Uno studente italiano scrive da Tel Aviv, raccontando cosa significa vivere sotto la costante minaccia di un terrorismo che l’Europa comincia a conoscere solo ora.

An ultra-Orthodox Jewish man looks out from a condensation-covered window of a bus in Jerusalem. REUTERS/Ammar Awad

La caporedattrice mi fa accomodare nel suo ufficio e mi porge un foglio su cui sono scritti i nomi delle persone che devo intervistare la settimana seguente. Leggo velocemente i nomi delle città dove sono locati gli uffici delle persone da intervistare: Haifa, Be’er Sheba, Gerusalemme…


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«Devo… devo andare a Gerusalemme?» chiedo.

«Certo» mi risponde lei.

Sono stati giorni intensi. Ogni tre ore arriva una notifica sull’iPhone che comunica l’avvenimento di un nuovo attentato terroristico. Si tratta perlopiù di accoltellamenti, perpetrati da palestinesi ed arabi israeliani, sia uomini che donne, di tutte le età. Ogni attacco è una missione suicida: nel giro di pochi minuti il terrorista viene neutralizzato da una forza di sicurezza presente sul posto; non dopo aver seminato il panico e aver ferito, se non addirittura assassinato, diverse vittime.

Cisgiordania, Tel Aviv, Gerusalemme, Bat-Yam, sono poche le città israeliane in cui non è avvenuto uno di questi attentati. In totale le forze di difesa israeliane hanno calcolato che, solo nel mese di ottobre, sono avvenuti 74 accoltellamenti, 10 sparatorie, 11 speronamenti automobilistici, per una somma di oltre 21 omicidi e 184 ferimenti.

Il giorno dopo l’incontro con la caporedattrice della rivista di chimica per cui lavoro, leggo su Twitter che in Cisgiordania un terrorista ha sparato su un’automobile. Sono morti tre civili: un rabbino, uno studente americano e un passante palestinese. Guardo le foto delle vittime; il mio cuore si ferma per qualche istante non appena vedo il volto del ragazzo ucciso e mi dico: «Questo lo conosco».

Il gelo.

Chiedo conferma ai miei amici su Facebook e scopro che sì, quello è Ezra Schwartz, il ragazzo che frequentava lo stesso liceo di Boston dove io ho trascorso un anno di studi. Il giovane, scherzoso, sorridente Ezra che amava giocare a baseball e ridere di ogni sciocchezza, freddato da una pallottola, morto di una morte inutile, tanto per gli ebrei che per i palestinesi, una morte che non porta ad alcuna vittoria, ad alcun cambiamento dello status-quo, ad alcun progresso nel processo di pace.

Ezra era venuto in Israele per frequentare un programma di studi religiosi e l’anno prossimo avrebbe cominciato l’università negli Stati Uniti. Aveva diciott’anni. La sua bara è partita la sera stessa su un aereo diretto a Boston, dove i suoi genitori, sua sorella e i suoi fratelli lo aspettavano con lacrime bollenti che sgorgavano dai loro occhi, colmi di incredulità e privi di una spiegazione.

Da settembre, il terrorismo di matrice islamica (e non dico palestinese, notare bene) non sembra intenzionato a dare un solo minuto di pace a chiunque viva in Israele, rendendo la vita un incubo per gli israeliani di tutte le etnie e religioni. Persino un arabo israeliano di settant’anni è rimasto ferito in un attacco avvenuto a Gerusalemme. A rimetterci sono tutti i cittadini musulmani, che vengono guardati con sospetto da guardie di sicurezza e civili per la strada, sugli autobus e negli ascensori.

Lavoro come giornalista in Israele e studio all’università di Bar-Ilan da oltre due anni. Mi confronto con questa realtà ogni giorno. Il terrorismo diventa forse una costante, ma non una norma; la paura diventa una sensazione incessante, ma non ci si può fare l’abitudine, come invece sembrano fare i giornali esteri, che spesso non si curano neanche di riportare le tragiche notizie provenienti da questo minuscolo angolo di Medio Oriente.

Telefono ad un’amica italiana in trasferta a Bruxelles, che mi dice che la città è «sotto assedio»: la polizia è alla ricerca di un terrorista e le scuole, la metropolitana, gli uffici pubblici, tutto è stato chiuso. Una vittoria per i militanti dell’ISIS, che non desideravano altro se non mettere in ginocchio la liberale Europa.

Anche in Italia oggi ogni certezza viene distrutta; ogni sensazione di sicurezza, ogni fiducia reciproca, viene messa alla prova. E viene messa alla prova anche la tolleranza: d’un tratto ogni donna col velo viene guardata con sospetto, come se potesse farsi esplodere da un momento all’altro.

Buongiorno, Europa.

Nelle ultime settimane, cara Europa, hai avuto un assaggio del terrore quotidiano a cui i cittadini israeliani sono sottoposti. Hai scoperto a cosa servono i posti di blocco. Sei stata costretta all’enorme pressione di dire di no al razzismo ma dire di sì alla sicurezza e alle precauzioni. Hai scoperto che il prezzo da pagare per prevenire il terrorismo è il semplicismo, la generalizzazione, la discriminazione.

Questa sfida, con cui l’Europa si confronta oggi per la prima volta, caratterizza la realtà di Israele da decenni. All’università ho numerosi compagni di classe palestinesi; abbiamo un ottimo rapporto. Ma non appena lascio il campus, ogni palestinese che incontro è una potenziale minaccia.

Bruxelles si ferma. Tel Aviv no.

Perché se Tel Aviv dovesse fermarsi ad ogni attentato, ogni allarme rosso, ogni razzo, ogni terrorista in fuga — Tel Aviv sarebbe ferma da 67 anni. E Tel Aviv non può stare ferma un solo istante; le sue start-up non possono smettere di produrre nuove tecnologie, il Centro Peres per la pace non può smettere di promuovere attività sportive per ebrei e palestinesi, i giovani non possono smettere di festeggiare la loro liberalissima città sulla spiaggia il venerdì mattina, i vecchi non possono smettere di respirare ogni boccata d’aria perché ogni singolo respiro è per loro una vittoria nei confronti dei nazisti che hanno sterminato le loro famiglie settant’anni fa.

Con la mente carica di preoccupazioni e il mio blocchetto per gli appunti e la mia penna in tasca, esco di casa e mi dirigo a Gerusalemme. Ho un grosso zaino sulle spalle per prevenire un attacco da dietro; gli auricolari non sono nelle orecchie cosicché io possa sentire qualsiasi rumore sospetto. E ho la speranza, la speranza che un giorno israeliani, francesi, italiani, tutti i popoli del mondo, possano passeggiare per le loro strade in pace, senza il terrore di venire uccisi, ancora con qualche briciola di fiducia nei confronti di questo pazzo crudele pianeta.

@simonsays101

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