I legami politici con i cugini iracheni sono molto forti. Così dopo il referendum gli attivisti sono tornati in piazza, subito repressi dal regime. E dopo aver bloccato le forniture di gas a Erbil, il governo iraniano potrebbe aiutare l’esercito di Baghdad a prendere Kirkuk

Mahabad è stata la prima e unica Repubblica curda nella Storia. Un’esperienza durata meno di un anno, che ha lasciato un segno profondo nell’immaginario collettivo. I curdi di Mahabad avranno pensato di essere tornati indietro nel tempo, quando qualche giorno fa sono tornate a sventolare le loro bandiere, proibite in Iran. L’occasione è arrivata dal referendum per l’indipendenza della regione curda dell’Iraq, indetto dal presidente Barzani lo scorso 25 settembre. Centinaia di persone sono scese in piazza, oltre a Mahabad, anche a Baneh, Sanandaj, Saqqez, Mariwan, Bokan, Sardasht, Shno, Piranshar, Kamyaran, Rwansar e Ciwanro per celebrare la vittoria dei cugini iracheni. Nei giorni precedenti gli attivisti avevano lanciato la campagna “Celebrazione della bandiera”, diventata virale sui social. Ma la campagna è andata ben oltre: non solo sono state issate bandiere in tutto il Kurdistan iraniano, si è anche fatto festa, soprattutto a Mahabad, dove l’inno nazionale curdoEy Reqib” “O nemico” ha risuonato impunito per le vie della città. La repressione di Tehran però non è tardata ad arrivare. Polizia, Guardie della Rivoluzione e paramilitari Basij hanno fatto decine di arresti fra gli organizzatori della manifestazione. A Sanandaj fonti locali hanno parlato di quasi 20 mila persone scese in piazza Azadi per scandire slogan di sostegno al Kurdistan del Sud (Bashur) o iracheno: “Il Sud non è solo, Sanandaj è con te”.


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Ad avvicinare i curdi di Iraq e Iran non è soltanto la geografia. C’è l’opposizione a un governo nemico. Come quella del Partito Democratico del Kurdistan iraniano - Kdpi che, dall’esilio iracheno a cui è stato costretto in seguito alla rivoluzione khomeinista del ‘79, ha ripreso a spronare gli iraniani a fare azioni di resistenza civile in patria. Dal Kurdistan iracheno dove ha la propria base operativa, il Kdpi coordina le attività militari altrimenti impossibili in Iran. “Abbiamo lanciato un appello a sostenere il referendum – ha commentato Mustafa Hijri, leader del Kdpi – e questo ha fornito alla gente l’opportunità di opporsi al regime esprimendo il proprio scontento rispetto alle sue politiche oppressive”.

In pochi avrebbero scommesso che Barzani avrebbe onorato tutte le sue promesse. In troppi lo avevano messo in guardia sui rischi di un referendum ostile alle maggiori potenze della regione e del mondo, e altrettanti continuano a fare pressioni affinché il leader curdo riveda le proprie posizioni. Tra questi il parlamentare iraniano Alaeddin Boroujerdi, capo della commissione Sicurezza nazionale e politica estera, che in un’intervista all’agenzia Irna ha detto: “Indire un referendum nel nord dell’Iraq è stato un errore strategico, fatto nonostante i consigli offerti (..) Se le autorità del Kurdistan iracheno insisteranno nelle loro posizioni, avranno molti problemi politici, militari ed economici”.

E sono proprio questi ultimi a preoccupare il governo di Erbil, che si è visto cancellare tutti i voli da e per l’Iran già due giorni prima del referendum, e bloccare le esportazioni di gasolio, una delle principali merci che dall’Iran arrivano nel Kurdistan iracheno. Nel 2016 Erbil ha importato 110 milioni di litri - secondo quanto riportato dalla televisione di stato iraniana Irib citando dati della compagnia petrolifera nazionale – per cinque miliardi di dollari.

Trasformare la crisi fra Baghdad ed Erbil in una nuova guerra sarebbe un disastro per tutta l'area. Ed è difficile da ipotizzare. Ma il governo regionale curdo ha già denunciato movimenti sospetti intorno a Kirkuk. L'esercito iracheno, insieme alle milizie armate da Teheran, starebbero preparando un attacco a Kirkuk, sostiene Erbil. Oltre a essere una delle città più ricche di petrolio del Paese, Kirkuk ha un grande valore sociale, dato dalla sua multietnicità: ci vivono arabi, curdi e turcomanni, protetti dalla Turchia. E Ankara è coinvolta anche per l'oleodotto Kirkuk-Ceylan, da cui si rifornisce di petrolio. Ultimamente glielo vendevano i curdi, che hanno di fatto annesso Kirkuk al loro territorio dopo aver sconfitto l’avanzata dell'Isis. Con quei proventi, Erbil ha sostenuto per anni la guerra contro l’Isis. Adesso però, circondato su tutti i fronti, Barzani rischia di perdere anche quella fragile autonomia che, a inizio anni 2000, ha trasformato l’Iraq del Nord in una regione destinata a celebrare, per la seconda volta nella Storia, l’identità curda.

@linda_dorigo

Fotografa, giornalista e documentarista, Linda Dorigo dal 2014 lavora ad un progetto editoriale sull’identità del popolo curdo in Iraq, Iran, Siria e Turchia. Questo è il terzo di una serie di articoli per eastwest.eu dedicati alle questione curda dopo il referendum per l’indipendenza. 

 

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