Dal 19 al 21 giugno si è tenuta a Cancún, in Messico, la 47° assemblea generale dell’Organizzazione degli stati americani (OSA). A distanza di qualche giorno disponiamo di tutti gli elementi per interpretarla al meglio e cercare di capire come e perché la “linea venezuelana” sia prevalsa su quella messicana: l’oggetto dell’assemblea sarebbe dovuto essere, come da titolo, il «rafforzamento del dialogo per la prosperità»; in realtà, ad essere discussa è stata soprattutto la posizione dell’America Latina nei confronti del Venezuela di Nicolás Maduro.

Il logo del Messico alla 47esima Assemblea generale dell’Organizzazione degli stati americani (OSA). REUTERS/Carlos Jasso
Il logo del Messico alla 47esima Assemblea generale dell’Organizzazione degli stati americani (OSA). REUTERS/Carlos Jasso

La “linea venezuelana” è piuttosto semplice: Caracas, per bocca dell’allora ministra degli Esteri Delcy Rodríguez, non voleva ingerenze nei suoi (turbolenti) affari interni. Ancora l’OSA non aveva avviato i lavori a Cancún, e già Rodríguez aveva dichiarato che non avrebbe riconosciuto nessuna risoluzione, che in Venezuela non c’è nessuna crisi umanitaria e che l’OSA è uno strumento dell’imperialismo statunitense. A fine aprile il Venezuela ha avviato le procedure per l’uscita dall’organizzazione, che si concluderanno nel 2019.


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La “linea messicana”, incarnata principalmente dal ministro degli Esteri Luis Videgaray, consiste invece in una critica inflessibile al governo madurista, accusato di aver imboccato un cammino non democratico. Questo approccio così intransigente, che ha portato il paese ad assumere il ruolo di leader regionale anti-Maduro, è decisamente insolito per il Messico, che di solito opta per il non-interventismo in politica estera. Ci sono motivi fondati per credere che questi attacchi a Maduro servano in realtà al partito di governo messicano, il PRI, per colpire indirettamente Andrés Manuel López Obrador, il populista di sinistra dato per favorito alle presidenziali del prossimo anno e avvertito dalle élites come una minaccia allo status quo: dentro MORENA, il partito di López Obrador, c’è effettivamente una corrente che simpatizzaper la «rivoluzione» chavista.

Preceduta da mesi di accuse e delegittimazioni reciproche tra le istituzioni messicane e quelle venezuelane, l’assemblea di Cancún del 19 giugno sarebbe dovuta servire al Messico per far approvare una risoluzione che esigesse da Maduro – aumentando quindi la pressione internazionale nei suoi confronti – la liberazione dei prigionieri politici, la cessazione delle ostilità e la revoca della convocazione dell’Assemblea nazionale costituente, prevista per il 30 luglio. Il raggiungimento dei 23 voti su 34 necessari per l’approvazione sembrava scontato, e invece le cose sono andate diversamente: con solo venti voti favorevoli, cinque contrari e otto astenuti la dichiarazione non è passata e la 47° assemblea dell’OSA si è conclusa senza un accordo sul “caso Venezuela”.

Il Venezuela ha vinto, dunque, ma il contesto regionale non gioca comunque a suo favore. Il decennio della “svolta a sinistra” in America Latina si è ormai concluso e Caracas – ad eccezione della Bolivia di Morales e dell’Ecuador di Correa – non può più contare su una solida rete di alleanze in Sudamerica: il sostegno gli è infatti giunto principalmente dai paesi (debitori) dell’area caraibica membri del Petrocaribe, l’alleanza che consente loro di acquistare petrolio dal Venezuela a prezzi preferenziali.

Eppure, come nota bene EL PAÍS, nonostante il Venezuela abbia oggi ridotto la sua influenza ai soli Caraibi, il Messico non è comunque riuscito ad portare dalla sua parte gli altri membri dell’OSA; OSA che, per di più, è guidata dall’uruguaiano Luis Almagro, probabilmente il principale oppositore di Nicolás Maduro in America Latina. Si tratta insomma, senza mezzi termini, dell’ennesima sconfitta politica e diplomatica di Luis Videgaray, che nel settembre 2016 si era dimesso da ministro delle Finanze per aver organizzato la disastrosa (per il Messico) visita di Donald Trump, salvo venire reintrodotto nel gabinetto di governo lo scorso gennaio come ministro degli Esteri grazie alla sua presunta amicizia con Jared Kushner. Videgaray ha commentato l’esito della votazione in maniera un po’ stizzita, lamentandosi del fatto che alcuni stati caraibici non abbiano rispettato il patto preliminare che avrebbe garantito l’approvazione della risoluzione ma specificando che il mancato accordo non cambierà l’atteggiamento del Messico nei confronti del Venezuela.

Ad affossare la “linea messicana” all’OSA ha contribuito anche l’assenza del segretario di stato degli Stati Uniti d’America Rex Tillerson, sostituito dal suo vice John Sullivan. L’amministrazione Trump ha preferito concentrare gli sforzi diplomatici in Medio Oriente, e occuparsi dell’America Latina – come del resto fanno da decenni tutti i presidenti statunitensi, con poche eccezioni – solo in relazione alle migrazioni e al narcotraffico.

L’indiscussa vincitrice dell’assemblea di Cancún è stata insomma Delcy Rodríguez – la «tigre», come la chiama Maduro –, che non soltanto ha impedito la realizzazione di un attacco formale al suo governo, ma ha anche sfruttato l’occasione per mettere in imbarazzo il Messico davanti all’OSA ricordando i quarantatré studenti di Ayotzinapa – scomparsi il 26 settembre 2014 senza che si sappia ancora nulla di certo – e accusando «tutta la politica statale che, per azione o per omissione, promuove, facilita, pianifica ed esegue la sparizione forzata di persone». Rodríguez lascia il Messico dopo aver lasciato il suo posto da ministra degli Esteri in favore di quello da candidata all’Assemblea nazionale costituente.

@marcodellaguzzo

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