Samir Makdisi, photo credit: 150.aub.edu.lb
Samir Makdisi, photo credit: 150.aub.edu.lb

L’intervista a Samir Makdisi, ex Ministro all’economia e professore emerito all’American University of Beirut, sullo stato di salute del paese.


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Gli ultimi mesi del 2016 in Libano sono stati caratterizzati da una svolta politica. L’Assemblea nazionale ha eletto un nuovo Presidente della Repubblica, Michel Aoun, e un nuovo esecutivo di unità nazionale, presieduto da Saad Hariri e sotto la benedizione di Hezbollah. In due mosse i timori dovuti all’instabilità istituzionale e alla crisi economica sono spariti. Ma per quanto la rinnovata fiducia ispiri i discorsi pubblici delle massime autorità del paese, permangono numerosi dubbi sulla tenuta del Libano. Abbiamo sentito Samir Makdisi, già Ministro all’economia nel 1993 e professore emerito dell’American University of Beirut, sul tema, cercando di capire quali sono le prospettive future del Libano e quali le sfide che il nuovo Governo Hariri si troverà ad affrontare nell’immediato.

Il Libano ha colmato un vuoto istituzionale durato più di due anni, eleggendo Michel Aoun a Presidente della Repubblica. Conseguentemente abbiamo assistito alla formazione di un nuovo esecutivo di unità nazionale. La crisi è passata?

L’elezione del nuovo Presidente della Repubblica aiuta certamente il Libano. Dona un conforto e una rinnovata fiducia nell’assetto del paese. Il processo politico è ripartito e anche questa è un’ottima notizia. I problemi del paese e le sfide future rimangono però le stesse. Contrastare la corruzione dilagante ed eliminare gli interessi personalistici e settari nell’economia sono i due step fondamentali per riprendere il percorso di crescita. Crescita che non si deve limitare alla sua natura etimologica. Attrarre investimenti e aggiungere punti percentuali di Pil è importante, ma il Governo deve concentrarsi anche su altre sfide. Ad esempio raggiungere un maggiore livello di eguaglianza sociale, anche attraverso un piano di interventi nel settore pubblico e privato.

Quali sono le sfide nel prossimo futuro?

Nella pratica il Libano è una democrazia, in realtà i rapporti economici e politici risentono fortemente della corruzione. Stiamo parlando di un male endemico: esisteva prima della fine della guerra civile ed è sopravvissuto fino ad oggi. Il Libano è un paese vivo e dinamico, ma non riesce a separare quelli che sono gli interessi pubblici da quelli privati. I problemi di rifornimento di acqua e corrente elettrica sono all’ordine del giorno. Ebbene questi settori devono essere catalogati sotto la bandiera dell’interesse nazionale. Il Libano deve riuscire a separare il bene comune, dagli interessi personali. L’elezione del nuovo Presidente è un segnale di svolta, ma quanto questa svolta è strutturale? E quanto invece si allineerà alle solite dinamiche?

Il debito pubblico del Libano è molto alto, può creare problemi?

E’ decisamente troppo alto e va affrontato. Fortunatamente però la natura del debito è interna, senza dubbio una buona notizia. La politica economica perpetuata dal Governo di Rafiq Hariri, padre dell’attuale Primo Ministro, a cavallo tra il 1992 e il 1993, è una delle cause principali della creazione di questo iceberg. All’epoca la spesa pubblica è stata molto alta, ma incapace di generare ricchezza futura.

Il Libano è caratterizzato da essenza di mobilità sociale e una profonda disuguaglianza, come il Governo Hariri può intervenire in questo senso?

Non penso che il problema sia la mobilità sociale. Le persone che 20, 30 o 40 anni fa erano indigenti adesso sono le scheletro della classe media. Anche il fenomeno della migrazione interna, dalle campagne alle città, prova la capacità del Libano di dare la possibilità di raggiungere una condizione di vita migliore. Tutt’altro discorso è la disuguaglianza sociale. La difficoltà degli esecutivi, passati e presenti, nel rispondere a input precisi in momenti decisivi è endemica. Abbiamo bisogno di un Governo capace di schierarsi e perpetuare una politica economica chiara. Faccio riferimento ad un Governo abile nell’imporre una tassazione più equa, nel controllare il debito pubblico dilagante, nello spendere intelligentemente per le infrastrutture necessarie alla cittadinanza. Insomma l’esecutivo dovrebbe percepire il profondo gap nel nostro sistema sociale. Dubito fortemente che questo Governo possa realizzare tutto ciò. 

Cosa ne pensi della crisi dei rifugiati siriani? Quali sono i rischi per il Libano nel lungo periodo?

Ci sono molti rischi. Abbiamo un milione/un milione e mezzo di rifugiati siriani all’interno dei confini nazionali. Questo è evidentemente un problema per l’economia, ma non solo, c’è anche l’ambito sociale da considerare. Bisogna però precisare che i rifugiati erano già in Libano, ancor prima dello scoppio del conflitto civile. Migliaia di cittadini siriani giungevano qua per lavorare. Il settore delle costruzioni era quello più interessato all’assunzione di manodopera straniera. Fortunatamente adesso che Aleppo è caduta, si può però concepire una nuova fase: un piano di rientro in Siria per i molti profughi del Libano. 

Non c’è il rischio che i siriani entrino in competizione con le classi più svantaggiate libanesi?

Non lo credo probabile. I rifugiati, nella maggior parte dei casi, sono andati a occupare posti di lavoro che già avevano in precedenza. Una possibile competizione potrebbe nascere nella richiesta di professionisti, ingegneri o periti, ma le leggi che regolano il lavoro in Libano sono abbastanza stringenti, garanzia più che sufficiente per svalutare anche questa ipotesi.

@LemmiDavide

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