Combattenti ribelli durante un'esercitazione militare nella provincia di Idlib, Siria. REUTERS / Ammar Abdullah
Combattenti ribelli durante un'esercitazione militare nella provincia di Idlib, Siria. REUTERS/Ammar Abdullah

Dopo Aleppo le forze del Presidente al-Assad si preparano ad attaccare l’ultima roccaforte dei ribelli. Idlib, al confine con la Turchia, accoglie i miliziani che abbandonano le loro posizioni nel resto del Paese. Uno scenario che non sembra portare verso la pace, ma a nuove forme di guerra e terrore.


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Tra pochi mesi si compieranno sei anni dall’inizio della guerra in Siria. La recente conclusione della battaglia per il controllo di Aleppo, vinta dalle forze governative e dai loro alleati, non significa che il conflitto sia al termine. Anche la nuova tregua raggiunta con i gruppi armati non islamisti appare troppo fragile ed esclude troppe milizie per garantire un processo di pace.

In Siria tutti si stanno preparando alla prossima grande battaglia, quella di Idlib, nel nord-ovest del Paese, l’ultima roccaforte rimasta in mano ai ribelli. L‘esercito governativo, secondo diverse fonti militari, sta pianificando l’offensiva che dovrebbe portare alla liberazione di tutta la regione. Si tratta di un territorio che negli ultimi anni, a partire dalla liberazione di Homs, è diventato il rifugio sicuro per tutti i miliziani che si sono arresi. 

Durante l’anno appena trascorso le forze armate del Presidente Bashar al-Assad hanno riconquistato molte aree chiave detenute dai ribelli. Tutti gli scontri più lunghi e violenti, sia nelle zone in prossimità della capitale sia ad Aleppo est, si sono conclusi grazie a quelle che gli esponenti governativi definiscono “accordi per la riconciliazione”: i ribelli si impegnano ad abbandonare le loro posizioni, lasciando sul campo gli armamenti pesanti, e in cambio ottengono di poter raggiungere la provincia di Idlib con le sole armi leggere.  

Così, da molte parti del Paese i combattenti antigovernativi hanno raggiunto la regione di Idlib a bordo degli autobus verdi messi a disposizione dal Governo. In contemporanea i miliziani permettevano ai civili filogovernativi, rimasti intrappolati nei territori che controllano, di cercare rifugio altrove. Queste operazioni si sono ripetute ormai molte volte e quasi sempre senza incidenti di rilievo.

Idlib è stata anche la destinazione per la maggior parte dei 35.000 miliziani e civili evacuati da Aleppo orientale alla fine di novembre.

Consentire ai combattenti che si arrendono di raggiungere Idlib è diventato il punto centrale di ogni trattativa quando le forze di al-Assad riprendono il controllo del territorio. Secondo Damasco le popolazioni liberate tornano alla normalità dopo il cessate il fuoco. Per le opposizioni queste evacuazioni di massa servono a modificare gli equilibri demografici nelle zone dove la maggioranza della popolazione era schierata contro Assad.

Ali Haidar, Ministro per la riconciliazione nazionale, è il responsabile delle trattative per gli armistizi e le evacuazioni. In una recente intervista a all’agenzia di stampa statale, Sana, ha dichiarato: “Visto l’andamento del conflitto immagino che nei prossimi mesi il numero di accordi aumenterà e così il numero dei terroristi che dalle aree vicini a Damasco, Deraa e Qunaitra accetteranno di essere trasferiti a Idlib.”

Haidar ha anche detto che negli ultimi mesi oltre 10.000 miliziani armati hanno raggiunto la provincia settentrionale da aree molto distanti, come Douma, nella zona rurale che circonda Damasco.

“Il nostro governo – ha aggiunto - non può permettere che Idlib rimanga nelle mani dei terroristi a tempo indeterminato. A meno che non vi sia un accordo internazionale per la liberazione della regione l’altra sola opzione è di andare in battaglia contro di loro. Il nostro governo è stato molto chiaro nella sua linea politica quando ha detto che non avrebbe rinunciato a nessuna porzione del Paese e che non avrebbe permesso a nessuna forza armata o politica di limitare l’integrità della Siria.”

Oggi la provincia di Idlib, al confine con la Turchia, è quasi interamente controllata da diversi gruppi di ribelli, tra questi molte le fazioni islamiste come “Ahrar al-Sham” e Jabhat Fatah al-Sham”, quest’ultima legata ad al-Qaeda. Questi gruppi stanno cercando di rinsaldare le loro fragili alleanze per prepararsi a uno scontro che li opporrà all’esercito siriano, appoggiato dall’aviazione e dalle forze di terra di Russia, Iran e dalle milizie di Hezbollah.

La situazione militare sul terreno si è decisamente evoluta a favore del Presidente Bashar al-Assad, grazie anche all’accordo diplomatico raggiunto tra Russia, Turchia e Iran.

Una volta riconquistata anche Idlib il progetto di rovesciare il Presidente sarà probabilmente tramontato in modo definitivo. A quel punto si potrà iniziare a parlare di fine della guerra civile combattuta sul campo, ma non della fine delle violenze in Siria.

Negli ultimi mesi il numero degli attacchi contro i civili nel Paese si è moltiplicato. L’obiettivo resta la destabilizzazione del Paese, i gruppi armati non affrontano più il loro nemico militare, ma seminano il terrore con attentati nei mercati e nei luoghi di culto. Una storia già vissuta in Iraq e che vediamo prendere forma anche in Turchia, Paese che paga il prezzo del suo radicale cambio di direzione rispetto agli oppositori di al-Assad.

La strategia si rinnova, le vittime restano invariate.

@MauroPompili 

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