Amir, ex docente di fisica nucleare, incontra spesso i suoi studenti tra gli ambulanti che vendono calzini nella metro di Teheran. “Quando mi vedono si nascondono per la vergogna”, dice. Ma la rabbia cresce, e a volte esplode. E scuote il potere. Un reportage dalle strade d’Iran

Una ragazzina senza velo protesta davanti all’Amir Chaqmaq Complex di Yazd. Photo credits Davide Lemmi
Una ragazzina senza velo protesta davanti all’Amir Chaqmaq Complex di Yazd. Photo credits Davide Lemmi

Teheran - Nelle linee metropolitane di Teheran, la maggior parte dei venditori ambulanti ha meno di 30 anni. Attraversano il corridoio, proponendo agli assonnati lavoratori calzini, powerbank, gomme da masticare e salviette. In Iran il 30% di giovani compresi tra 15 e 24 anni non ha un lavoro, mentre il dato della disoccupazione si è attestato al 12,6% nel 2017.


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“È un problema enorme. Siamo un Paese di under 25 governato da ultra 70enni ", dice Amir (nome di fantasia), un ex professore universitario detenuto per 19 mesi ai tempi del regime dello Scià. "Questi ragazzi che vedi nei vagoni della metro sono in realtà ben istruiti. Mi è capitato spesso di incontrare i miei ex studenti. È triste, ma quando ci incrociamo cercano di nascondersi perché si vergognano”.

A fronte di un sistema scolastico ben strutturato, il cui fiore all’occhiello è l’università di Tehran, 255° nel ranking mondiale, l’immissione nel mondo del lavoro rimane complicata.

“Vorrei rimanere in Iran. A parte che non ho il denaro per andare all’estero, ma anche se fosse, qua ho la mia famiglia e i miei amici - Saeed, 21 anni, studia ingegneria a Yazd -. Cosa cambierei del mio Paese? Innanzitutto l’ingerenza delle figure religiose nello Stato, soprattutto delle correnti conservatrici”. Non è raro essere fermati per strada, in questo caso nelle viuzze del bazar, da ragazzi iraniani che cercano un contatto e una comunicazione con il mondo esterno.

“L’inglese l’ho imparato grazie a un istituto privato. Nelle nostre scuole le lingue straniere non vengono insegnate in modo consono e questo ci crea un gap che possiamo colmare solo con un investimento privato”, seduti ad un tavolo di un caffè, Saeed esprime la sua frustrazione, parlando apertamente di regime.

E il potere ha risposto con la forza l’ultima tornata di manifestazioni scoppiata il 28 dicembre a Mashhad, città dell’estremo oriente iraniano. Oltre 8.000 arrestati nelle ultime due settimane. “È già finito tutto. Le proteste sono state ricondotte al silenzio. Ma è stato un altro passo, l’ennesimo che dimostra quanto la base stia ribollendo - continua il professore universitario di fisica nucleare, adesso in pensione  - Sebbene sia stata una protesta molto diversa nei modi e nell’organizzazione da quella del 2009, anche questa è stata un riflesso del malessere generale nei confronti di un sistema corrotto e inefficiente. Parte da richieste economiche, ma evidentemente finisce per scoperchiare vasi di Pandora imprevedibili e legati alle considerazioni degli iraniani nei confronti del sistema che ci governa”.

Le manifestazioni sembra abbiano ridato spinta a tanti, e differenti tra loro, temi che ribollono appena sotto la superficie. E la rabbia si esprimine anche in proteste solitarie. Così, davanti al complesso Shaqmaq di Yazd, una ragazzina si erge in piedi su una panchina. Avrà 18 anni, forse. Non porta il velo e tiene in mano un cartello in farsi. Intorno un gruppo di persone scatta foto e video. Una decina di poliziotti le strappano il foglio di mano, strattonandola e obbligandola ad andarsene. Ma la ragazza è decisa. Torna, senza cartello e senza velo, sempre in piedi sulla panchina. Gli agenti aumentano, i cellulari degli spettatori anche. Questa volta sono tre donne poliziotto ad intervenire. Con la forza la ragazza viene fatta scendere e trascinata via. Urla, mentre un paio di schiaffi si abbattono sul suo viso.

Tra i temi più criticati oggi in Iran c’è la politica estera e militare, nella regione. “Quando parliamo dei bisogni delle persone e li confrontiamo con le spese militari del regime nell’area, non possiamo che schierarci contro l’interventismo. Dovremmo guardare all’interno dei confini, nonché alle necessità e alle richieste dei cittadini, come quella di creare lavoro”.

Oltre al coinvolgimento di Tehran nella guerra civile siriana, Saeed fa un chiaro riferimento alle spese per i numerosi proxy della repubblica islamica in Medio Oriente. “Questi sono tutti i gruppi militari finanziati dall’Iran in Medio Oriente - sull’iPad di Amir la foto delle bandiere delle milizie -. Da Hezbollah agli Houthi, il finanziamento a questi gruppi comporta esose uscite di denaro. Somme che sono uno sputo in faccia se consideriamo quanto poco è stato fatto dallo Stato per le popolazione colpite dal terremoto del 12 novembre”.

La scossa di magnitudo 7.3 al confine con l’Iraq, nel Kurdistan iraniano, ha provocato la morte di oltre 400 persone e 7000 feriti. “Sono dovuti intervenire gli stessi iraniani con collette spontanee per dare una mano, non è accettabile se consideriamo gli oltre 500 milioni dollari annuali per finanziare Hezbollah”, conclude Amir. Nonostante la spesa militare di Tehran non sia sconvolgente, soprattutto comparata con quella di altri Paesi dell’area, gli oltre 12 miliardi di dollari destinati in bilancio nel 2016 alla voce armi hanno aumentato la crepa tra base e istituzioni.

“C’è una reale crisi di fiducia nel sistema che ci governa - l’ex docente di fisica nucleare esprime tutta la sua frustrazione per un immobilismo cronico - Come potremmo essere soddisfatti quando vediamo i prezzi dei generi di prima necessità aumentare del 20,30 e 40%? E la rabbia cresce considerando che non sappiamo dove realmente finiscono queste entrate fiscali”. Amir fa più volte riferimento agli scandali finanziari del 2011 e 2012 che hanno scosso la nazione, mettendo a nudo i limiti di uno, parole dell’ex professore, “Stato che si autocelebra”. 

@LemmiDavide

Isfahan, una coppia percorre Masjed Seyyed, una delle strade principali della città. Photo credits Davide LemmiIsfahan, una coppia percorre Masjed Seyyed, una delle strade principali della città. Photo credits Davide Lemmi

Un anziano cammina tra i viali del Hasht Benesht Garden, Isfahan. Photo credits Davide LemmiUn anziano cammina tra i viali del Hasht Benesht Garden, Isfahan. Photo credits Davide Lemmi

I parchi di Isfahan sono frequentati da studenti e famiglie che organizzano spesso picnic all’aperto. Photo credits Davide LemmiI parchi di Isfahan sono frequentati da studenti e famiglie che organizzano spesso picnic all’aperto. Photo credits Davide Lemmi

Shiraz, i parchi, curati in tutte le città dell’Iran, sono uno dei luoghi di aggregazione preferiti degli iraniani. Photo credits Davide LemmiShiraz, i parchi, curati in tutte le città dell’Iran, sono uno dei luoghi di aggregazione preferiti degli iraniani. Photo credits Davide Lemmi

Una donna in chador cammina tra i vicoli del centro di Yazd. Photo credits Davide LemmiUna donna in chador cammina tra i vicoli del centro di Yazd. Photo credits Davide Lemmi

Le mura delle case del centro storico di Yazd sono costruite con paglia, argilla e sabbia. Photo credits Davide LemmiLe mura delle case del centro storico di Yazd sono costruite con paglia, argilla e sabbia. Photo credits Davide Lemmi

La torre del vento, sullo sfondo, è un tipico sistema di raffreddamento per le case di Yazd. Photo credits Davide LemmiLa torre del vento, sullo sfondo, è un tipico sistema di raffreddamento per le case di Yazd. Photo credits Davide Lemmi

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