Lo storico leader dei tunisini di Ennahda Rached Ghannouchi, REUTERS/Anis Mili
Lo storico leader dei tunisini di Ennahda Rached Ghannouchi, REUTERS/Anis Mili

“Nell'Islam”, racconta Rached Ghannouchi, storico leader dei tunisini di Ennahda, “ci sono due modelli di potere. Il Corano contiene un esempio per ciascun paradigma. C'è il modello faraonico o dispotico. E c'è quello della shura, rappresentato dalla regina di Saba, che si consultava col proprio popolo. Quando ci riferiamo alla democrazia, parliamo del modello di shura. Noi di Ennahda combattiamo una battaglia contro il modello faraonico”.


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L'eccezione tunisina è arrivata a Roma, incarnata da questo anziano signore con lo sguardo mite che, ospite di Palazzo Giustiniani, in un incontro organizzato dalla Commissione Esteri del Senato, in collaborazione con l'Ispi, non si è limitato ai convenevoli: la sorellanza tra Cartagine, fondata nel 814, e Roma, la dialettica inevitabile tra la sponda Nord e quella Sud del Mediterraneo, e quindi tra Italia e Tunisia. Ghannouchi ha risposto a tutti gli interrogativi che, puntualmente, vengono associati al mondo arabo. È possibile conciliare Islam e democrazia, Islam e modernità? Ha senso parlare di un Islam politico?

Il decimo congresso del partito, declinazione tunisina dei Fratelli Musulmani, ha fornito, a parere del leader, una replica esaustiva. A maggio, nella convention di Hammamet, Ennahda (in arabo “Rinascimento”) ha compiuto un cambiamento strategico, in grado di aprire una nuova fase. “Cerchiamo una concordia tra Islam, democrazia, modernità e principi universali”, ha detto Ghannouchi per spiegare la svolta. “Siamo i primi che si definiscono democratici musulmani, vicini ai partiti democratici cristiani dell’Occidente”, ha ribadito, pur restando alieno a qualsiasi tentazione di omologazione culturale. C’è una via islamica alla democrazia, che passa attraverso l’alleanza coi partiti laici moderati, “assieme ai quali sono stati costruiti elementi di pluralismo politico”.

È difficile negare quanto sostenuto dal leader, compreso il parallelo coi Fratelli Musulmani egiziani e il presidente Mohamed Morsi: “Malgrado quello che è successo in Egitto, la democrazia in Tunisia ha tenuto. Grazie alla società civile, che ha promosso il dialogo. Grazie all'esercito, che ha difeso i principi democratici. E grazie a noi, che nel 2013 abbiamo rinunciato al potere, abbiamo preferito un approccio inclusivo e abbiamo creato consenso intorno alla Costituzione”. Una scelta dettata, oltretutto, dalla necessità di rafforzare una democrazia ancora immatura: “In una giovane democrazia il 51 per cento non basta, ci vuole concordia. Adesso in Tunisia la maggioranza di governo rappresenta il 76 per cento degli elettori”.

Perché questo non è accaduto altrove? “Siamo diversi dai Fratelli Musulmani egiziani e dall’Akp di Erdogan”, ha sottolineato Ghannouchi. “Nell'Islam non c'è un'autorità suprema, non c'è una chiesa, c'è una libertà di esegesi, ci sono interpretazioni differenti e c’è un diverso modo di rapportarsi alla realtà”. Allo stesso modo il leader ha respinto la tesi secondo cui l’Islam è radicalmente diverso dal cristianesimo, per cui la democrazia in quel contesto sarebbe impossibile: “È una lettura errata sia dell'Islam che della democrazia. È necessaria una battaglia nell'interpretazione dell'Islam per eliminare queste letture errate. La dittatura è una malattia che può avere ogni civiltà ed ogni religione. In passato l’Islam ha parlato di libertà di opinione. A Damasco, a Cordoba, a Granada c’era una pacifica convivenza”.

Altre affermazioni di Ghannouchi faranno storcere al naso a molti (“Il terrorismo ha preso l'Islam come una maschera, l'Islam non ha niente a che vedere col terrorismo”). Ma le conseguenze, a livello di linguaggio, sono rivoluzionarie: “Rifiutiamo la definizione di Islam politico. Non vogliamo essere confusi con chi rifiuta la democrazia”. È ben accetta, invece, la similitudine con la situazione politica del Marocco, “dove c’è un re, che è anche guida dei credenti, artefice, con le sue riforme, di un’evoluzione democratica. Alla democrazia si può arrivare in due modi. Attraverso la rivolta, o, in maniera graduale, attraverso leader intelligenti e saggi”.

Lo stato di diritto, però, va difeso. La prima sfida è quella economica, la seconda, ad essa associata, è quella della sicurezza: “La democrazia deve produrre ricchezza, che deve essere distribuita, per sradicare le cause del terrorismo. Il primo nemico della democrazia è la disperazione, la mancanza di giustizia sociale e di sviluppo. Noi siamo l'alternativa naturale alla violenza, per cui i terroristi vogliono impedire questo pericoloso precedente”.

Di qui l’importanza strategica della Libia e della sua stabilità: “Come parte dell'Onu riconosciamo il governo di Serraj. La collaborazione tra Tunisia ed Italia può applicarsi anche alla Libia. Una parte dei nostri problemi deriva da lì. Se risolviamo la questione libica facciamo un favore anche a noi”.

Il sostegno occidentale allo sviluppo della Tunisia è ancora insufficiente. In Italia c’è chi sbraita per l’eliminazione dei dazi sull’olio tunisino e anche le promesse dei leader mondiali sono rimaste lettera morta: “Abbiamo ricevuto impegni dai Paesi del G7, ma non sono stati rispettati. Eppure è interesse di tutti che il modello tunisino non cada vittima del terrorismo. Siamo la fortezza di tutta la sponda sud del Mediterraneo. La sponda nord ci deve aiutare. C’è una data da segnare. Il 29 novembre abbiamo in programma una conferenza internazionale per gli investimenti”.

Alla litania “la primavera araba è fallita” Ghannouchi risponde che no, non è vero: “Il percorso verso la democrazia non ha una linea retta, ma alti e bassi, come è stato per la rivoluzione francese. Qualcosa è cambiato nel mondo arabo, è arrivato un nuovo spirito, quello del cambiamento. I popoli hanno riacquistato la fiducia in loro stessi. Non si torna indietro. La rivoluzione egiziana non ha fallito. L'Egitto di oggi non è quello di Mubarak. Può anche esserci più repressione di prima, ma quella che è cambiata è la resistenza dei popoli. La vittoria delle primavere arabe è solo una questione di tempo”.

 

@vannuccidavide

 

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