Stando a diversi rapporti pubblicati lo scorso lunedì da alcune organizzazioni messicane per i diritti umani e dai ricercatori del Citizen Lab dell’Università di Toronto, in Messico si sarebbe realizzata una vigilanza sistematica e illegale nei confronti di giornalisti e attivisti attraverso malware installati nei loro cellulari.

REUTERS/Kacper Pempel/Illustration
REUTERS/Kacper Pempel/Illustration

Secondo Rete in difesa dei diritti digitali (R3D) e ARTICLE19, due delle organizzazioni che hanno stilato il rapporto #GobiernoEspía, dal gennaio 2015 al luglio 2016 in Messico si sarebbero registrati almeno settantasei tentativi di infezione di smartphone attraverso un software di sorveglianza prodotto dall’azienda israeliana NSO Group. I bersagli di questa pratica di spionaggio erano tutti noti giornalisti (come Carmen Aristegui) e attivisti (come Mario Patrón, direttore del Centro per i diritti umani Miguel Agustín Pro Juárez), oppure loro parenti stretti. Lo spyware di NSO, chiamato Pegasus, si installava nel cellulare della vittima con un semplice click su un link malevolo e consentiva di ascoltarne le telefonate, di leggerne i messaggi e le email e di controllare fotocamera e microfono.


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NSO afferma di vendere il software esclusivamente ai governi, addirittura soltanto dopo averne valutato il grado di tutela dei diritti umani – campo in cui il Messico non brilla affatto, basta dare un’occhiata alla cronaca – e soltanto dietro un accordo formale per limitarne l’utilizzo alla lotta contro il terrorismo o, nel caso messicano, a quella contro il narcotraffico e la criminalità organizzata; NSO precisa però di non avere più alcun potere di controllo e monitoraggio sull’uso dello strumento una volta venduto. Secondo il New York Times, che sempre lunedì ha pubblicato in prima pagina un articolo proprio su questo tema, dal 2011 almeno tre enti federali messicani – la Segreteria della difesa, la Procura generale e il CISEN, il centro investigativo dipendente dal governo – hanno acquistato spyware da NSO Group per almeno 80 milioni di dollari.

Sia il New York Times che Citizen Lab dicono di non avere prove schiaccianti che dimostrino la diretta responsabilità dell’esecutivo messicano in questa estesa operazione di spionaggio. Ma entrambi notano come il suo coinvolgimento sia tuttavia probabile: il malware Pegasus – parole di NSO – non viene fornito ai privati ma solo ai governi, e tutte le persone che sono state “hackerate” erano proprio degli oppositori del presidente Enrique Peña Nieto. Solo il governo poteva inoltre avere un qualche interesse a spiare la ONG di Mario Patrón, che fornisce assistenza legale alle famiglie dei quarantatré studenti scomparsi di Ayotzinapa, ai sopravvissuti del massacro militare di Tlatlaya del 2014 e alle donne di Atenco, torturate e violentate dalla polizia nel 2006: tutti questi episodi sono costati a Peña Nieto – nel 2006 era governatore dello Stato del Messico, dove si trova Atenco – numerose accuse di violazione dei diritti umani. Mentre Carmen Aristegui è nota in patria per l’inchiesta giornalistica sulla “casa bianca”, la lussuosa residenza privata dell’attuale primera dama che risultò essere intestata ad un ricco imprenditore messicano: quell’inchiesta è costata ad Aristegui non soltanto il posto di lavoro ma anche numerose denunce, minacce e campagne diffamatorie.

La gravità di questa operazione di spionaggio è innegabile: in Messico le intercettazioni possono essere effettuate solo dietro l’autorizzazione di un giudice, autorizzazione che probabilmente, scrive il New York Times, non è mai stata richiesta, e il reato di interferenza illecita nella vita privata è punito con una pena che va dai sei ai dodici anni di carcere. Ma soprattutto si tratta dell’ennesimo colpo alla credibilità di Peña Nieto e alle sue promesse di maggiore trasparenza nelle istituzioni e di salvaguardia dei diritti umani e della libera stampa: durante il suo sessennio sono stati assassinati più di trenta giornalisti, di cui sette solo nell’anno corrente. Stando ad un recente sondaggio, il tasso di approvazione di Enrique Peña Nieto, che concluderà il suo mandato a fine 2018, è del 19% appena.

Un paio di anni fa il Messico risultò essere lo stato che aveva speso di più (5,8 milioni di euro) per dotarsi dei software di sorveglianza informatica di Hacking Team, l’azienda italiana accusata di fare affari anche con governi autoritari che nel luglio 2015 subì una corposa violazione di dati. In quell’occasione il ministro degli Interni Miguel Ángel Osorio Chong negò l’esistenza di contatti tra Hacking Team e l’amministrazione Peña Nieto, salvo essere presto smentito proprio da R3D, che pubblicò su Twitter una fattura datata aprile 2015. Per di più, nessuno dei dodici stati messicani che aveva fatto affari con Hacking Team era stato autorizzato ad acquistare o utilizzare spyware.

A prescindere dal caso #GobiernoEspía e da quello Hacking Team, a gennaio Amnesty International si era interessata all’uso politico e intimidatorio dei bot su Twitter in Messico, sfruttati per rilanciare bufale e danneggiare l’immagine di alcuni politici oppure per minacciare di morte, ancora una volta, i giornalisti e gli attivisti per i diritti umani. Come chi osava perfettamente l’autrice dell’inchiesta, «quello che succede online in Messico non è nient’altro che un riflesso di quello che succede offline».

@marcodellaguzzo

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