Photo credits taybehbeer.com

“Produrre birra in Palestina è diverso dal produrre birra in qualsiasi altro posto del mondo”, con un sorriso retorico che si apre sotto baffi neri ben spazzolati. C’è afa a Ramallah, e per trovare un po’ di refrigerio ci accomodiamo da Rukab’s Ice Cream. “Con Rukab siamo amici di lunga data, questa gelateria è un altro esempio di eccellenza locale”.


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Oltre la cinquantina, piazzato ed elegante come un tronco di ulivo, il Sig. Nadim Khoury ordina del gelato al pistacchio. “Subito dopo la Guerra dei Sei Giornila mia famiglia decise di emigrare nel Massachusetts; ho trascorso l’intera gioventù negli Stati Uniti, fu durante il periodo universitario a Boston che cominciai a distillare le prime birre per amici e parenti”.

Originario della piccola provincia cristiana di Taybeh, il Sig. Khoury fece definitivamente ritorno a casa verso la metà degli anni Novanta, quando gli Accordi di Oslo del 1993 sembrarono poter davvero imprimere un nuovo corso alla storia, anche solo per un istante. Fu in quella breccia di tregua apparente che l’idea di una produzione artigianale di birra si fece intuizione, nonostante nessuno all’epoca fosse disposto ad avanzare una disponibilità economica per investimenti che non riguardassero pietre e cemento, figuriamoci per un progetto alcolico in una regione a prevalenza musulmana. Porte in faccia dall’Arab Bank, grazie a un auto finanziamento di circa un milione e duecento mila dollari, nel 1994 la Taybeh Brewing Company apre lo stesso.

“Col senno di poi è stato un bene che nessuno ci abbia voluto dar credito, almeno così non dovevamo nulla a nessuno nel momento più critico, a differenza di altre realtà che hanno dovuto chiudere i battenti per l’impossibilità di ripagare i debiti contratti appena qualche anno prima”. Il riferimento è al periodo della seconda Intifada, con tagli ai rifornimenti di energia elettrica, razionamento dell’acqua ed estenuanti attese ai posti di blocco che rendevano praticamente impossibile qualsiasi iniziativa. Con un’occupazione che da illegale divenne illegalmente cruenta, e una radicalizzazione ideologica contraria al commercio di alcol in territorio musulmano, l’esperienza della Taybeh Brewing Company sembrava essere giunta al capolinea: crollo delle vendite e licenziamento in blocco dei quindici impiegati.

Fu solo a partire dal 2005 che l’attività riprese slancio, anno in cui per ridare vigore all’azienda fu inaugurato il primo Oktoberfest di Taybeh, un evento che nel corso degli anni ha attirato decine di migliaia di turisti, diventando un appuntamento imperdibile nell’agenda culturale palestinese. “Con la violenza non si fanno affari, a meno che tu non voglia parlare di armi e petrolio. Mai letto Naji al-Ali?”. Piglio perentorio, è forse nella semplicità di questa affermazione che è possibile scorgere tutto il pragmatismo e la lucidità politica del Sig. Khoury. “Stiamo già preparando la prossima edizione dell’Oktoberfest. Al di là della trovata pubblicitaria, lo scopo è quello di ridare un senso di normalità alla quotidianità di questa terra, almeno per un paio di giorni”.

Il resto dell’anno le tensioni infatti sono tutt’altro che latenti, e gli ostacoli più tangibili che mai. “Negli insediamenti intorno a Taybeh c’è acqua 24 ore su 24 per sette giorni alla settimana; a noi invece tocca gestire le riserve per rifornimenti che vengono fatti solo nei weekend”.  Il Sig. Khoury mi fa inoltre notare che per un prodotto naturale senza additivi aggiunti, un’attesa di ore a un posto di controllo può compromettere il lavoro di settimane. Le restrizioni al passaggio della merce sono dovute principalmente al sospetto che nelle casse vi siano nascoste delle bombe, mentre i prodotti israeliani drenano l’intero mercato interno senza alcun tipo di barriera, per così dire amministrativa. “Per poter esportare dobbiamo necessariamente utilizzare le loro infrastrutturealle loro condizioni, dal momento che circa il 62% della Cisgiordania si trova nella zona C sotto controllo israeliano. Ti faccio un esempio. Per arrivare al Porto di Ashdod siamo costretti a scendere fino a Turqumiya, deviando per l’interno e senza passare per Gerusalemme, poi da lì tagliare a ovest verso la costa, passando per almeno due posti di blocco, e incrociando le dita affinché non ci sia uno sciopero non annunciato al porto”.

Per intenderci: secondo Google Maps i 92.5 km che separano Taybeh dal Porto di Ashdod richiedono un’ora e 32 minuti di viaggio in auto. Inserendo invece le indicazioni per il tragitto descritto dal Sig. Khoury, alle due ore e cinque minuti per i 103 km che ci vogliono da Taybeh a Tarkumiya, vanno aggiunti i 107 km percorribili in un’ora e 44 minuti per coprire la distanza Tarkumiya-Ashdod. Sempre calcolato in auto e senza traffico; e senza posti di controllo. Come dire che un litro di birra pesa più di un litro di benzina.

Alla voce “Trading Across Border” del Doing Business Report 2015 della Banca Mondiale, su un campione di 189 economie Israele figura in 12° posizione, mentre West Bank&Gaza in 130°: per esportare da Israele occorrono 10 giorni a un costo di 620$ per container, dalla West Bank&Gaza ne occorrono invece 23 a un prezzo di 1.750$ per container; discorso simile per le importazioni: 10 giorni a 565$ per container a fronte dei 38 giorni a 1425$ per container. Avviare un’attività in Israele richiede appena 13 giorni, e il paese con un punteggio di 90.54 su 100 figura in 53° posizione con un’attesa di 13 giorni per il conseguimento di tutti i permessi necessari; con 66.53 la West Bank&Gaza occupa la 162° piazza con 44 giorni di attesa. Ancora, Israele occupa la 36° posizione per quel che riguarda la possibilità di ottenere un credito, West Bank&Gaza la 116°. Per l’accesso all’elettricità, in questo caso è la West Bank&Gaza a posizionarsi in 83° posizione con 63 giorni di attesa, contro la 109° posizione e i 102 giorni di Israele.

Dei circa seicento mila litri prodotti all’anno, il 60% resta in Cisgiordania, il 30% è destinato in Israele, e il restante 10% distribuito principalmente tra Giappone e alcuni paesi europei tra cui Svezia, Italia e Germania, dove la Taybeh Brewing Company è presente sin dal 1997 essendo stato il primo marchio palestinese ad agganciare il mercato comunitario. Nel prossimo futuro l’azienda conta di sbarcare anche in Gran Bretagna e Stati Uniti, a dimostrazione di come la produzione di birra in Medio Oriente rappresenti un settore in rapida ascesa. Il volume di affari prodotto nell’intera regione nel 2014 è stato calcolato in 3,585.5 milioni di dollari, e si stima che tra il 2015 e il 2021 esso possa raggiungere i 4,861.6 milioni di dollari a un tasso di crescita del 4.3%.

Le proiezioni riportano il valore totale del commercio di birra nell’area, senza distinguere tra produzioni locali e produzioni delocalizzate. Tra i principali partner economici dell’azienda palestinese, al momento non figura alcun paese arabo, sia per evidenti motivi di matrice culturale, sia per motivi altrettanto evidenti di congiuntura storica. L’unico paese che sembra posizionarsi stabile nel mezzo del caos geopolitico attualmente in corso in Medio Oriente è la Giordania. “Ci abbiamo provato, ma la risposta è stata un 210% di tasse da pagare. Proteggono l’Amstel, però ci lasciano visitare Petra a un dinaro (un euro e trenta circa)”. L’azienda olandese distillò la prima birra in Giordania nel 1958. Dopo tre mesi ad Amman, su tutti i menù dei locali autorizzati a vendere alcol, che non sono molti, ma neanche pochi, l’Amstel domina. La cooperazione tra paesi arabi quando si tratta di Palestina è evidentemente un nervo sempre scoperto.

Oltre a particolari ragioni commerciali, ci sono delle obiezioni di natura culturale senza dover necessariamente uscire dalla Palestina. “Non posso certo dire che in passato Hamas ci abbia sostenuto, anche se le cose dopo vent’anni sono cambiate. Si tratta di trovare un giusto compromesso per l’unità e un’organizzazione condivisa: è per questa ragione che nel 2008 abbiamo lanciato la nostra prima birra analcolica”. Un’identità che alla frammentazione preferisce dunque la somma degli elementi che la compongono, questo sembra suggerire l’esperienza della Taybeh Brewing Company, una delle aziende invitate a rappresentare lo stand palestinese presso l’Expo di Milano. “E’ stato possibile grazie a una lettera di Luisa Morgantini inviata al Presidente Abbas per spiegargli le ragioni della nostra presenza”. Posata la coppetta di gelato ormai vuota, prende il cellulare per mostrarmi il testo: “Nonostante l’occupazione che distrugge agricoltura, risorse idriche e territorio, il popolo palestinese è ancora capace di promuovere innovazione e sviluppare prodotti di eccellenza”.

L’Expo di Milano è stato anche il momento per riscattare una resilienza imprenditoriale che oltre a valere una menzione della CNN nella lista 2013 delle sei migliori birre prodotte in Medio Oriente e Nord Africa, nel luglio 2013 ha permesso di inaugurare la Taybeh Winery grazie a un secondo investimento di circa mezzo milione di dollari. “Abbiamo inoltre incrementato la produzione della nostra birra analcolica per le zone più conservatrici come Nablus e Gaza”. A detta del Sig. Khoury, la vineria può inoltre rappresentare un volano per la ricerca. “Importiamo malto da Francia e Belgio, luppolo da Repubblica Ceca e Germania, macchinari dall’Italia, ma per il vino, solo nell’area intorno a Birzeit ci sono almeno 17 diverse varietà di viti”.

È chiaro che l’esperienza della Taybeh Brewing Company rappresenti molto di più che una semplice produzione di birra. “Se alla Palestina fosse data la possibilità di esprimere il proprio potenziale, non ci sarebbe bisogno di alcuna ONG o fondo straniero. Senza la presenza internazionale dei cooperanti e la testimonianza degli attivisti, le cose andrebbero molto peggio; ma è pur vero che la strumentalizzazione è tanta, e che talvolta il lavoro di alcune organizzazioni serve solo a istituzionalizzare l’occupazione. La nostra è una resistenza economica per la politica che verrà. Senza indipendenza economica, a che indipendenza politica potremmo mai aspirare?”

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