Condannato, ma eleggibile. La politica brasiliana si arricchisce di un nuovo capitolo sul caso Lula. L’ex Presidente è stato condannato a 9 anni e 6 mesi di detenzione da Sergio Moro, il giudice simbolo dell’Operazione Lava-Jato, il maxi scandalo di corruzione conosciuto anche come «La Mani pulite brasiliana».

Un fotomontaggio mette faccia a faccia Luiz Inacio Lula da Silva e Sergio Moro.
Un fotomontaggio mette faccia a faccia Luiz Inacio Lula da Silva e Sergio Moro.

Secondo Moro, Lula avrebbe ricevuto tangenti dall’Oas, un’ impresa edile, che a sua volta sarebbe stata favorita dall’ex Presidente del Brasile negli appalti pubblici per le grandi opere. Nel caso specifico, si parla di due raffinerie: una in Pernambuco e l’altra in Paranà. Questa relazione corrotta fra Lula e l’Oas si sarebbe concretizzata nella cessione di un appartamento di lusso nella zona del Guarujà, litorale dello Stato di San Paolo. L’impresa lo avrebbe riservato a Lula, ristrutturandoglielo e organizzandogli anche l’archiviazione e il trasporto di tutti gli oggetti da lui accumulati nel corso dei due mandati a Brasilia (2003-2011). Per quest’ultima accusa, comunque, Lula è stato assolto.


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Il caso ha ovviamente scatenato una serie di reazioni a livello politico e finanziario, ma il punto più interessante riguarda la sorte politica di Lula, che nel frattempo è indagato in altri quattro processi. Lula ha sempre negato la proprietà dell’immobile - il famoso triplex, un appartamento su tre piani. La difesa sostiene che Lula sia vittima di una persecuzione politica, mentre l’accusa lo identifica come il principale protagonista dello schema di corruzione della Lava Jato. Secondo Moro, Lula «aveva un ruolo fondamentale nel sistema criminale, avendo la possibilità di indicare i nomi dei direttori al consiglio d’amministrazione della Petrobras, sapendo che la parola del governo federale sarebbe stata rispettata». Sostanzialmente, la Petrobras, la compagnia statale usata come bancomat dei partiti politici, sarebbe stata saccheggiata grazie alle nomine fatte da Lula quando era Presidente della Repubblica.

Lula, però, non ha mai nascosto la sua volontà di candidarsi per le presidenziali dell’ottobre 2018. È libero di farlo, perché la sentenza di Moro prevede che possa fare appello in libertà. Andrebbe in carcere solo dopo un’eventuale conferma della condanna in secondo grado. Il caso adesso passerà nelle mani del Tribunale Regionale Federale di Porto Alegre. Le statistiche dicono che i processi della Lava Jato tardano circa 1-2 anni; nel 54% dei casi il TRF conferma la sentenza di Moro. Lula avrà circa 18 mesi per costruire il proprio castello elettorale. Innanzitutto, dovrà decidere se candidarsi: i sondaggi lo danno in testa con tutti gli scenari possibili al ballottaggio. Batterebbe tutti i suoi sfidanti: Geraldo Alckmin, l’attuale governatore dello Stato di San Paolo ed esponente del PSDB (centro-destra); Joao Doria, l’attuale sindaco-imprenditore di San Paolo, figlioccio politico dello stesso Alckmin e anche lui del PSDB; Marina Silva, la candidata del partito Verde e già in corsa nel 2014 con il partito socialista dopo la morte di Eduardo Campos.

Secondo l’istituto Datafolha, c’è solo una persona in grado di sconfiggere Lula al ballottaggio: è Sergio Moro, lo stesso giudice che l’ha condannato. È uno scenario di fantasia (almeno sul breve termine), ma rende l’idea dello scontro istituzionale in atto. Il Paese, a corto di figure politiche di riferimento, tende ad esaltare la magistratura fino all’inverosimile. Dall’altro lato, bisogna riconoscere che la classe politica brasiliana è corrotta fino all’osso e l’elettorato brasiliano è molto particolare: ha bisogno di diverse elezioni per assimilare un candidato. In Brasile, presentarsi a un’elezione e perderla non equivale a “bruciarsi” politicamente, ma serve per prepararsi il terreno per quelle successive. Lo stesso Lula si candidò tre volte (1989, 1994, 1998) consecutive prima di trasformarsi in uno dei presidenti più popolari della storia del Brasile. Ecco perché non è facile pensare a un nome nuovo che sbaragli la concorrenza. La grande chance è nelle mani di Marina Silva, l’unica a non essere stata realmente toccata dallo scandalo Petrobras.

L’altra partita si giocherà sulla tempistica delle elezioni, ricordando che il governo Temer potrebbe cadere anche prima della scadenza naturale della legislatura (ottobre 2018). Se Lula dovesse candidarsi e vincere, il suo processo - per norma costituzionale - potrebbe riprendere solo al termine di un eventuale mandato. Una ipotesi che terrorizza il PSDB, che ha alacremente lavorato per far cadere Dilma Rousseff e andare al governo con il PMDB pur avendo perso le elezioni per la quarta volta consecutiva. Il PT, il partito di sinistra di Lula, si è liquefatto all’ombra del suo leader, dimostrando di essere incapace di proporre un’alternativa reale al Paese. Il PSDB vorrebbe esporsi, ma non può farlo più di tanto perché i suoi esponenti sono invischiati nello scandalo quanto gli altri. Bolsonaro, il candidato fascistoide e xenofobo, raccoglierebbe il 16% delle preferenze. Il quadro è desolante ma stimolante allo stesso tempo: i candidati dovranno uscire allo scoperto. E dovranno farlo il prima possibile. 

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