Dal Teflon (nucleare) al Voltaren (missili), è lunga la lista dei beni "dual use", usati anche per fini bellici o in settori soggetti a sanzioni. E sottoposti quindi a stringenti controlli nell'export. Ora la Ue prova a evitare che i suoi prodotti aiutino le cyber war contro i dissidenti politici

Una macchina passa la frontiera con la Russia a Narva, in Estonia, il 25 gennaio 2017. REUTERS / Ints Kalnins
Una macchina passa la frontiera con la Russia a Narva, in Estonia, il 25 gennaio 2017. REUTERS / Ints Kalnins

Il Teflon è il rivestimento antiaderente che viene applicato su padelle e tegami per renderli più resistenti all’uso e di maggiore durata. E’ un composto a base di fluoro che all’origine si presenta come una polvere bianca e leggera, resistente ad ogni sostanza chimica e ad un calore di 300 gradi centigradi. Ormai viene considerata una tecnologia obsoleta e di uso comune ma può essere utilizzato nel processo per l’arricchimento dell’uranio.


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Anche l’industria farmaceutica presenta casi simili: il Voltaren, noto farmaco antinfiammatorio, è composto da diclofenac, base per il propellente per i missili.

Questi prodotti si chiamano beni dual use poiché utilizzabili sia in applicazioni civili che nella produzione e sviluppo a fini bellici o in settori oggetto di sanzioni come il comparto petrolifero o nucleare. Turbine, valvole, guarnizioni, guanti da lavoro resistenti agli agenti chimici, software: sono tutti beni usati nel quotidiano e molto diffusi che devono sottostare a stringenti sistemi di controllo delle esportazioni per assicurare il rispetto degli accordi internazionali tra Stati. In caso contrario, il rischio è di essere bloccati alle frontiere di alcuni Paesi con importanti sanzioni amministrative e penali che possono avere un forte impatto sulle aziende, come racconta Luigi Emilio Pasquinetti, consulente di gestione e mercati esteri di Ellepi.

L’argomento delle esportazioni dei beni dual use è tornato di grande attualità soprattutto per le conseguenze che hanno in ambito di politica estera e di sicurezza internazionale, al punto che l’Unione europea ha deciso di pianificare un aggiornamento del Regolamento (CE) n.428 del 2009 con le successive modifiche. Il 23 novembre scorso, la Commissione per il commercio internazionale (Inta) del parlamento europeo si è espressa con 34 voti a favore e 1 contrario per una maggiore rigidità dei controlli con l’obiettivo di contrastare l’uso della tecnologia europea da parte di governi stranieri per spiare o sopprimere le opposizioni e i dissidenti politici. Nello stesso tempo, si vuole garantire la competitività degli esportatori europei grazie allo snellimento delle procedure burocratiche per ottenere l’autorizzazione alla vendita fuori blocco dei prodotti senza incorrere in rischi e sanzioni, per esempio quando si esporta in Oman, Sudan, Nigeria, Siria, Venezuela, Iran, Russia, Somalia, Corea del Nord.

Il documento approvato introduce importanti novità tra cui la necessità di stabilire nuove categorie per i beni dual use, l’importanza di definire le tecnologie legate alla cyber sicurezza, l’urgenza di chiarire i criteri di valutazione per il controllo di questa tipologia di esportazioni e di assicurare lo scambio di informazioni al fine di tutelare i diritti umani e la sicurezza nazionale ed internazionale.

Bruxelles ritiene importante focalizzare l’attenzione verso i dispositivi usati per azioni offensive come il cyber spionaggio o le intercettazioni considerando l’incremento di spyware o malware e di tecnologie di sorveglianza del traffico internet. Una esigenza che nasce dalla velocità del progresso di tecnologie sensibili utilizzate con l’obiettivo di stabilire nuovi assetti geopolitici attraverso guerre che ormai si combattono a colpi di attacchi informatici, Big Data, AI e IoT. E per comprendere quanto il problema sia avvertito a livello globale, basti pensare alle continue tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina a causa delle accuse reciproche di cybercrime o all’esclusione di Kaspersky Lab da due liste di fornitori autorizzati da parte del governo Trump poiché sospettata di cyber spionaggio per conto della Russia. Insomma un settore che vede coinvolti governi e aziende, pubblico e privato, la protezione dei cittadini e la tutela del commercio internazionale, la capillare diffusione di piattaforme che gestiscono reti globali e la mancanza di una normativa di riferimento per regolamentare gli abusi.

In questo contesto nasce la sfida per la definizione di standard e di processi condivisi, l’attuazione di uno scambio di informazioni tra Paesi, l’applicazione di un sistema strutturato per il monitoraggio e gestione delle transazioni di business. Una serie di azioni che impattano direttamente sulla competitività e la crescita economica dei singoli Stati, in quanto allo stato attuale le aziende devono districarsi tra licenze e black list, tra blocco delle merci e danni reputazionali.

“Il Mise rilascia circa 1500/1800 autorizzazioni all’anno per un controvalore di un miliardo di euro in tempi che variano da 40 a 60 giorni” evidenzia Pietro Maria Paolucci, consigliere ministeriale e referendario della presidenza del consiglio dei ministri, Direttore di Oseco (Osservatorio sulle strategie europee per la crescita e l’occupazione), nel libro “Dual use. Ostacolo e potenzialità per l’Export. Normativa e casi pratici”. “E’ possibile però incorrere in dinieghi da parte degli Stati membri per le autorizzazioni, in considerazione del rischio di diversione a fini militari rispetto all’uso previsto o di obblighi derivanti dalle sanzioni, soprattutto contro la Siria e la Russia. Nel 2016 la Russia ha registrato il valore più alto di beni esportati diniegati con circa 215 milioni di euro, seguita dalla Cina con 53 milioni e dalla Corea del Nord con 40 milioni”.

In altri casi, invece, alcune componenti sono beni commerciali dual use per definizione, tuttavia non soggetti a licenze di esportazione dell’autorità e ciò significa che organizzazioni terroristiche come l’Isis possono utilizzare beni e dispositivi venduti dai produttori in modo legittimo a società commerciali e a distributori locali, per poi entrare in una rete distributiva così intricata da rendere impossibile risalire al consumatore finale.

@mariaelenaviggi

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