Una famiglia si trova accanto ai resti di un mercato andato a fuoco, nel villaggio di Rohingya di fuori Maungdaw, nello stato di Rakhine. REUTERS/Soe Zeya Tun
Una famiglia si trova accanto ai resti di un mercato andato a fuoco, nel villaggio di Rohingya di fuori Maungdaw, nello stato di Rakhine. REUTERS/Soe Zeya Tun

Nello Stato Rakhine, nel nord-ovest della Birmania, verso il confine con il Bangladesh, continua la mattanza contro i musulmani della minoranza Rohingya, il popolo invisibile che nessuno vuole. Negli ultimi quattro mesi, stando a quanto riportano due alti funzionari delle Nazioni Unite citati anonimamente dall’agenzia Reuters, sarebbero oltre mille le persone uccise dal Tatmadaw - l’esercito birmano - e più di 70mila quelle costrette a scappare dalle proprie abitazioni. Le notizie indipendenti che riescono a trapelare non sono migliori. Parlano di brutalità inaudite e quotidiane: uccisioni, stupri, sparizioni, villaggi dati alle fiamme e torture.


LEGGI ANCHE : La Turtle House di Terzani a Bangkok rischia di sparire sotto il cemento


Le denunce inascoltate

Ma le violenze contro l’etnia musulmana che a partire dal VIII° secolo vive in questi territori non è certo nuova. Amnesty International nel 2004, ci ricorda Fulvio Scaglione in un recente articolo, scriveva che «la libertà di movimento dei Rohingya è fortemente limitata e alla maggior parte di loro è stata negata la cittadinanza birmana. Essi sono anche sottoposti a varie forme di estorsione e di tassazione arbitraria; confisca delle terre; sfratto e distruzione delle loro abitazioni; e restrizioni finanziarie sui matrimoni». E ancora: «I Rohingya continuano ad essere utilizzati come lavoratori-schiavi sulle strade e nei campi militari». Da questa denuncia sono passati tredici anni. Ma la situazione è rimasta la stessa, nonostante il Paese sarebbe dovuto cambiare proprio con la nuova guida targata dopo la vittoria alle elezioni del novembre 2015 del National League for Democracy (NLD).

Lo stupro come arma di guerra

Intanto, anche nelle altre zone etniche della Birmania continuano le brutalità.  Pochi giorni fa l’agenzia di stampa Asia News ha riportato la notizia dell’uccisione di una giovane cristiana di etnia Kachin, nel nord-est del Paese, «oggetto di violenza sessuale e poi uccisa con almeno 19 coltellate». Al momento, si legge, «non vi sono certezze sulla natura dell’attacco, sebbene già in passato si siano registrati casi di abusi e omicidi di giovani Kachin da parte di soldati dell’esercito birmano, in una zona teatro di un sanguinoso conflitto etnico che ha causato migliaia di sfollati». Le truppe del Tatmadaw, infatti, sono state più volte accusate di utilizzare lo stupro come una vera e propria arma di guerra. Nel rapporto «State of terror», fatto dalla Karen Women Organization (KWO) e dal Karen Human Right Group (KHRG), un’altra etnia massacrata dal lontano 1949 dalla giunta militare birmana di cui abbiamo parlato più volte nelle pagine di eastwest.eu, si leggono le storie di 959 donne abusate dai soldati nell’arco temporale che va dal 1981 al 2006.

Un silenzio assordante

La «nuova Birmania», così come l’hanno definita i governi occidentali, non ha nulla di nuovo. È ancora ostaggio dei militari che per decenni hanno governato e insanguinato il Paese. Mentre l’unica cosa che sembra essere realmente cambiata è la posizione della Aung San Suu Kyi, la «signora della democrazia», quella che nel 1988 è rientrata in patria proprio per fondare il partito NDL e trasformare il Paese. La stessa che nel 1991 ha vinto il premio Nobel per la Pace. Quella che per combattere i generali al potere è stata agli arresti domiciliari fino al 2010. E che ora, invece, rimane in silenzio davanti alle ingiustizie e alle violenze dei suoi vecchi nemici.

@fabio_polese

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE