Prima c’erano solo i francesi. Dopo l’11/9 gli Usa hanno aperto un avamposto a Gibuti, seguiti da Giappone, Italia, Cina, Turchia...Sulla carta, tutti in Africa per combattere i jihadisti. Ma non solo. E la competizione genera pericolose tensioni

Un marine americano cammina fuori Camp Lemonier in Gibuti. REUTERS/Antony Njuguna
Un marine americano cammina fuori Camp Lemonier in Gibuti. REUTERS/Antony Njuguna

Le ultime tensioni nell’area del Mar Rosso, innescate dalla decisione di Khartoum di consegnare temporaneamente l’isola di Suakin alla Turchia, alla quale l’Egitto ha reagito inviando militari al confine orientale eritreo con il Sudan, dimostrano quanto stia diventando sempre più centrale la competizione per le basi militari in Africa.


LEGGI ANCHE : L'asse Ankara-Khartoum innesca una crisi armata nel Mar Rosso


Negli ultimi due decenni, numerosi Paesi stranieri hanno deciso di stabilire le proprie basi militari nel continente, che fino agli albori del secondo millennio erano una prerogativa della Francia e delle missioni di pace delle Nazioni Unite.

Poi, dopo che l’11 settembre 2001 i dirottatori kamikaze di al Qaeda attaccarono New York e Washington, il dipartimento della Difesa Usa individuò in Gibuti il luogo ideale per allestire la prima base americana per coordinare le operazioni antiterrorismo in Africa e nel Medio Oriente.

Il Pentagono decise di stabilire il proprio avamposto militare africano a Camp Lemonnier, ex base della tredicesima demi-brigade legère della Legione straniera francese, che nel corso degli anni si è trasformata in una piattaforma decisiva nella lotta contro i jihadisti somali di al-Shabaab e le emanazioni di al Qaeda nel Sahel e nella Penisola araba.

L’unica base americana nel continente africano in poco tempo è cresciuta in dimensioni e in importanza, arrivando a ospitare 4.500 effettivi, di cui duemila in forza ai reparti speciali antiterrorismo e 150 nell’unità di intervento rapido per la protezione delle ambasciate. Una struttura creata dopo l’attacco dell’11 settembre 2012 alla sede diplomatica americana di Bengasi, dove morì l’ambasciatore Usain Libia, Christopher Stevens.

I fattori strategici

Diversi fattori hanno concorso ad accrescere ulteriormente la funzione strategica della base, tra i quali vanno enumerati la guerra civile in Siria e Yemen, la minaccia dello Stato Islamico, la permanente conflittualità in Somalia, la recrudescenza della pirateria nel Mar arabico e nell’Oceano indiano.

Senza dimenticare, che è proprio da Camp Lemmonier, che ogni anno decollano migliaia di droni Predator e Reaper utilizzati in missioni segrete contro obiettivi nel Corno d’Africa e in Medio Oriente.

Dopo gli americani sono arrivati i giapponesi, che a Gibuti hanno costruito la prima base militare all’estero dopo la fine della Seconda guerra mondiale, interessati ad avere una presenza su una delle rotte commerciali più trafficate al mondo.

Nel 2013, anche l’Italia ha inaugurato nel piccolo Stato del Corno d’Africa una base operativa di supporto interforze, situata a meno di dieci chilometri dal confine con il Somaliland e in grado di ospitare fino a trecento uomini.

La base navale cinese a Gibuti

L’ultima nazione ad aver avviato una base militare nell’ex possedimento francese è la Cina, che dal primo agosto 2017 la utilizza ufficialmente per rifornire le navi che prendono parte alle missioni umanitarie e di peacekeeping in Yemen e Somalia. L’apertura della prima base militare di Pechino all’estero è stata osservata con sospetto da alcuni Stati rivali della Cina, in primis l’India, preoccupati di un’eccessiva espansione degli interessi della superpotenza in Asia e in Africa.

Inoltre, l’insediamento militare è situato a pochi chilometri da Camp Lemonnier, offrendo ai cinesi la possibilità di osservare da vicino le attività militari americane sui teatri del Nord Africa e della Penisola araba. Un fattore che ha molto irritato Washington, da lungo tempo in competizione strategica con il gigante asiatico nel Mar cinese meridionale.

Ma non è solo Gibuti che ospita nuove basi militari straniere. Un anno fa anche gli Emirati Arabi Uniti hanno raggiunto un accordo per la costruzione di una seconda base nel Corno d’Africa. Il nuovo distaccamento sorgerà nel porto di Berbera, nel Somaliland, dopo che nel 2015 Abu Dhabi aveva già insediato una struttura interforze nel porto eritreo di Assab, strategicamente posizionato sullo stretto di Bab al-Mandab.

La mega-base militare turca in Somalia

Per di più, dopo due anni di lavori e quaranta milioni di dollari di investimento, nel settembre 2017 la Turchia ha inaugurato nei pressi dell’aeroporto di Mogadiscio la più grande base militare in un Paese straniero. Mentre alla fine di novembre, il Sudan si è dichiarato pronto ad ospitare una base militare russa lungo le sue 420 miglia di coste del Mar Rosso, l’offerta però è stata declinata dalla Russia più interessata a posizionarsi militarmente in Egitto.

L’India ha invece attivato da undici anni una postazione di monitoraggio nel Madagascar settentrionale per controllare il traffico navale nell’Oceano Indiano e proteggere le sue rotte commerciali. Inoltre, la Marina Militare di Nuova Delhi è costantemente impegnata nelle isole Seychelles per contrastare il fenomeno della pirateria.

Infine, c’è da evidenziare che la Francia con le sue missioni in Mali, Gabon, Senegal, Cista d’Avorio e i suoi distaccamenti nei dipartimenti d’oltremare di Reunion e Mayotte, rimane la principale potenza militare straniera in Africa. 

Nel complesso, appare evidente che l’instabilità e l’insicurezza  stiano favorendo l’espansione della presenza in Africa delle forze armate di medie e superpotenze, in prevalenza focalizzate nella lotta agli estremisti islamici violenti nell’Africa occidentale, settentrionale e orientale. Ma nel contempo, pragmaticamente mirate a perseguire i propri interessi geopolitici ed economici. 

@afrofocus

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE