Ministri indagati, giudici sotto accusa e manager collaboratori di giustizia: il cortocircuito sociale e istituzionale del Brasile sembra paralizzare anche la voglia di cambiamento del suo elettorato. 

Manifestanti durante una protesta contro la proposta del presidente Michel Temer di riformare la sicurezza sociale del Brasile. REUTERS/Diego Vara
Manifestanti durante una protesta contro la proposta del presidente Michel Temer di riformare la sicurezza sociale del Brasile. REUTERS/Diego Vara

Una piantagione d’ananas da sbucciare senza avere un coltello in mano. Ecco un’immagine che potrebbe descrivere al meglio il momento del governo di Michel Temer, continuamente travolto da scandali di corruzione e in preda a una crescente impopolarità. L’espressione brasiliana «descascar um abacaxi» (appunto, «sbucciare un ananas») indica un problema di difficile soluzione. Ma se Temer è senza lame, i suoi avversari fra le dita hanno al massimo un coltellino svizzero, perché l’impatto della seconda “lista di Fachin della Lava Jato” è stato devastante per tutte le forze politiche. Non solo per i vertici dell’esecutivo centrista. È stata colpita la «cupola», come l’hanno ribattezzata i media brasiliani. Sono stati messi sotto indagine 8 ministri dell’attuale governo, 71 parlamentari e 4 ex Presidenti della Repubblica, fra cui Lula, Fernando Henrique Cardoso e Dilma Rousseff. Indagati anche Aécio Neves, candidato alla Presidenza per la socialdemocrazia nel 2014, l’ex sindaco di Rio, Eduardo Paes, e diversi governatori. Si è così consolidata una struttura bipartisan della Lava-Jato, ribattezzata per comodità «la mani pulite brasiliana». Le nuove indagini - disposte dal successore del giudice Teori Zavascki, morto in un incidente aereo mentre era in viaggio verso Rio de Janeiro - sono il frutto di lunghe e dettagliate collaborazioni della Odebrecht, l’impresa edile coinvolta in casi di corruzione pubblico-privato in Messico, Guatemala, Repubblica Dominicana, Colombia, Venezuela, Ecuador, Perù e Argentina, oltre ad alcuni paesi africani. L’impresa ha patteggiato una multa di 2,6 miliardi di dollari, la più alta della storia, da ripartire fra Stati Uniti, Svizzera e Brasile. È dunque “naturale” che le collaborazioni di giustizia dei 78 manager dell’Odebrecht abbiano creato un terremoto di tali proporzioni. Il corruttore sa sempre chi è il corrotto e come l’ha pagato.


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I media brasiliani, però, hanno ventilato l’ipotesi di un temutissimo «Acordão», un “inciucio” all’italiana, per fare in modo che la Lava-Jato finisca senza morti e feriti. Un presunto accordo fra Lula, Fernando Henrique Cardoso e Michel Temer per boicottare le indagini che - se condotte in maniera libera e trasparente - azzererebbero tutta la classe politica brasiliana. La sinistra, il centro e la destra uniti contro la giustizia, con un ruolo fondamentale della Corte Suprema, composta da giudici nominati da tali governi. I tentativi non sono mancati, come dimostra il progetto di legge per ampliare la definizione di abuso d’autorità e il mantenimento del foro privilegiato per tutti gli indagati del Congresso. La Lava-Jato, proprio per il suo carattere eccezionale, ha causato dibattiti e critiche a livello giudiziario. Sono state prese decisioni inedite e utilizzati strumenti nuovi nella lotta alla corruzione. I Pm di Curitiba e Sérgio Moro, il giudice della Lava-Jato, sono spesso stati accusati di manie di protagonismo. In un clima di scontro politico è però difficile stabilire dove inizi l’abuso di autorità e dove finisca la strumentalizzazione elettorale. Questo scenario, come prevedibile, complica le riforme volute del governo Temer, come quella delle pensioni che ha unito i lavoratori in uno sciopero generale che non si vedeva dal 1996. Un recente sondaggio Datafol indica che il 61% dei brasiliani ritengono il governo Temer «pessimo». Il 28% «regolare», il 9% «buono-ottimo» e il restante degli intervistati non si esprime. Il dato più sorprendente, però, è quello relativo alle prossime elezioni. Solo Sergio Moro, il giudice eroe popolare, e Marina Silva, candidata verde, sarebbero in grado di fermare una rielezione di Lula al ballottaggio. Il leader del Partido dos Trabalhadores avrebbe il 38% delle preferenze, Marina il 41% e Moro il 40%. Un pareggio tecnico considerando il margine di errore. Allora, forse, gli ananas da sbucciare non sono tutti dei politici, ma dei brasiliani.  

@AlfredoSpalla

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