro ogni giorno che passa. E che lascia aperta una domanda: fin dove si spingerà Putin?. Che succederà se a essere rimessi in discussione saranno, per esempio, gli accordi Start sulla non proliferazione delle testate nucleari o la partecipazione della Russia al Consiglio artico, che regola l’accesso alle ricchezze del Polo Nord?

Il dialogo con Putin è fondamentale. Ma perché ci sia dialogo è necessario che siano tutt’e due le parti a volerlo.

@daniloeliatweet

 

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