Fin qui nulla si è mosso sulla linea del fronte con Hezbollah. Ma dopo aver distrutto un tunnel sul territorio israeliano, il ministero della difesa minaccia il gruppo della Jihad islamica attivo nella Striscia. In gioco c’è anche la traballante riconciliazione tra Hamas e Fatah

Un uomo e una donna affacciati alla finestra di un edificio danneggiato dagli spari nella striscia di Gaza settentrionale. 1 novembre 2017. REUTERS / Mohammed Salem
Un uomo e una donna affacciati alla finestra di un edificio danneggiato dagli spari nella striscia di Gaza settentrionale. 1 novembre 2017. REUTERS / Mohammed Salem

Gerusalemme - Visti da Gerusalemme, questi sono stati giorni di scambi di messaggi. Venerdì, parlando alla televisione libanese, il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah ha accusato la leadership saudita di aver costretto il Primo ministro libanese Saad Hariri a dimettersi. Poi, dopo aver aggiunto che Riyad con questa mossa ha dichiarato guerra al Libano, Nasrallah ha avvisato Israele di non intervenire.


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Il fatto che la prossima guerra tra Israele ed Hezbollah scoppierà sembra una certezza, ma proprio adesso? La settimana scorsa, l’ex ambasciatore americano in Israele Dan Shapiro, dalle colonne del quotidiano israeliano Haaretz si chiedeva se le mosse dell’Arabia Saudita riguardo le sorti del Libano non stiano spingendo Israele a confrontarsi con le forze sciite di Nasrallah. Ma domenica mattina, Hamos Harel, l’analista militare dello stesso giornale faceva notare che Israele non si è pronunciato sulle dimissioni di Hariri e che il controllo lungo il confine a nord di Israele non è stato rafforzato. Secondo Harel questo fa pensare che l’esercito israeliano non stia preparando nessuna mossa imminente.

L’instabilità della situazione sul versante libanese ha in qualche modo messo in secondo piano sia i rapporti tra Israele e Hamas che l’evoluzione dei rapporti fra Fatah e Hamas dopo la riconciliazione firmata al Cairo in ottobre. Ma sabato Israele ha lanciato un messaggio anche in quella direzione. Con un video postato su YouTube, il ministero della difesa israeliano ha messo in guardia il gruppo della Jihad islamica a Gaza dall’attaccare Israele. Parlando in arabo, il generale Yoav Mordechai, l’incaricato delle relazioni fra il ministero della difesa e la controparte palestinese, ha ricordato che il 30 ottobre l'esercito israeliano ha distrutto un tunnel costruito dalla Jihad islamica in territorio israeliano. Nell’attacco sono morti 12 palestinesi, 10 militanti della Jihad islamica e due membri del gruppo militare di Hamas. Si tratta dell’azione più importante lanciata da Israele dopo l’Operazione Margine di Protezione dell’estate 2014.

Mordechai ha avvertito che pianificando attacchi come vendetta contro Israele, la Jihad islamica “sta giocando col fuoco, mettendo a rischio la popolazione di Gaza, gli sforzi di riconciliazione tra le fazioni palestinesi e la stabilità dell’intera regione”. Mordechai ha consegnato un messaggio inequivocabile: “Ogni attacco da parte della Jihad islamica provocherà una risposta forte e determinata da parte di Israele. E questo vale anche per Hamas.” La leadership della Jihad islamica ha dichiarato che non si tirerà indietro, riaffermando il proprio “diritto di rispondere a ogni aggressione”.

Domenica il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha aggiunto che “in ogni caso noi consideriamo Hamas responsabile per qualsiasi attacco pianificato o diretto verso di noi dalla Striscia di Gaza”. In realtà Israele sa che Hamas sta tenendo a bada le fazioni presenti nella Striscia per non rischiare di affossare il processo di riconciliazione con Fatah, il tentativo più serio negli ultimi dieci anni. L’accordo siglato con la benedizione del governo egiziano prevede che Fatah riprenda il controllo della Striscia entro il primo di dicembre ma dopo qualche settimana i due gruppi si sono già scontrati sulla questione del disarmo dell’ala militare di Hamas.

L’Autorità Palestinese ha già ottenuto il controllo dei due valichi, verso l’Egitto e Israele, ma la settimana scorsa, il capo della Polizia palestinese, Hazem Atallah, ha dichiarato a un gruppo di giornalisti stranieri i suoi dubbi sul fatto che l’accordo possa reggere. Per Atallah il disarmo di Hamas è una condizione imprescindibile, mentre Hamas considera non negoziabile la possibilità di cedere il suo arsenale e chiede che le migliaia di uomini che compongono la polizia nella Striscia vengano incorporate nelle forze di polizia gestite da Atallah.

Il 21 novembre le due fazioni si incontreranno di nuovo in Egitto per riprendere i negoziati. Uno degli aspetti cruciali per Hamas è stata la riapertura del valico di Rafah, che consente l’arrivo di beni importati dall’Egitto. Dopo tre conflitti con Israele, il blocco dal lato egiziano e la tensione con Fatah -  che nell'aprile scorso ha contribuito a innescare una grave crisi dell'elettricità, con ripetuti black out che hanno sfiancato la popolazione -  la leadership di Hamas sembra non avere alternative al percorso di unità nazionale. Sabato migliaia di palestinesi si sono ritrovati a Gaza City per l’anniversario della morte di Yasser Arafat. Ed è la prima volta da quando Hamas ha cacciato Fatah prendendo il controllo della Striscia.

Israele osserva e mantiene i suoi rapporti con l’Autorità Palestinese. Atallah, il capo della polizia in Cisgiordania, ha dichiarato che la cooperazione per la sicurezza con gli israeliani è di nuovo attiva, e il ministro dell’economia israeliano, Moshe Kahlon, a fine ottobre ha incontrato a Ramallah il premier palestinese Rami Hamdallah. Israele però continuerà a distruggere i tunnel che da Gaza minacciano la sua sicurezza, e ribadisce che non negozierà con un governo di unità nazionale palestinese che includa Hamas. Ma gli elementi in gioco sono tanti, come i possibili sbocchi di questa fase di transizione: da un ennesimo fallimento dell’unità palestinese fino al tentativo di avviare un piano di pace proposto dagli Stati Uniti con il sostegno dell’Arabia Saudita.

@federicasasso

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