Bambini Rohingya che camminano nei pressi del campo rifugiati Kutupalang a Cox’s Bazar in Bangladesh. REUTERS/Mohammad Ponir Hossain
Bambini Rohingya che camminano nei pressi del campo rifugiati Kutupalang a Cox’s Bazar in Bangladesh. REUTERS/Mohammad Ponir Hossain

Calci, bastonate e pugni in volto contro persone indifese. In primo piano un giovane soldato, mentre filma quello che sta succedendo, si accende una sigaretta. Come se fosse tutto normale. Una scena che sicuramente ha visto migliaia di volte. Tante altre volte avrà pure partecipato. Siamo in Birmania.


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Quella che dovrebbe essere cambiata dopo la storica vittoria alle lezioni del novembre 2015 del National League for Democracy (NLD), il partito guidato dal premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.

Ma questo cambio di rotta, quello che viene chiamato dai governi occidentali «nuovo corso birmano», c’è stato solo a parole. In questo angolo di terra che da molti è conosciuto per i suoi templi buddisti pubblicizzati nei dépliant delle agenzie di viaggi e per la natura incantata dove i turisti hanno iniziato ad addentrarsi, la violenza continua ad essere il pane quotidiano.

I ragazzi colpiti che si vedono in questo video, costretti a stare per terra con le mani legate, appartengono alla minoranza musulmana dei Rohingya, il popolo che nessuno vuole. E che da tempo viene massacrato dalle autorità birmane e dagli estremisti buddisti. Di discendenze persiane, turche e bengalesi, abitano nel territorio dello Stato Rakhine, nel nord-ovest della Birmania, al confine con il Bangladesh, a partire dal VIII° secolo. Ma nonostante questo, per il governo, sono immigrati irregolari e non rientrano ufficialmente nelle etnie che compongono il Paese. Apolidi, senza nessun diritto, né di lavoro né di studio, molti di loro sono costretti a sopravvivere nei campi-ghetto allestiti dalle autorità.

Dopo la diffusione delle immagini, da Naypyidaw l’esecutivo ha cercato di correre ai ripari, annunciando in un comunicato che quattro militari coinvolti nel pestaggio «sono stati arrestati e verranno puniti». Ma la realtà è ben più complessa. Proprio pochi giorni fa, un rapporto di Amnesty International, denuncia una spietata e sistematica campagna di violenze da parte dell’esercito contro i Rohingya. Brutalità fatte di uccisioni, stupri di massa e incendi di interi villaggi, che secondo l’organizzazione umanitaria potrebbero costituire un vero e proprio crimine contro l’umanità. La relazione, basata si analisi di immagini satellitari, lunghe interviste, video e fotografie, non lascia spazio a fraintendimenti.

«L’esercito regolare ha preso di mira i Rohingya con una spietata e sistematica campagna di violenze. Uomini, donne e bambini sono stati attaccati e sottoposti a una punizione collettiva», ha spiegato Rafendi Djamin, direttore per il sud-est asiatico e il Pacifico di Amnesty International. «Queste azioni deplorevoli potrebbero essere intese come parte di un attacco massiccio e sistematico contro una popolazione civile e dunque costituire crimini contro l’umanità. Temiamo che gli orribili racconti che abbiamo rivelato siano solo la punta dell'iceberg». Ma c’è di più. Secondo Djamin, «se da un lato l’esercito è direttamente responsabile di queste violazioni, Aung San Suu Kyi è venuta meno alla responsabilità politica e morale di fermare e condannare quanto sta accadendo nello Stato di Rakhine».

Proprio per questo molti Rohingya cercano di fuggire e raggiungere il vicino Bangladesh. Come ha fatto il piccolo Mohammed Shohayet, morto annegato il 5 dicembre scorso mentre con la sua famiglia cercava un futuro migliore. Ma purtroppo, la sua triste scomparsa - che solo per un giorno ha indignato il mondo - non fermerà quel muro di silenzio e indifferenza che troppo spesso fa chiudere gli occhi ai governi occidentali, interessati molto di più al business e alle tante materie prime che il Paese asiatico offre.

@fabio_polese

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