REUTERS/Stringer/File

Nell’ultimo ventennio la crescita economica cinese ha stupito il mondo.
La Cina, dopo circa un secolo, è tornata a essere il main driver del commercio globale, primo esportatore e primo importatore di merci a livello planetario.


LEGGI ANCHE : L'utilità dell'Onu: Trump la disprezza, Pechino la valorizza


La Repubblica Popolare ha raggiunto obiettivi ragguardevoli durante il suo recente sviluppo, dall’inurbamento di massa all’elettrificazione completa del Paese, dal progressivo miglioramento delle condizioni dei lavoratori alla generalizzata crescita dei salari, ma lo sviluppo cinese rimane cronicamente fragile nelle sue fondamenta.
Come sottolineato da illustri economisti, il tessuto produttivo cinese infatti difetta ancora in capacità di innovazione e propensione al progresso, mentre le cifre della crescita cinese potrebbero essere largamente sovrastimate.

Nel corso degli ultimi anni tanto il Fondo Monetario Internazionale quanto l’Organizzazione Mondiale del Commercio hanno iniziato processi di revisione dei metodi statistici con cui viene elaborata la bilancia commerciale, in quanto il paradigma produttivo-commerciale globale, a partire dagli anni ’80, è radicalmente cambiato.
Se fino all’avvento dell’Amministrazione Reagan negli USA e a quella Thatcher in UK il paradigma della produzione e del commercio globale si era retto sul paradigma del trade-in-goods, a partire dagli anni ’80 è iniziato a essere governato dal paradigma del trade-in-tasks
Se fino alla liberalizzazione degli scambi commerciali internazionali ciascun Paese racchiudeva la gran parte della filiera produttiva di ciascun bene che produceva (materie prime escluse), a partire dagli anni ’80 i Paesi e i cluster industriali transnazionali si sono andati specializzando in specifiche fasi produttive, rendendo molto più articolata e complessa la catena del valore globale di ciascun bene di consumo.
La Cina, Paese assemblatore per eccellenza, può contare su statistiche che la descrivono come un colosso industriale e commerciale, in grado di macinare plusvalenze sulla bilancia commerciale da oltre 200 miliardi di dollari l’anno.
D’altronde, i dati rilasciati dalle aziende produttrici dimostrano come il valore aggiunto assegnato all’economia cinese dalle fasi produttive svolte in Cina sia nella gran parte dei casi limitato, compreso, tassazione diretta e indiretta inclusa, tra il 5 e il 10% del plusvalore generato complessivamente dal prodotto.
Eppure, le statistiche internazionali assegnano ancora alla Cina un’ampia fetta di quel plusvalore, dopando e distorcendo in maniera pericolosa i bilanci nazionali e glioutlook sul Paese.

Come descritto efficacemente dall’Economic Complexity Index elaborato da R. Hausmann e F. Sturzenegger, ciascun bene è la sintesi di una serie di fasi produttive e/o un composto di prodotti intermedi. Tendenzialmente, tanto più complesse sono le funzioni del prodotto finale e tanto più complessa risulterà la filiera industriale,nonché la catena del valore.
La drastica riduzione delle tariffe doganali e dei dazi commerciali sperimentata dalle grandi economie mondiali nel corso degli anni ’80 e ’90 abbinata alla parallela riduzione dei costi logistici e di quelli di trasporto ha spinto le multinazionali a frammentare le filiere industriali, spacchettando gli indotti nazionali e riallocandoli su scala globale.
L’ampia disponibilità di manodopera economica, giovane e disciplinata, le agevolazioni fiscali locali e governative, la compiacenza della normativa ambientale e di quella sul lavoro,il tasso di cambio favorevole e controllato, la struttura sociale e le ambizioni della classe dirigente hanno fatto convergere verso il tessuto industriale cinese le fasi produttive e le produzioni a maggior intensità di lavoro e a maggior impatto socio-ambientale, generalmente a basso valore aggiunto.
L’assemblaggio, soprattutto nelle produzioni più complesse, si caratterizza come una fase produttiva o ad alta intensità di capitale (automazione dei cicli industriali) oppure ad alta intensità di lavoro (catena di montaggio).
Le caratteristiche peculiari della società e dell’economia del Paese hanno fatto convergere verso il tessuto produttivo cinese la gran parte delle linee di assemblaggio manuali del pianeta. D’altronde, la definizione di factory system globale è fuorviante, in quanto nonostante questa dinamica abbia reso effettivamente la Cina il più grande esportatore e importatore di merci al mondo, tecnicamente il tessuto produttivo cinese esporta benii cui componenti, materiali e immateriali, sono in larga parte prodotti al di fuori dei confini nazionali per mercati finali esteri.
L’esempio dell’elettronica applicata è emblematico.
L’industria elettronica è stata uno dei main driver della globalizzazione dei cicli produttivi.

Nel 1988 i componenti della filiera dell’elettronica assorbivano l’11,5% dell’interscambio di beni intermedi a livello globale, mentre nel 2006 hanno superato il 20%.
Lo sviluppo della catena del valore globale del comparto dell’elettronica applicata ha riguardato soprattutto la Grande Cina (Cina continentale, Hong Kong e Taiwan), passata dall’esportare poco più del 6% della componentistica elettronica a livello globale negli anni ‘80 a oltre il 35% nel corso del nuovo millennio, e più in generale tutti i cosiddetti Next Eleven.
D’altronde, a dispetto del vorticoso aumento dell’interscambio commerciale, la quota di plusvalore trattenuta al loro interno dai factory system rimane estremamente limitata.
Solo per fare un esempio: il costo della manodopera cinese rappresenta meno del 2% del costo finale di un IPhone, a fronte di oltre il 20% assorbito dai materiali, mentre i soli appalti di primo livello assicurano alla Corea del Sud quasi il 5% del plusvalore. Apple, e di conseguenza gli Stati Uniti, rimangono saldamente in cima alla catena del valore del prodotto, drenando oltre il 50% del plusvalore di ciascun IPhone.
Il modello statistico attualmente utilizzato per compilare le bilance commerciali non coglie questa discrepanza, perciò attribuisce al Paese che esporta il prodotto assemblato (nel caso dell’IPhone, la Cina) una plusvalenza pari al valore finale del bene meno il valore delle importazioni di materie prime e beni intermedi necessari alla produzione (nel caso dell’IPhone, equivalente a circa il 50% del prezzo finale), a dispetto di una distribuzione estremamente iniqua del plusvalore tra le diverse fasi produttive e la filiera commerciale.

Al momento, come brillantemente sintetizzato dal banchiere Yu Yongding, la Cina esporta prodotti finiti e importa innovazione e knowhow. Ovviamente il rapporto è asimmetrico, economicamente, politicamente, socialmente e culturalmente, e non premia certo la Repubblica Popolare.
Nonostante i crescenti sforzi profusi dalle autorità cinesi per scalare la Catena del Valore Globale, i risultati rimangono ancora circoscritti a poche aziende modello e il tessuto produttivo nazionale rimane ancora ostaggio delle grandi multinazionali occidentali, deus ex machina della domanda in mancanza di consumi interni adeguati.
Malgrado le dichiarazioni, le grandi istituzioni economico-finanziarie internazionali sembrano piuttosto riluttanti a mettere mano ai metodi statistici con cui vengono compilate le bilance commerciali, alimentando, consapevolmente o inconsapevolmente, una percezione distorta sulla deindustrializzazione delle economie avanzate.
A dispetto dell’apparenza, infatti, è la Cina il luogo in cui tutti i nodi più contradditori della globalizzazione vengono al pettine.

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

concorso