I calcinacci scricchiolano sotto i nostri piedi. Mantenere un’andatura stabile non è semplice, e allora procediamo appoggiandoci alle mura, crivellate di colpi, delle abitazioni che fiancheggiano la strada. Un’apertura, tra le pareti di una di queste, ci permette di guardare all’interno: vestiti , tubi rotti, la culla di un bambino. 

Photo credit: Davide Lemmi
Photo credit: Davide Lemmi

Ad Ain al Hilweh, il campo palestinese di Sidone, il più grande del Libano, che secondo i dati ufficiosi conta 120 mila persone in 2 chilometri quadrati, gli scontri per ora sono terminati. Ciò che rimane sono le macerie, le famiglie senza più una casa, e la paura che i combattimenti possano ricominciare da un momento all’altro.


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Percorrendo la strada principale di Hay al Tyrri, l’area maggiormente colpita, lo sguardo si sofferma sulle mura delle abitazioni sciolte al suolo, sulle molte case bruciate, pericolanti, perforate dai razzi degli RPG. Un’anziana donna ci ferma, e come d’abitudine nei paesi arabi, ci invita ad entrare in casa per prendere un tè. L’abitazione è semi distrutta: una parete è sgretolata al suolo, mentre un paio di pilastri reggono l’intero peso dei piani superiori. “Ma quella donna è rimasta a vivere lì?” chiedo perplessa ad Ahmed dell’associazione Terre Des Hommes che ci fa da guida. “Si, è la sua casa. Non ha altro posto dove andare”

Gli scontri sono scoppiati nei primi giorni di aprile tra il gruppo islamista del 29enne Bilal Badr e l’unione delle forze di sicurezza palestinesi, guidate da Fatah. Gli uomini di Bilal hanno aperto il fuoco nella piazza del mercato di frutta e verdura di Hay el Fokani, durante un controllo di sicurezza delle forze palestinesi. La situazione è quindi rapidamente degenerata. I 60 miliziani del leader jihadista hanno distrutto l’area muniti di granate a propulsione montate su camion e sparando con fucili d’assalto. La violenza incontrollabile degli scontri ha provocato in pochi giorni otto morti, di cui due civili, e circa trenta feriti. La richiesta di una trattativa per il cessate il fuoco è arrivata dopo quasi una settimana. Due delegati islamisti sono entrati nelle aree controllate da Fatah, ma durante la negoziazione, che avrebbe previsto il dispiegamento delle forze palestinesi di Fatah nel quartiere dove vive Bilal Badr, in cambio della sua sicura evacuazione, sono ricominciate le sparatorie. Il capo delle unità di sicurezza palestinese, Subhi Abu Arab, ha perciò fatto sapere che le operazioni sarebbero andate avanti fino alla resa di Badr stesso. 

Intanto, mentre il leader islamista ha fatto perdere le sue tracce, ad Hay al Tyrri, il quartiere ora semi distrutto dove è nato e cresciuto, si fa la conta dei danni. Secondo Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi in Medio Oriente, sarebbero state danneggiate 800 abitazioni e 140 esercizi commerciali. “A 119 famiglie, circa 494 persone, che hanno subito gravi danni a causa degli scontri, abbiamo fornito una somma in denaro in modo che potessero far fronte alle proprie emergenze”, fa sapere Claudio Cordone, direttore di Unrwa in Libano. “Molte sono le famiglie che non possono più rientrare in casa. Alcuni sono riusciti a trovare sistemazione presso altri parenti all’interno del campo o nella città di Sidone” spiega invece Fabrizio Vitale, responsabile del dipartimento di educazione di Terre Des Hommes, l’associazione che da anni svolge ad Ain el Hilweh attività di supporto a gruppi vulnerabili. “Diverse organizzazioni”, continua Fabrizio “si stanno coordinando per identificare tutte le abitazioni e i negozi danneggiati in modo da avviare il lavoro di ricostruzione, ma non sarà affatto semplice trovare donatori che vogliano stanziare fondi in un tale momento di insicurezza”, conclude. La situazione all’interno del campo è in effetti bloccata a causa dell’alta probabilità di nuovi e imminenti scontri: “C’è tensione nell’aria” spiega Ahmed, “Nessuno sa quando, ma tutti sono certi che presto si ricomincerà a sparare. Per questa ragione la ricostruzione non è stata ancora avviata”. 

Ciò che invece è importante per le associazioni, è restare focalizzati sui più giovani: “E’ fondamentale che i bambini proseguano nelle attività quotidiane, che non abbiano smesso di andare a scuola o di partecipare ad attività educative e di socializzazione all'interno dei Centri gestiti dai nostri partner”, spiega Fabrizio. Unrwa ha fatto sapere che, dopo gli scontri, le attività scolastiche sono state ripristinate. Dal 18 aprile è stato intensificato anche il servizio di supporto psicologico a coloro che ne fanno richiesta. Una questione fondamentale considerando che l’alto tasso di povertà, la mancanza di prospettive future e la scarsa educazione, sono i fattori principali che spingono i giovanissimi verso i gruppi islamici presenti nel campo. 

Ma ad Ain El Hilweh sono molti gli elementi che contribuiscono a creare una forte situazione di disagio e malessere. I ripetuti scontri dei mesi scorsi, avevano indotto a novembre l’esercito libanese ad annunciare la costruzione di un muro di cemento alto diversi metri con torri di guardia. Un muro che ufficialmente doveva impedire ai ricercati, in particolare ai jihadisti in fuga dalla Siria e quelli presenti nel paese, di trovarvi rifugio. Il progetto avviato, è stato però bloccato dopo qualche settimana. “Ciò che succede in Siria si riflette automaticamente qui” spiega Ahmed mentre ci avviamo verso l’uscita. “Negli ultimi mesi i jihadisti stanno perdendo terreno in Siria e questo rende i gruppi fondamentalisti di Ain El Hilweh ancora più imprevedibili e pericolosi”, conclude. 

Uscendo dal campo ci lasciamo alle spalle le case distrutte, i cumuli di macerie, i volti delle persone incontrate. Quelli degli uomini seduti nei loro negozi nel tentativo di riprendere la propria quotidianità, e quelli delle donne, velate di nero mentre camminano per strada a passo lento. Ain el Hilweh è una prigione a cielo aperto. I 120 mila abitanti sono liberi di uscire, ma la condizione di “profugo palestinese” in Libano rende questa libertà un paradosso. Un paradosso da cittadino di serie b, a cui è negata perfino la possibilità di svolgere decine di professioni. C’è una catena che costringe il rifugiato palestinese: è straniero nella terra in cui è nato. Con un occhio al confine e l’altro alla sua esistenza da tollerato.

@LemmiDavide 

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