Sono in sciopero della fame i detenuti politici del Rif, privati dei diritti civili in una regione in cui il governo centrale ha una duplice strategia: disinvestire e reprimere

La madre di uno dei detenuti del Rif in sciopero della fame. Marocco. Foto di Davide Lemmi
La madre di uno dei detenuti del Rif in sciopero della fame. Marocco. Foto di Davide Lemmi

RABAT - Immobile. Gli occhi guardano avanti, ma lo sguardo supera la platea ed esce dalla stanza. Le lacrime scivolano sul volto della donna scavando i lineamenti. Una piccola pausa, un silenzio di attesa si impossessa della sala. Karima è la madre di Nabil, uno dei 50 detenuti politici di Hirak, il movimento di protesta nato nel Rif, regione del Nord del Marocco. La conferenza stampa è stata indetta a Rabat dal comitato di sostegno alle famiglie dei detenuti del Rif. “Mio figlio ha perso 13 chili - la donna recupera un po’ di aria, mentre disegna a parole l’immagine di Nabil - Ha difficoltà a parlare e a muoversi, non riconosce più nemmeno i suoi bambini”.


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Da più di mese nel carcere di Casablanca, dove sono detenuti quelli che sono considerati i leader della protesta, è iniziato lo sciopero della fame. 35 prigionieri hanno smesso di alimentarsi. La loro situazione sanitaria è sempre più grave. “Anche mio fratello è in sciopero della fame - Hayat prende la parola - è sempre più debole. Il personale della prigione lo tratta male, come se fosse un nemico, non un detenuto”. I maltrattamenti e le violenze all’interno delle carceri marocchine sono una ferita aperta, le associazioni che seguono la vicenda hanno più volte denunciato le condizioni dei prigionieri. “Si parla sia di torture psicologiche che fisiche - Nabila è membro del comitato di supporto alle famiglie del Rif - i detenuti di Hirak, una volta trasferiti a Casablanca sono stati filmati nudi e i video sono stati diffusi su YouTube. Ci sono state minacce di stupro e di morte, mentre alcuni hanno confidato di essere stati picchiati selvaggiamente”.

Il 28 ottobre dello scorso anno un pescatore di Hoceima, Mohcine Fikri, perde la vita nel tentativo di recuperare un pesce spada da un compattatore per i rifiuti. L’ordine di attivare il congegno arriva da un ufficiale di polizia. E’ la scintilla. Il Rif si muove. Ad oggi, degli 11 indagati per omicidio colposo per la morte del pescatore non si hanno notizie, mentre la protesta continua. Continua seppur gambizzata dagli arresti e dalla feroce repressione in atto nella regione. Oltre ai 50 detenuti di Casablanca, tra cui spunta il nome di Nasser Zefzafi, “leader” del movimento Hirak, ci sono altri 300 prigionieri. Da Fez a Taourirt, passando per Taza e Guercif, i detenuti del Rif sono stati trasferiti su tutto il territorio del Paese e le famiglie del Rif costrette a duri viaggi per i 5 minuti di colloquio settimanale concessi dalle autorità. “Nei centri delle città principali le manifestazioni sono state costrette al silenzio - continua Nabila - ma la protesta, nonostante le pressione delle autorità, è ancora viva nelle periferie e nelle cittadine della regione, come ad esempio ad Imzourene e Talarouk”.

Hoceima si presenta silenziosa e inaccessibile. I quattro posti di blocco della polizia sulla strada controllano scrupolosamente i documenti di tutti i passeggeri degli autobus in arrivo nella città. L’isolamento dell’area è parte delle politiche attuate dal Re e dal Governo per sedare la protesta. “Le famiglie dei detenuti sono sottoposte ad una sorveglianza continua da parte delle autorità - ci spiega Khalid El Bekkari che fa parte dell’AMDH, l’associazione marocchina in difesa dei diritti umani e conosce bene la condizione dei parenti dei prigionieri - I telefoni sono sottoposti ad intercettazioni, non c’è più spazio per la libertà personale”. In aggiunta allo Stato di polizia, secondo gli attivisti per i diritti umani, il Rif è al centro di un’attenzione mediatica considerata estremamente di parte. “Stanno marginalizzando la regione - anche Aasmae è membro del comitato in supporto alle famiglie - da una parte le televisioni di Stato mentono dicendo che i riffiani chiedono l’indipendenza, dall’altra rendono particolare un caso che in realtà coinvolge tutto il Paese”. L’obiettivo è distogliere l’attenzione dalle reali ragioni della protesta.

Disoccupazione, corruzione, mancanza di investimenti: il Rif è un caso particolare, perfettamente incastonato nel contesto Marocco. “Ciò che sta avvenendo non è frutto del presente, il Rif esisteva già - Gmira Abdeldi è il Segretario Generale del C.G.T., sindacato marocchino con sede a Rabat - i fatti di questi mesi sono una conseguenza del movimento del 20 febbraio, chiamato generalmente primavera araba, e prima ancora della storia coloniale della regione”.

Identici slogan, identiche motivazioni, “sei anni fa nella strade si chiedeva sviluppo e giustizia sociale, in parole povere democrazia, la stessa che si chiede ora”, continua il sindacalista. Nel 2011 le proteste che avevano contagiato le maggiori città del Paese, sono state sedate con un escamotage politico e uno economico. Da una parte il Re ha aperto a una modifica costituzionale che poi si è rivelata di facciata, dall’altra ha promesso investimenti nel Nord mai attuati. “Rabat ha scelto di puntare sull’asse atlantico, e su Tangeri in particolare, a discapito di Al Hoceima e del Rif - Ghassan El Karmouni, giornalista d’inchiesta, per Economie Entreprises ci consegna le chiavi economiche di lettura dell’area - le industrie ittiche sono state state spostate ad Agadir, mentre l’accorpamento delle regioni ha tolto ad Al Hoceima più di mille stipendi di dipendenti pubblici per effetto della delocalizzazione”.

Nel Nord non si produce più nulla, tranne l’hashish, di cui il Marocco è primo esportatore al mondo. “C’è poi da dire che per effetto della speculazione edilizia, iniziata con la ricostruzione dal terremoto del 1994, Hoceima è diventata una delle città più care del Paese”, conclude Ghassam El Karmouni. In aggiunta al quadro, anche le rimesse degli immigrati in Europa hanno subito un calo dopo la crisi finanziaria del 2008, rendendo sempre più instabile una situazione già difficile.

Il Rif è il Marocco. Nelle periferie di Casablanca, Rabat, Tangeri e Fez le scene di disagio sociale fanno parte del panorama. La mancanza di acqua corrente e energia elettrica è un fenomeno diffuso. Ai lati delle strade di terra battuta si accumulano sacchetti dell’immondizia. “Ci sono due categorie - conclude Gmira Abdeladi, poco prima di lasciarci - Una minoranza che si accaparra la ricchezza della nazione. Un’economia di elité. E l’altra, la maggioranza, che si impoverisce sempre di più”. il pugno di ferro attuato da Rabat nei confronti del Rif nasconde forse la paura che il sistema non possa reggere e che la protesta possa contagiare, come in alcuni casi ha già fatto, altre zone del Paese. Aree dimenticate, ai margini della vita economica marocchina.

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