Un fermo immagine dal video preso il 12 Ottobre 2016 di una visione aerea della Città Vecchia di Aleppo distrutta dai bombardamenti. Siria, 12 ottobre 2016. REUTERS / via ReutersTV
Un fermo immagine dal video preso il 12 Ottobre 2016 di una visione aerea della Città Vecchia di Aleppo distrutta dai bombardamenti. Siria, 12 ottobre 2016. REUTERS / via ReutersTV

Insieme alla Cina il suo voto ha tolto ogni speranza di fermare la carneficina di Aleppo, anche solo per una settimana. Non è la prima volta che la Russia ferma una tregua in Siria. Forse, però, sarà l’ultima.


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Già cinque volte nei mesi passati Mosca ha messo i bastoni tra le ruote alle mozioni delle Nazioni unite per una tregua ad Aleppo. Con quella di ieri, sono sei. Quasi di pari passo con la Cina, che è a quota cinque. La proposta di sospendere i bombardamenti per una settimana, e consentire alle 200mila persone intrappolate nella città siriana di lasciare le proprie case, era stata avanzata da Spagna, Nuova Zelanda ed Egitto, e votata da 11 dei componenti del consiglio di sicurezza, tra cui Giappone, Ucraina e tutti gli altri membri permanenti.

«Questo tipo di pause è stato usato dai ribelli per approvvigionarsi di munizioni e rafforzare le loro posizioni, aumentando solo le sofferenze della popolazione», ha detto il rappresentate russo, Vitaly Churkin. Omettendo però di aggiungere che la causa diretta delle sofferenze della popolazione sono i bombardamenti dell’aviazione di Bashar al-Assad – appoggiata dal suo Paese – e degli stessi bombardieri russi.

L’abuso del potere di veto

Non è una novità che in Siria si stia giocando una partita internazionale sulla pelle dei civili. Un grande gioco che sta producendo come effetto collaterale una montagna di morti: quasi mezzo milione di cadaveri. Non è nemmeno la prima volta che succede nella storia. Ma non per questo dobbiamo smettere di gridare ogni volta che questo crimine si reitera. Proprio come è successo ieri nel consiglio di sicurezza dell’Onu.

La ragione spiegata da Churkin – ammesso che sia vera e non si tratti solo di un alibi per imporre la supremazia russa nel conflitto – dice chiaramente una cosa: che la Russia mette i successi militari sul campo davanti a ogni cosa, anche davanti alle vite degli abitanti di Aleppo. Cos’altro può voler dire, altrimenti, opporsi a una tregua umanitaria per non rischiare che i ribelli possano riprendere parte delle loro posizioni?

L’uso del diritto di veto – che era stato pensato come strumento di bilanciamento e che fu fortemente voluto dall’Urss quando, dopo la Seconda guerra mondiale, si diede vita all’Onu – diventa così un abuso. Un’alzata di mano in una sala ovattata di poltrone e moquette che si traduce in migliaia di morti a sette fusi orari di distanza.

L’inizio e la fine della guerra russa in Siria

Potrebbe però essere l’ultima volta. Già, perché la vittoria finale del macellaio Assad è a portata di mano. Una vittoria ottenuta con barrel bomb, distruzione di ospedali e scuole, armi a grappolo, un assedio medievale che ha portato a fame e stenti e, molto probabilmente, con l’uso di armi chimiche. Una guerra sporca, sporchissima, condotta dall’esercito governativo Damasco che sarebbe stata impossibile senza l’aiuto dei bombardieri di Mosca.

Qualcosa che è iniziato ben prima dell’entrata in guerra della Russia. Con l’illusione di praticare da parte degli Usa una politica inclusiva verso la Russia, concedendole un ruolo attivo nella crisi siriana. Con l’accordo tra Kerry e Lavrov sullo smantellamento dell’arsenale chimico di Assad. Un accordo che ha fermato l’intervento militare americano e ha aperto la strada a una Russia interventista, dall’Ucraina alla Siria.

Ora che Aleppo è allo stremo, che i morti non fanno più notizia, che i ribelli sono a un passo dalla sconfitta. Ora che i militari di Assad stanno per riprendere il controllo dei centri nevralgici del Paese, da Aleppo a Idlib, non ci sarà forse più bisogno di alzare le mani insanguinate nel consiglio di sicurezza dell’Onu.

@daniloeliatweet

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