È una tesi che si è affacciata prepotentemente nel dibattito pubblico e che è supportata da sempre più politici. A vedere di chi si tratta, però, sorgono non pochi dubbi.


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Verso la fine di settembre si è tenuto in una sala dell’Hilton di Kiev l’“International Economic Forum”. A rendere il forum internazionale c’era la presenza di diplomatici di Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan. Tra gli organizzatori c’era l’oligarca Viktor Pinchuk, genero dell’ex presidente Leonid Kuchma, e fondatore anche del neonato Yalta European Strategy, conosciuto come Yes Summit. Un organismo che tra gli obiettivi nel suo manifesto ha l’abbandono delle politiche di integrazione con l’Europa, il ritorno alla politica multivettoriale dei tempi di Kuchma e il ripristino dei rapporti «vitali» con la Russia. Al forum si è parlato della crisi economica che sta attraversando il Paese, e si è giunti alla conclusione che l’unica medicina per una pronta e certa guarigione è tornare a fare affari con la Russia. E non è una tesi rimasta nelle sale dell’Hilton.

La vecchia nomenklatura

Negli ultimi mesi sono sempre di più le voci che reclamano un ritorno al passato, a prima della Maidan e della guerra, quando la Russia era il primo partner commerciale dell’Ucraina, e la povera condizione economica della popolazione era oro rispetto al disastro che stanno vivendo oggi gli ucraini. Un’idea portata avanti non solo da Pinchuk, ma anche da molti politici del Blocco d’opposizione, il partito erede di quello delle Regioni del presidente deposto Yanukovich, come Yevhen Murayev, Vadym Novinskiy, Yuriy Boyko, Oleksandr Vilkul, and Mykola Skoryk. Ma anche da appartenenti alla vecchia nomenklatura, come l’ex consigliere di Yanukovich, Yevhen Chervonenko, e l’ex ministro dell’economia, Viktor Suslov.

L’idea è che l’Europa non abbia in realtà bisogno di un’Ucraina forte, capace di penetrare il proprio mercato. Che, anzi, ci sia l’interesse a mantenere scarso il livello produttivo del Paese per sfruttarlo come enorme fornitore di materie prime, di cui è molto ricco. Un argomento capace di fare leva sul risentimento di parte della popolazione verso l’attuale classe dirigente sul senso di frustrazione alimentato dalla crisi economica. E poco importa se il sondaggio diffuso dal canale News One di Murayev, secondo cui «più del 75% degli ucraini vuole ripristinare i legami con la Russia», sia davvero irrealistico.

La cura sbagliata

È vero che l’interscambio commerciale con la Russia è crollato negli ultimi tre anni. Non è assolutamente detto però che il fatto sia addebitabile alla firma dell’Accordo di associazione con l’Unione europea. A ben vedere, anzi, si tratta di un processo che ha avuto inizio ben prima di Euromaidan, all’epoca delle guerre commerciali con l’Ucraina e di una politica russa del bastone e della carota. Un processo accelerato poi dalla guerra.

Secondo quanto riportato dal periodico economico Tizhden, l’interscambio tra Russia e Ucraina nei primi sette mesi del 2013 è stato di quasi nove miliardi di dollari, mentre nello stesso periodo del 2016 non ha toccato i due miliardi di dollari. Il crollo è in buona parte dovuto alle mancate esportazioni verso la Russia dalle regioni di Donetsk, Luhansk e dalla Crimea. Qualcosa di impossibile da recuperare. Ma è anche la capacità d’importazione della Russia a essere crollata. Secondo le dogane russe, le importazioni sono cadute in un anno del 50%, a causa del crollo del prezzo del petrolio e delle materie prime che ha fatto diminuire anche la domanda interna.

Insomma, la malattia c’è, ma le cause non sono quelle prospettate dal fronte per il riavvicinamento alla Russia.

@daniloeliatweet

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