Thai soldiers inspect the scene of a car bomb blast outside a hotel in the southern province of Pattani, Thailand August 24, 2016. REUTERS/Surapan Boonthanom

Non si ferma la violenza nel sud della Thailandia. Martedì notte, a Pattani, è tornata la paura. Due bombe sono esplose a pochi minuti di distanza l’una dall’altra, uccidendo una donna thailandese e ferendo 29 persone.


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Lo scorso 12 agosto undici attentati hanno colpito cinque differenti province del Paese. In un resort a Hua Hin esplodono quattro ordigni, due bombe scuotono la spiaggia di Patong e l’isola di Phuket, altre tre esplosioni seminano il terrore a Surat Thani, nella provincia di Trang e nelle spiagge della baia di Phang Nga. Il bollettino è di quattro morti e più di trenta feriti tra cui due cittadini italiani. Per Prayuth Chan-Ocha – capo del governo in seguito all’ennesimo colpo di stato del maggio 2014 – gli attacchi avvenuti a meno di una settimana dal referendum che ha approvato la nuova Costituzione di ispirazione militare – aspramente criticata – e alla vigilia dell’84esimo compleanno della regina Sirikit, sono da attribuire all’opposizione che vuole «destabilizzare il Paese».

La mano dei ribelli musulmani dietro gli attacchi

Ma la situazione sembra essere diversa. L’ipotesi che dietro gli attentati ci sia la guerriglia musulmana, attiva da anni nel sud della Thailandia – di cui più volte abbiamo parlato sulle pagine di East – sembra la pista più concreta. Anche la polizia thailandese, che in un primo momento ha puntato il dito contro i dissidenti fedeli all’ex premier Thaksin Shinawatra, torna sui suoi passi. In conferenza stampa Chakthip Chaijinda – il numero uno delle forze dell’ordine - ha dichiarato che nell’escalation di violenza sarebbero coinvolte 20 persone collegate a gruppi islamici armati attivi nella zona meridionale del Paese. I ribelli mirano da anni alla ricostruzione dell’antico sultanato di Pattani, annesso alla Thailandia un secolo fa, attraverso la creazione di uno Stato autonomo che riunisca le tre province di Pattani, Narathiwat, Yala.

Nuove leve e nuove ideologie

Ma c’è di più. Il capo della polizia nazionale ha spiegato che le persone ricercate «non erano conosciute alle autorità» perché sono «nuove leve probabilmente guidate dai veterani della guerriglia» o – e sarebbe ancor più preoccupante – da nuove ideologie. Rivolgendosi ai giornalisti, Chakthip Chaijinda, ha detto che «gli assalitori sono stati indottrinati nelle scuole islamiche e all’estero» perché «il loro modo di agire è completamente diverso rispetto gli altri attentati».

I colloqui di pace ripartono

Secondo quanto riferisce Anadolu Agency, per rintracciare i colpevoli, le autorità thailandesi avrebbero chiesto aiuto anche a Mara Patani, sigla unitaria della galassia separatista nata nell’ottobre del 2014 con l’obiettivo di iniziare delle trattative di pace con Bangkok. Le trattative, però, sono state bruscamente interrotte dal governo nel maggio scorso. Ma non tutto sembra perso. Bernan News, infatti, riporta che nei primi giorni di settembre ci dovrebbe essere un nuovo incontro informale a Kuala Lumpur. Anche se i colloqui tra le due parti dovrebbero proseguire, la situazione non è facile da gestire. La guerriglia separatista, infatti, è divisa in varie organizzazioni e ognuna opera autonomamente, spesso cercando di screditare gli altri gruppi in lotta.

Preoccupante cambio di tattica

Se dietro le bombe vi fossero davvero i ribelli musulmani, questo comporterebbe un brusco ed allarmante cambio di scenario in linea con la situazione internazionale. Infatti, se è vero che non abbiamo notizie concrete circa possibili collegamenti di queste organizzazioni armate con gruppi legati allo Stato Islamico o ad al Qaeda, non possiamo escludere a priori che nell’ultimo periodo ci siano stati dei contatti. D’altronde, come sappiamo bene, il sud est asiatico è da tempo nel mirino del terrorismo islamico. E, anche la Thailandia, potrebbe essere sotto tiro.

@fabio_polese

 

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