Marawi, Filippine. REUTERS/Jorge Silva
Marawi, Filippine. REUTERS/Jorge Silva

Sono passate sei settimane e Marawi, nell'isola di Mindanao, Filippine del sud, è ancora in parte controllata dai jihadisti del Maute e di Abu Sayyaf, due organizzazioni che hanno giurato fedeltà all'Isis. Il presidente Rodrigo Duterte, che dal 23 maggio scorso ha ordinato la legge marziale in tutta la regione, aveva garantito che la città sarebbe stata liberata in pochi giorni, se non addirittura in poche ore. Ma le bandiere nere dei tagliagole ancora sventolano in diversi quartieri.


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Le truppe filippine non erano preparate

Ieri il segretario della Difesa Delfin Lorenzana, parlando in una conferenza stampa, ha spiegato che l'esercito filippino si sta preparando all'attacco finale. Tuttavia, non è la prima volta che i vertici del governo riferiscono di date per la liberazione che comunque non avviene. La realtà è che non solo l'estremismo islamico nel Mindanao è stato sottostimato dai precedenti governi e in questo ultimo anno da quello attuale, ma che anche le truppe governative non sono preparate a combattimenti del genere. I militari di Manila non si aspettavano una guerriglia urbana così lenta e duratura. «Siamo abituati alle insurrezioni, ma non ad un dispiegamento di questa grandezza», ha dichiarato a Channel News Asia il colonnello Christopher Tampus, uno degli ufficiali che comandano le operazioni a Marawi. L'esercito ha dovuto far ricorso a incursioni aeree di vasta scala, provocando distruzioni enormi alla città. Col passare dei giorni, infatti, Marawi inizia a ricordare Aleppo e Mosul. Fino ad ora i morti sono circa 400. Alcune delle vittime sono state ritrovate decapitate, esattamente come succede in Siria ed Iraq. Oggi un centinaio di uomini sarebbero ancora nelle mani dei terroristi che, secondo il governo, verrebbero utilizzati come scudi umani durante i bombardamenti. Quasi 200mila persone, invece, sono state costrette ad abbandonare le proprie case, trovando rifugio in diverse città limitrofe, prime fra tutte Iligan e Cagayan de Oro.

Tornano le vecchie alleanze

La grandezza della crisi ha spinto le Filippine, la Malesia e l'Indonesia a massimizzare la condivisione di informazioni dell'antiterrorismo e a condurre pattugliamenti congiunti lungo le frontiere marittime. Ma non solo. L'assalto a Marawi ha costretto Manila, che nell'ultimo anno si è espressa a favore di una politica estera indipendente e lontana dai vecchi alleati, a chiedere aiuto ancora una volta agli Usa. Rodrigo Duterte ha precisato che a chiedere il supporto degli Stati Uniti non sarebbe stato lui, ma i vertici dell'esercito. Dal presidente filippino, però, ci si può aspettare di tutto. Sabato scorso, durante una conferenza stampa, Duterte avrebbe per l'ennesima volta insultato l'ex presidente Barack Obama, elogiando, invece, Donald Trump. Gli americani hanno portato nel Mindanao la più moderna tecnologia per dare supporto alle truppe filippine, compresi droni di ultima generazione, così da raccogliere informazioni in tempo reale e monitorare le mosse dei jihadisti. È chiaro che la mossa degli Usa è volta ad aumentare la loro presenza nel territorio oltre che la loro libertà operativa. Questa situazione, però, limiterà Duterte nelle relazioni strategiche con Pechino e Mosca, che sono interessate, a loro volta, a far uscire il Paese dall'orbita statunitense. L'esercito di Washington, nonostante la fallimentare operazione portata avanti in questi anni nel sud delle Filippine per addestrare ed equipaggiare i militari governativi, conosce molto bene il territorio. Quel che è certo è che l'avanzata dello Stato Islamico nel Mindanao evidenzia la spaccatura tra governo e militari, che potrebbe portare ad un forte scontro interno nelle future decisioni di politica estera e difesa.

@fabio_polese

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