A distanza di tre settimane le bandiere nere degli islamisti continuano a sventolare a Marawi, nell'isola di Mindanao, sud delle Filippine. I miliziani del gruppo Maute e quelli di Abu Sayyaf, organizzazioni che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico, sono ancora asserragliati in diversi quartieri della città.

Una colonna di fumo proviene da un edificio bruciato nel villaggio di Marinaut, mentre le truppe governative continuano l'assalto contro gli insorti del gruppo Maute, che hanno preso gran parte di Marawi City, Filippine, il 13 giugno 2017. REUTERS / Romeo Ranoco
Una colonna di fumo proviene da un edificio bruciato nel villaggio di Marinaut, mentre le truppe governative continuano l'assalto contro gli insorti del gruppo Maute, che hanno preso gran parte di Marawi City, Filippine, il 13 giugno 2017. REUTERS / Romeo Ranoco

L'attacco organizzato nei minimi dettagli

Le truppe governative, usando l'artiglieria pesante e gli elicotteri d'assalto, stanno provando da giorni a riconquistare le zone occupate dai jihadisti lo scorso 23 maggio. Ma le operazioni sono complicate e i militanti radicali non sembrano volersi arrendere. Nella notte tra venerdì e sabato, tredici uomini delle truppe speciali filippine sono morti negli scontri e oltre quaranta sono rimasti feriti. Il blitz fallito, ha spiegato Jo-Ar Herrera, portavoce dell'esercito, «è scattato per provare a liberare gli ostaggi nelle mani degli islamisti». La situazione non è semplice. L'attacco a Marawi è stato pianificato in ogni dettaglio. Nei giorni precedenti, i miliziani avrebbero rifornito moschee e scuole coraniche - che non possono essere bombardate - di armi, munizioni, mezzi, acqua e cibo per resistere mesi. Le strade di accesso ai quartieri occupati sono state minate e le zone controllate sarebbero piene di cunicoli sotterranei che verrebbero utilizzati per spostarsi e aprire il fuoco all'improvviso contro i militari filippini impegnati nei combattimenti. Un video, fatto girare in rete dagli stessi combattenti, mostra i due fratelli Maute - fondatori dell'omonimo gruppo armato - e Isnilon Hapilon - numero uno di Abu Sayyaf - intenti ad organizzare i minimi particolari dell'operazione che ha come obiettivo quello di instaurare un Califfato nell'isola di Mindanao.


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Duterte chiede aiuto ai «nemici» Usa

Per far fronte all’emergenza - che, secondo i piani del presidente Rodrigo Duterte sarebbe stata archiviata in pochi giorni, se non addirittura in poche ore - Manila ha chiesto aiuto a Washington. I «nemici» americani, rispondendo all'appello, hanno inviato i propri marines per dar man forte alle truppe filippine che non sembrano riuscire a risolvere la situazione. Jo-Ar Herrera, confermando la notizia, ha però tenuto a precisare che «i militari Usa avranno solo il compito di supporto tecnico e non parteciperanno alle operazioni». Ma l'emittente americana Cnbc ha anche riferito l’avvistamento del velivolo P3 Orion, utilizzato dalla marina degli Stati Uniti per il pattugliamento, proprio sopra Marawi. La richiesta di sostegno è arrivata dopo mesi di tensioni tra i due Paesi. I rapporti tra le Filippine e lo storico alleato americano, infatti, come avevamo già scritto sulle pagine di Eastwest, è ai minimi termini dopo i ripetuti insulti rivolti a Barack Obama e la richiesta ufficiale di far rientrare in patria i militari statunitensi che dal 2002 hanno inviato per aiutare il governo di Manila proprio a contrastare i gruppi islamici attivi nel sud del Paese. C'è da dire che l'operazione Usa in questi territori è stata un vero e proprio flop. Washington ha investito ben 441 milioni di dollari - fino al febbraio del 2015, quando la missione è stata quasi del tutto smantellata - in addestramento e equipaggiamento, senza ottenere i risultati sperati. Al contrario: i gruppi estremisti sono aumentai e la minaccia dei jihadisti è diventata più complessa ed organizzata.

L'evoluzione dei gruppi islamisti


I passati governi non sono stati capaci di mediare con i gruppi musulmani che da decenni richiedono l'autonomia per ragioni storiche, favorendo così la radicalizzazione. Non è un caso, che quasi tutte le organizzazioni armate che si ispirano all'Isis siano nate proprio da spaccature interne alle guerriglie presenti sin dagli anni Settanta e che, comunque, hanno tutti una connessione, anche familiare, tra loro. Abu Sayyaf è nato grazie ai giovani del Moro National Liberation Front (Mnlf) - storico gruppo che si batte per l'autonomia - e cresciuto con l'uscita di diversi miliziani dal Moro Islamic Liberation Front (Milf), impegnato da anni in un processo di pace che sembra sempre più arenato. Anche il Bangsamoro Islamic Freedom Fighters (Biff), che ha giurato fedeltà all'Isis, è nato da una scissione dal Milf. Un'altra organizzazione legata alla bandiere nere è Ansar Al Khilafah Filippine (Akp), una «new entry» nel panorama terrorista. La formazione si è conquistata la ribalta mediatica con una serie di decapitazioni. Vi sono poche informazioni su quest’ultima. Il gruppo sembra avere collegamenti diretti proprio con gli uomini che combattono in Siria ed Iraq partiti dalle Filippine, dalla Malesia e dall'Indonesia. Ed, infine, c’è il gruppo Maute, che grazie alla rivendicazione dell'attentato al mercato di Davao nel settembre 2016 e all'abilità nell'usare i social network, è riuscito ad acquistare enorme visibilità e affiliati pronti alla morte in nome di un falso concetto del jihad. Lo Stato Islamico ha piantato il seme del proprio odio nell'unico Paese a maggioranza cristiana nell'area. E mentre il presidente Duterte ha sottovalutato la situazione sul fronte meridionale, combattendo quasi esclusivamente il narcotraffico, questi gruppi sono cresciuti. Irrigati dal diluvio proveniente dal Medio Oriente e dagli errori occidentali.

@fabio_polese 

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