“Questo Paese vive sul dramma e sullo scandalo. Si nutre di chiacchiericcio”, Hadi Damien è l’ideatore del Beirut Pride 2017, settimana di eventi a difesa dell’orgoglio della comunità LGBT; parla francese, inglese, arabo e italiano e ha un’idea diversa di cosa significa pride. Un orgoglio storico, la comunità LGBT in Libano è antica. Già dagli anni ’60 Hamra, quartiere centralissimo della capitale, ospitava locali e eventi, alcuni innovativi non solo per il Medio Oriente, come i Drag show, “Questo dimostra che Beirut ha un passato e una tradizione. La comunità non è indifesa, ma si erge sulla coscienza delle proprie capacità, imparate nel tempo, di adattarsi al contesto”.

Credit: Hadi Damien, courtesy of Beirut Pride
Credit: Hadi Damien, courtesy of Beirut Pride

Un contesto comunque complicato. Il Libano è un Paese che fa del compromesso tra le numerosi confessioni la propria costituzione. Sopravvivere sfuggendo alle maglie del rigore morale e della parvenza prova l’enorme forza della comunità. Una comunità accettata, ma solo se relegata in “riserve” protette chiamate locali. “Ho iniziato ad organizzare il Pride 10 mesi fa, l’idea era creare una settimana di conoscenza di ciò che ci circonda e autocoscienza - Hadi ci mostra il programma - ogni giorno ci sono diversi eventi, tra cui dibattiti, mostre e show; insomma un viaggio alla scoperta della comunità”. Il Pride in quanto idea, ricercata nei modi, per sfondare il velo della parvenza libanese.


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“Creo i miei abiti rivoluzionando il modo tradizionale con cui possono essere indossati. Ho preso l’abaya, classico indumento da donna della tradizione Saudita e l’ho rivisitato, creando un capo unisex”, Lobnon Mahfouz è uno stilista libanese, espone i suoi abiti all’interno della settimana del Pride, nel passato ha lavorato anche con aziende italiane e da un anno ha deciso di mettersi in proprio e creare un brand: la perverselabel. “Il Pride non è solo una parata nelle strade, una di quelle che si vedono nelle capitali Europee, ma è un modo per mostrare la creatività di un gruppo di persone, che sono quello che sono al di là dei loro gusti sessuali”, conclude Lobnon mentre ci mostra come giocando sul “sesso” dei vestiti si può sfondare alcune regole sociali.

Sfondare le regole sociali, ma in modo leggero, “non volevamo sconvolgere Beirut con eventi shock, abbiamo preferito investire sul dibattito”, ancora Hadi Damien. Un metodo sicuro che in qualche modo rispetta la memoria della comunità nella capitale libanese e si modella alla struttura sociale vigente nel Paese. Eppure, nonostante un’organizzazione soft le polemiche ci sono state, “Vane. Polemiche generate dal bisogno dei media libanesi, ma non solo, di creare dramma per colpire l’opinione”. Hadi si riferisce alla cancellazione di un grosso panel da parte dell’amministrazione di un hotel a meno di 12 ore dal suo inizio. “Si è creata una situazione paradossale: da una parte un gruppo religioso su Facebook ha cominciato a martellare i Social, chiedendo alle massime autorità libanesi di stoppare i lavori del Pride; dall’altra la telefonata dell’hotel che annullava la prenotazione della sala. I media ci sono andati a nozze”, ma l’organizzatore esclude categoricamente, grazie anche ad un giro di telefonate interne al Ministero, l’intervento delle autorità. “Un classico dramma libanese che ha amplificato la voce di un gruppo Facebook in realtà inefficace”, commenta Hadi.

Il programma di Beirut Pride continua, “Il successo di questa edizione, in termini di risvolto mediatico e pubblico, ci sprona a continuare il progetto”, conclude l’ideatore. Cinema all’aperto con proiezioni di film sui temi LGBT; racconti di esperienze personali, alcune molto toccanti; numerose feste disseminate in tutta la città per divertirsi; analisi di come l’omosessualità viene stigmatizzata nelle serie televisive; e workshop in cui si scopre la figura della Drag Queen: adesso il Libano sa e non si può più nascondere.

Libano, il paese dell’omosessualità tra apparenza e illegalità

“Sono stato fermato dalla polizia e trattenuto in caserma per un lungo e umiliante interrogatorio”, Inizia così il racconto di Omar, un giovane attivista libanese, membro dell’associazione Helem, che dal 2004 combatte per i diritti degli omosessuali. Al Madam Om, nel cuore di Beirut, una quarantina di persone sono sedute di fronte a lui ad ascoltare la sua storia. Il silenzio nel locale è profondo mentre Omar, una bandiera arcobaleno alle sue spalle, continua, “Mi hanno fatto sedere, mi hanno bendato, e all’orecchio, sbeffeggiandomi a turno, mi hanno chiesero se mi piacessero i maschi e di raccontargli cosa facessi con loro a letto. Non sono affari vostri rispondevo, e allora hanno cominciato a minacciare di arrestarmi”.

In Libano, secondo l’articolo 534 del codice penale, “sono punibili gli atti sessuali contrari all’ordine di natura” e il “colpevole” rischia fino a un anno di carcere.
“Ma poi che significa contro natura?” Omar continua commentando la legge, introdotta durante il mandato francese, nel 1922. Nel paese inoltre, fino a pochi anni fa, gli agenti erano autorizzati ad effettuare un test di “controllo sessuale” su persone sospettate di essere gay. Condotti in caserma, veniva intimato loro di spogliarsi e poi di piegarsi in avanti o di accovacciarsi, per sottomersi al controllo anale da parte di un medico e determinare il loro orientamento sessuale. Questa pratica umiliante, è stata messa fuori legge, grazie anche all’intervento da parte di numerose associazioni che hanno rotto il silenzio, denunciando numerosi casi di uomini costretti a subirlo. Ma nell’austero ambiente delle caserme, il “test della vergogna”, così denominato dagli omosessuali, è tutt’altro che archiviato. “Non mi è stato fatto”, ancora Omar “ma più volte hanno minacciato di farlo”. E poi, non c’è solo il test anale, le tecniche di umiliazione sono le più svariate: si cerca di intimidire, si avvilisce, si esercita sull’interrogato una forte pressione

La marginalizzazione è ancora più penosa sul piano sociale. L’intolleranza di chi non accetta gli omosessuali, che serpeggia per le strade della capitale libanese, si trasforma spesso in totale avversione all’interno dei nuclei familiari. “Nelle case musulmane i figli vengono spinti verso il matrimonio sin da giovanissimi”, racconta Ahmed, un giovane ragazzo libanese nato da genitori sciiti. “Io mi ero appena diplomato quando ho cominciato ad avvertire la pressione da parte di mia madre e mio padre, e ho capito che non potevo aspettare ancora. Dovevo dirgli che sono gay”. Dal giorno del suo outing la vita di Ahmed è cambiata radicalmente. Nessuno dei suoi familiari lo ha più guardato con gli stessi occhi. “Mi hanno insultato e minacciato, anche fisicamente”, racconta con il fiato spezzato.

Nel 2012 Ahmed decide di lasciare la sua famiglia per trasferirsi da alcuni amici. Non è più tornato a casa.

Eppure Beirut si mostra al mondo come un’oasi di felicità in Medio Oriente per gli omosessuali. Nei week end, bar e locali, aprono le porte a gay di ogni appartenenza confessionale. Sotto luci soffuse, i giovani si sentono finalmente liberi di lasciarsi andare, ballano, conversano liberamente fra loro, si rilassano. Ma i militari che effettuano i controlli al check point situato a pochi passi dal Bardo, uno dei locali gay più noti della capitale, ricordano agli omosessuali che a loro è permesso di vivere solo una libertà a metà. Il paese si muove tra l’apparenza e l’illegalità.   

Il Medio Oriente dei diritti negati agli omosessuali

La situazione dei diritti relativi alla comunità LGBT nel Medio Oriente è alquanto varia. Siria, Turchia, Arabia Saudita, Iran e Egitto rispettano la fotografia che rappresenta la diversità dell’area. Una dimostrazione delle profonde differenze tra Paesi. Il codice penale de Il Cairo non contiene alcuna legge in materia, ma all’inizio del millennio sono state promulgate alcune disposizioni che impongono un divieto all’omosessualità e al travestitismo. Non sono pochi i casi recenti di rastrellamenti ad opera dei militari in locali considerati vicini alla comunità LGBT. La risposta del Governo egiziano alle critiche mosse dalle organizzazioni internazionali a difesa dei diritti è stata quella o di negare la discriminazione oppure di affermare che l’omosessualità è una perversione morale. In Arabia Saudita l’omosessualità è un tabù e le pene arrivano fino alla condanna a morte. Nel regno di Salman sono vigenti una serie di regole che differenziano le condanne a seconda dello stato coniugale o del sesso. Istanbul e Gezi park invece sono state teatro di numerose proteste della comunità LGBT turca. Nel Paese infatti l’omosessualità è legale, anche se ostracizzata a livello informale dalla politica e dalla società. L’attivismo turco è fervente, anche se l’atteggiamento degli ultimi anni del Governo Erdogan è mutato radicalmente. In Iran l’omosessualità è un reato punibile con la morte, anche se per anni non sono giunte notizie di esecuzioni. A Tehran si vive un dualismo tra l’apparenza e l’illegalità. Infine la Siria, almeno quella sotto il Governo Assad, condanna l’omosessualità con pene fino a tre anni di detenzione.

@LemmiDavide

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