Alla Cop 23 si forma un’alleanza globale anti-carbone, che Trump vuole invece al centro della strategia energetica Usa. Un fallimento annunciato, ma le politiche verdi non c’entrano: è la rivoluzione degli idrocarburi non convenzionali a rendere irreversibile la crisi delle miniere

Il fumo della centrale elettrica di Jim Bridger, alimentata a carbone, fuori da Rock Springs, Wyoming, Stati Uniti, 5 aprile 2017. REUTERS / Jim Urquhart
Il fumo della centrale elettrica di Jim Bridger, alimentata a carbone, fuori da Rock Springs, Wyoming, Stati Uniti, 5 aprile 2017. REUTERS / Jim Urquhart

Si chiude oggi a Bonn la ventitreesima conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (Cop 23), dopo dieci giorni di lavoro segnati dell’emarginazione della delegazione Usa e da iniziative dall’alto valore simbolico. Tra queste spicca la Powering Past Coal Alliance, lanciata dalla coppia Canada-Regno Unito, che prevede il phase out del carbone entro il 2030.


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Attualmente, il carbone copre il 40% del mercato elettrico globale ed è responsabile di circa 800.000 morti premature l’anno, contribuendo in maniera significativa alle emissioni di CO2. Recenti studi dimostrano che, per centrare gli obiettivi concordati durante la conferenza di Parigi (contenimento del riscaldamento globale entro i 2°) , il consumo di carbone in Europa (Eu28) e nei Paesi Ocse debba cessare appunto entro il 2030.

Nonostante l’accordo non sia stato ratificato da nessuno dei grandi produttori né dei grandi consumatori di carbone (le adesioni fin qui sono una ventina) la valenza simbolica è epocale, soprattutto perché due tra i più fedeli alleati di Washington rispondono così indirettamente al riorientamento della politica energetica Usa.

Nel corso degli scorsi mesi l’amministrazione Trump, dopo aver annunciato la fuoriuscita degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi (Cop21) - che però vincolano gli Usa fino al 2020 - ha ratificato l’abrogazione del Clean Power Plan, che a partire dal 2015 aveva imposto il taglio progressivo delle emissioni di CO2 al segmento termoelettrico, delineando un’inversione di rotta rispetto all’amministrazione precedente.

Il nuovo presidente sembra voler riportare i combustibili fossili al centro della strategia energetica nazionale e, in particolare, sembra mirare al rilancio dell’industria del carbone, afflitta da una profonda crisi strutturale e industriale.

Tuttavia, è improbabile che la deregulation possa avere effetti decisivi sulle dinamiche di settore.

Innanzitutto, perché il settore dell’Oil&Gas e l’industria del carbone non hanno priorità sovrapponibili né interessi convergenti e, anzi, sono in competizione.

A partire dalla seconda metà del passato decennio, infatti, la rivoluzione degli idrocarburi non convenzionali (Unconventional Revolution) ha stimolato quello che è stato definitivo il rinascimento energetico Usa.

Nel corso dei due mandati di Obama, che hanno sostanzialmente coinciso con lo sviluppo dei giacimenti non convenzionali in Nord America, la produzione petrolifera statunitense è cresciuta del 66%, l’aumento più marcato - tanto in termini percentuali quanto in termini assoluti - dal dopoguerra, mentre quella di gas naturale è aumentata del 31%, in termini percentuali l’aumento più consistente dalla presidenza Johnson e in termini assoluti il secondo di sempre.


Il vorticoso aumento della produzione e il conseguente crollo delle quotazioni di riferimento, accentuato dal perdurare dell’eccesso di offerta di greggio su scala globale (Oil Glut), hanno fatto entrare in competizione il gas naturale, e in misura minore gli oli pesanti (alcuni dei prodotti meno pregiati della raffinazione del greggio), con il carbone.

Le conseguenze per l’industria del carbone sono state drammatiche: nel corso di 5 anni (2012-2016) la produzione di carbone negli Usa è precipitata di oltre il 30%, mentre decine di impianti coal-fired sono stati chiusi o riconvertiti ad altro combustibile.

L’introduzione di limiti progressivi alle emissioni delle centrali termoelettriche, proposti a metà del 2014 dall’amministrazione Obama nel quadro della lotta al cambiamento climatico e implementati dall’Environmental Protection Agency (Epa) a metà del 2015, hanno semplicemente fluidificato e accelerato una transizione già in atto, che procedeva sospinta da variabili economiche piuttosto che da preoccupazioni di carattere ambientale.

Nel corso degli ultimi 30 anni gli investimenti nell’industria del carbone (sia nel comparto minerario che in quello termoelettrico) si sono andati assottigliando, compromettendone le prospettive a medio e lungo termine.

All’avvento della Uncoventional Revolution l’età media delle centrali coal-fired era di oltre 40 anni e l’efficienza elettrica superava di poco il 30%.

Al contrario, potendo contare su un orizzonte temporale di lungo periodo per l’ammortamento dei nuovi investimenti infrastrutturali, il parco centrali a gas era già in corso di rinnovamento.

Tra il 2002 e il 2016 sono stati installati negli Stati Uniti poco meno di 230 GW di potenza termoelettrica gas-fired. Moderni impianti a ciclo combinato hanno gradualmente sostituito gli impianti tradizionali e le centrali a carbone più vecchie o meno efficienti.

Attualmente, le centrali gas-fired negli Usa hanno un’efficienza media di circa il 25/30% superiore a quelle coal-fired, riuscendo a controbilanciare il differenziale di prezzo tra i due combustibili, ancora leggermente favorevole al carbone in gran parte degli Stati Uniti.

Anche sotto il profilo dei costi operativi e della manutenzione gli impianti a gas sono notevolmente più efficienti e competitivi rispetto a quelli a carbone, in media sono di dimensioni nettamente superiori e concepiti secondo schemi costruttivi molto più complessi.

Le regioni del Northeast, Southeast e Southwest, prossime a importanti giacimenti non convenzionali di gas naturale, hanno subito le ripercussioni più violente e immediate del brusco riorientamento del sistema energetico statunitense. Le miniere di carbone che riforniscono la costa orientale, infatti, producono un carbone di ottima qualità ma a un costo marcatamente superiore rispetto a quelle situate nelle regioni interne.

Nel Midwest e negli Stati alle pendici delle Montagne Rocciose l’industria del carbone, pur accusando il colpo, è sembrata sinora più resiliente.

Tuttavia, oltre il 50% delle chiusure di centrali coal-fired programmate per i prossimi due anni interesseranno le regioni interne, rifornite dal carbone proveniente dal bacino del Powder River, definito sovente il carbone termico (destinato alla produzione di energia) con il miglior rapporto qualità/prezzo al mondo. E, a dispetto delle misure prese dall’amministrazione Trump, gli outlook di breve/medio periodo non segnalano un’inversione di tendenza, pur prevedendo una modesta ripresa della domanda di carbone.

Nonostante le quotazioni del gas naturale siano lievemente risalite rispetto ai minimi degli anni passati, infatti, i fondamentali del mercato non sono cambiati.

L’abrogazione del Clean Power Plan, perciò, è destinata quasi esclusivamente ad alimentare l’inerzia dei grandi operatori del settore energetico.

E’ molto probabile, infatti, che gli impianti coal-fired sperimentino un aumento del fattore di capacità (il rapporto tra la produzione effettiva e quella potenziale) ma l’ondata di chiusure non si fermerà, come dimostrano le tre che sono seguite all’annuncio dell’amministrazione.

Lo sviluppo dei giacimenti di gas naturale e della rete di trasmissione sta estendendo l’areale in cui la competizione tra i due combustibili si fa più serrata, mentre il ridimensionamento del segmento minerario del carbone minaccia di avere ripercussioni sulle quotazioni di riferimento, riducendo l’unico vantaggio competitivo del minerale sul gas naturale.

Contemporaneamente, un nuovo competitor si è affacciato sul mercato dell’energia Usa: le nuove fonti di energia rinnovabile.

Negli ultimi due anni il segmento delle rinnovabili negli Usa è stato interessato da investimenti per oltre 90 miliardi di dollari, meno di un terzo di quelli confluiti nel comparto dell’Oil&Gas ma quasi 10 volte quelli affluiti nell’industria del carbone.

Gli impianti con nuove fonti di energia rinnovabile sono altamente compatibili con quelli gas-fired, ma sono difficilmente integrabili in una rete elettrica in cui il carico di base è sostenuto da centrali coal-fired.

Le centrali a carbone, infatti, hanno tempi di attivazione piuttosto lunghi, difficoltà a modulare la potenza erogata e necessità di operare ad alti fattori di capacità per ammortizzare i notevoli costi strutturali. Caratteristiche difficilmente conciliabili con quelle degli impianti eolici o fotovoltaici (che costituiscono circa il 90% del parco di impianti che sfruttano nuove fonti di energia rinnovabile negli Usa), discontinui e non programmabili per natura.

Attualmente le nuove fonti di energia rinnovabile contano su una potenza installata pari a un terzo di quella a carbone, ma sono in rapida ascesa e godono di ottime prospettive industriali e finanziarie di medio e lungo periodo.

Prospettive che hanno abbandonato l’industria del carbone da più di 30 anni e che la deregulation fortemente voluta dall’amministrazione Trump non può restituirle.

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