Il passaporto di Andrea Rocchelli, ucciso in Donbass il 24 maggio 2014.
Il passaporto di Andrea Rocchelli, ucciso in Donbass il 24 maggio 2014.

Il pensiero va subito a Giulio Regeni, ma il caso di Andy Rocchelli, morto nei giorni in cui scoppiava la guerra in Ucraina, è per certi versi più chiaro e lineare. Anche per lui la verità sembra un lusso che l’Italia non si può permettere, eppure una traccia da seguire c'è da tempo.


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L’Ucraina ci ha messo quasi due anni e mezzo a concludere le indagini. Il rapporto è stato trasmesso pochi giorni fa alla procura di Pavia, titolare dell’inchiesta italiana. I genitori di Andy ne hanno parlato con Lucia Sgueglia per l’Espresso.

Le conclusioni degli ucraini, dice la madre di Andy, Elisa Signori, «lasciano aperte due ipotesi: si dice che possono essere morti per fuoco dei ribelli separatisti, oppure “per errore” da fuoco militare ucraino. Con questo, senza nemmeno una conclusione univoca, le autorità ucraine dichiarano di chiudere il caso».

La coppia ora invoca l’intervento del governo italiano, chiama in causa Renzi e il ministro Gentiloni, perché per fare chiarezza «ora serve un intervento politico».

Ancora due genitori di un giovane italiano morto all'estero che chiedono verità.

Una confessione

Una verità, però, ci sarebbe già. È quella pubblicata dal Corriere della Sera il 25 maggio 2014, appena il giorno dopo la morte di Rocchelli. È la testimonianza diretta di un ufficiale ucraino che quel maledetto giorno era in servizio alla torre della tv che fungeva da quartier generale delle forze armate di Kiev. Lì, ai piedi di una collina su cui c’era una postazione ucraina, è stato colpito Andy insieme ad altri suoi colleghi, un russo e un francese, quest’ultimo rimasto ferito. Quella del militare è quasi una confessione. «Normalmente noi non spariamo in direzione della città e sui civili, ma appena vediamo un movimento carichiamo l'artiglieria pesante. Così è successo con l'auto dei due giornalisti e dell'interprete».

La parole sono state raccolte personalmente da Ilaria Morani, giornalista freelance che in quei giorni si trovava in Donbass da dove inviava corrispondenze al Corriere. È stata lei a chiamare al telefono l’ufficiale, con cui aveva un contatto già dai giorni precedenti, e chiedergli cosa fosse successo. «La sua voce era strana, rotta, diversa dalle altre volte. Ha troncato la comunicazione più volte, sembrava come se si fosse reso conto che era successo qualcosa di grave», mi ha detto Ilaria Morani. Il senso delle sue parole però è chiaro: hanno sparato loro. Hanno preso di mira la macchina su cui viaggiava Andy e hanno sparato con i mortai. Lo ha detto senza mezzi termini: «Qui non si scherza, non bisogna avvicinarsi: questo è un luogo strategico per noi. Da qui spariamo nell'arco di un chilometro e mezzo. Qui non c'è un fronte preciso».

Ma di questo testimone, di questa prova s’è persa ogni traccia.

All’Espresso, i genitori di Andy hanno confermato che nell’inchiesta ucraina «non è stato interpellato nessun militare, nonostante l’esercito di Kiev avesse una postazione fissa a poca distanza dal luogo della tragedia».

E nessuno ha sentito Ilaria Morani: né gli ucraini né la procura di Pavia. Non tanto per conoscere il nome del militare, che sicuramente rimarrebbe coperto dal segreto professionale, ma quantomeno per valutare più a fondo le circostanze della testimonianza e indirizzare meglio le indagini.

La versione di Roguelon

Stranezze ce ne sono tante. Come il fatto che nell’inchiesta ucraina non sia stato ascoltato neanche il testimone principale, il collega francese di Rocchelli, William Roguelon.

È stato lui il primo a ricostruire la dinamica dell’attacco e ad accusare gli ucraini. Per come mi è stata riferita da chi lo ha sentito di persona quella stessa sera, e per come è stata raccontata dallo stesso Roguelon in un'intervista a Lucia Sgueglia, i giornalisti erano fuori dall'auto e stavano scattando foto lì intorno quando è caduto un primo colpo di mortaio. A quel punto i tre si sono rifugiati tra gli alberi ai lati della strada, Roguelon da una parte, Andy e il collega russo, Andrey Mironov, dall’altra, mentre l'autista se ne scappava in macchina. Lì si sono persi di vista. Dalla postazione da cui sparavano hanno cominciato ad affinare il tiro. Hanno sparato diverse decine di colpi di mortaio per almeno mezz’ora. Finché uno non ha preso Rocchelli e Mironov.

Questa versione è compatibile con il racconto dell’ufficiale ucraino. Ma è anche confermata dalle foto scattate durante gli ultimi minuti della sua vita nel fosso dove si era rifugiato e pubblicate ora per la prima volta dall’Espresso. Tra la prima e l’ultima passano 14 minuti. Vuol dire che sono stati sotto il tiro dei mortai almeno un quarto d’ora dal momento in cui sono saltati giù dalla macchina fino al colpo fatale.

I genitori di Andy ora chiedono che l’Italia non lasci un altro suo ragazzo morto senza un perché. E noi lo chiediamo insieme a loro.

@daniloeliatweet

Questo articolo è stato integrato il 15.10.2016 con le precisazioni sulla dinamica dell’incidente raccolte da Lucia Sgueglia in un’intervista a William Roguelon.

 

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