Sei anni dopo l’esplosione delle ribellioni che hanno sconvolto il mondo arabo i ricercatori confermano il legame tra cambiamenti climatici e rivolte. Siccità e carestie incombono sul futuro prossimo dei paesi della Regione. Scarsità di risorse e richiesta di democrazia rappresentano una miscela esplosiva.

Il letto asciutto del lago artificiale Qaraoun. Libano, REUTERS/ Mohamed Azakir
Il letto asciutto del lago artificiale Qaraoun. Libano, REUTERS/ Mohamed Azakir

 A distanza di sei anni dal sorgere di quel movimento di rivolta che abbiamo frettolosamente e poeticamente chiamato “Primavera araba” è forse il momento di cercare di capire se e quanto i cambiamenti climatici e la scarsità di risorse idriche hanno contribuito all’esplosione di una ribellione tanto diffusa.


LEGGI ANCHE : C’è l’eco dei diritti civili nella sconfitta del trumpismo in Alabama


Nel 2009 uno studio del “Forum arabo per l’Ambiente e lo Sviluppo” aveva già messo in evidenza come i paesi arabi sono tra i più sensibili e vulnerabili del pianeta ai cambiamenti climatici. Modifiche degli equilibri dell’ecosistema che hanno effetti diretti su: risorse idriche; innalzamento del livello del mare; salute umana; produzione agricola e insediamenti urbani.

Le risorse idriche stanno diminuendo sempre più rapidamente e molti paesi della Regione affrontano già la scarsità di una risorsa vitale come l’acqua.

I cambiamenti climatici in corso peggioreranno la situazione. Le previsioni di tutti i ricercatori parlano di prossime riduzioni significative della portata dei fiumi della Regione. Si stima che entro la fine del secolo il flusso d’acqua dell’Eufrate può diminuire del 30%, del Giordano dell’80% e del Nilo del 50%.

L’innalzamento del livello del mare è un altro grande rischio, dal momento che la maggior parte dei centri abitati ed economicamente rilevanti della Regione araba sono nelle zone costiere. Il rapporto del “Forum arabo per l’Ambiente e lo Sviluppo” ha valutato che un innalzamento del livello del mare di 1 metro avrebbe un impatto diretto su 41.000 chilometri quadrati del territorio costiero arabo, una superficie pari a quella dei Paesi Bassi.

Temperature più elevate avranno influenze pesanti sulla salute umana, soprattutto perché si amplieranno le aree geografiche di presenza di insetti vettori di malattie come la malaria. Peseranno, però, anche la scarsità e la qualità dell’acqua potabile, insieme alla disponibilità di cibo, mentre tempeste di sabbia più frequenti e violente porteranno all’aumento delle reazioni allergiche e delle malattie polmonari.

Gli effetti drammatici dei cambiamenti climatici in Medio Oriente sono amplificati da un uso del territorio e da regolamenti urbanistici che in gran parte non rispettano neppure quei principi elementari di un’edilizia capace di affrontare piccoli o grandi calamità naturali. I ricercatori ritengono che circa il 75% degli edifici e delle infrastrutture sono a rischio diretto per l’innalzamento del livello del mare e per la maggiore intensità e frequenza di mareggiate. L’affidabilità dei sistemi di trasporto, di approvvigionamento idrico, le reti per le acque reflue e le centrali per la produzione di energia sono a rischio.

Lo studio del “Forum arabo per l’Ambiente e lo Sviluppo” ha evidenziato che le risorse naturali rinnovabili disponibili procapite sono scese di più del 50% in soli 50 anni. Un dato che avvicina pericolosamente la Regione al crollo dal punto di vista ecologico.

L’insieme di queste condizioni può agire come moltiplicatore delle tensioni sociali catalizzatore dei conflitti? Certamente il caos degli ultimi anni nei paesi arabi ha mostrato che la carenza di risorse naturali ha in gran parte contribuito all’escalation dei conflitti, ma non si può affermare che ne sia la causa scatenante principale. Non si deve sottovalutare la richiesta di partecipazione democratica, di rispetto dei diritti umani e la richiesta di una più equa distribuzione delle ricchezze e delle risorse.

In Siria una grave e prolungata siccità, iniziata nel 2007, ha spinto milioni di lavoratori agricoli nelle aree urbane alla ricerca di un reddito. Quando la rivolta è iniziata nel 2011, circa 60.000 famiglie siriane si erano trasferite alle periferie delle grandi città per colpa della siccità. Prima di questa crisi il Paese, da più di due decenni, era autosufficiente per quanto riguarda la produzione di grano. Un’eccezione nell’area, nel 2009 la produzione del cereale era scesa di oltre un terzo.

Gli sfollati della siccità, in gran parte disoccupati, hanno rappresentato un vero e proprio serbatoio umano per la rivolta. Quando la tensione raggiunse il livello di guardia il Governo tentò di alleviare la crisi con timide misure economiche che non ottennero il risultato sperato. Nel frattempo la protesta popolare si era rafforzata ed era emersa prepotentemente la richiesta di maggiore democrazia.

Molti analisti e ricercatori concordano nel ritenere che l’impatto della scarsità di risorse, ha agito come importante moltiplicatore, ma non è stata la causa principale che ha scatenato il conflitto.

La drammatica situazione cui stiamo assistendo si configura come una prova generale di ciò che potrebbe accadere se non si riuscirà a contenere gli effetti dei cambiamenti climatici. Il numero dei migranti si moltiplicherà, a causa del crescente afflusso di persone in fuga da siccità e carestie. La sola ricetta per evitare un simile disastro è affrontare le cause alla radice, aiutando le popolazioni colpite e cercando di garantire loro una dignitosa qualità della vita nelle loro comunità di origine.

Una migliore efficienza delle risorse può essere raggiunta grazie a un’adeguata pianificazione e a finanziamenti per progetti di ammodernamento ecocompatibile delle infrastrutture. Una corretta gestione del circolo acqua – energia - cibo può migliorare l’efficienza, la produttività e la produzione alimentare, fino a raddoppiarla, nei paesi arabi. Il passaggio all’economia verde e la diffusione delle energie rinnovabili possono creare posti di lavoro e diversificare la base economica.

Tutto questo, però, non sarà sostenibile se i governi non inseriscono l’integrazione dei diritti umani nell'agenda dello sviluppo. Questo include i principi della vera pubblica partecipazione, responsabilità, trasparenza e non discriminazione.

@MauroPompili

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE