Nel giro di una settimana sono stati arrestati due importanti politici messicani, Tomás Yarrington e Javier Duarte: entrambi ex-governatori, entrambi membri del Partito Rivoluzionario Istituzionale, entrambi accusati di corruzione e di legami con la criminalità organizzata, entrambi latitanti fuggiti all’estero.


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Tomás Yarrington è stato arrestato domenica 9 aprile in Italia, a Firenze, mentre cenava in un ristorante. Ex-governatore dello stato di Tamaulipas, nel Messico nord-orientale, dal 1999 al 2005, Yarrington era latitante dal 2012, anno nel quale è stato accusato dalla DEA statunitense di riciclaggio di denaro e di collusione con il Cartello del Golfo e con gli Zetas, due grosse organizzazioni criminali con base proprio nel Tamaulipas. Ricercato sia in patria che negli Stati Uniti d’America, Yarrington attende ora l’estradizione nel carcere di Sollicciano. La Procura generale messicana (PGR) dice che sarà l’Italia a decidere dove estradarlo, ma potrebbe non essere proprio così. Gli Stati Uniti godrebbero infatti di un “diritto di precedenza” sul Messico non tanto perché – come confermato dalla Polizia di Stato italiana – sono stati loro ad emettere l’ordine di cattura internazionale e a partecipare poi alle indagini, ma perché la Convenzione interamericana sull’estradizione stabilisce che, in casi come questo, la preferenza venga data allo stato con la legislazione punitiva più dura o che ha contestato reati più gravi: in Messico Yarrington verrebbe condannato a vent’anni, negli Stati Uniti a due ergastoli.

Nella nota redatta dalla questura di Cosenza, che lo ha tratto in arresto, si legge anche che Tomás Yarrington risiedeva, almeno «da qualche mese», a Paola, in Calabria, città contesa tra varie ’ndrine. Tra ’ndrangheta e Los Zetas – l’organizzazione criminale che Yarrington ha favorito nei suoi anni da governatore del Tamaulipas – esiste una significativa (e ben documentata) alleanza che risale almeno al 2008 e che si fonda sul traffico di cocaina, venduta dai messicani ai calabresi e da questi ultimi distribuita in Italia e in Europa.

Javier Duarte è stato invece arrestato sabato 15 aprile in Guatemala, dopo un periodo di latitanza iniziato lo scorso ottobre con una fuga in elicottero e durato più a lungo di quello di El Chapo. Dal 2010 al 12 ottobre 2016 (il suo mandato si sarebbe dovuto concludere il 30 novembre) Duarte è stato governatore del Veracruz, stato del Messico orientale noto per i ricchissimi giacimenti di petrolio e di gas da argille. La giustizia messicana lo accusa di essersi appropriato di denaro pubblico attraverso una fitta rete di imprese fantasma (almeno 223 milioni di pesos secondo la PGR, più di 60 miliardi secondo un altro organismo) e di essersi arricchito rubando anche i fondi destinati alla sanità: si è scoperto addirittura che ai malati di tumore veniva somministrata acqua distillata al posto dei farmaci della chemioterapia. Mentre il debito pubblico veracruzano lievitava del 63% dal 2010 al 2016 e cresceva il numero dei poveri (lo è il 58% degli abitanti), Javier Duarte acquistava beni e immobili di lusso in Messico e negli Stati Uniti.

Duarte è anche sospettato di legami con il crimine organizzato – con gli Zetas prima e con il Cartello Nuova Generazione di Jalisco poi – e di aver fatto del Veracruz lo stato più pericoloso, in Messico, per i giornalisti: durante il suo sessennio ne sono stati assassinati diciassette e altri tre risultano dispersi. Nel complesso, il numero di omicidi in Veracruz è in sensibile aumento, e il costante ritrovamento di tombe clandestine (dall’agosto 2016 allo scorso marzo sono stati rinvenuti più di 250 resti umani, nel febbraio 2016 quasi tremila in un solo ranch) sta costando allo stato il titolo di “fossa comune più grande del mondo”.

Quale conseguenza avrà, in Messico, la cattura di questi narco gobernadores? Difficile rispondere con certezza. Il Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), unico partito ad aver guidato il Messico fino al 2000 e attualmente al potere, cercherà senz’altro di sfruttare i due arresti per ripulire la propria immagine dopo i numerosi scandali che hanno coinvolto anche lo stesso presidente Enrique Peña Nieto (che gode di un bassissimo tasso di approvazione) e per rilanciarsi in vista delle elezioni generali del 2018, alle quali già si prevede la vittoria della sinistra di López Obrador. Ma non sarà facile convincere i cittadini messicani. Se si allarga lo sguardo e si analizza il contesto generale, intanto, il “caso Yarrington” e il “caso Duarte” si rivelano tutt’altro che episodi isolati: altri tre ex-governatori priisti – Eugenio Hernández, Jorge Torres e César Duarte – accusati di peculato o di riciclaggio di denaro risultano ancora irreperibili. Nel gennaio 2016 l’ex-presidente del partito Humberto Moreira è stato arrestato (poi rilasciato) in Spagna perché sospettato di legami con gli Zetas. E secondo l’Istituto messicano per la competitività dal 2000 al 2013 almeno quarantuno governatori sono stati accusati di corruzione, ma solo sedici sono stati indagati e appena quattro arrestati. La lotta alla disonestà in politica, insomma, se si mette da parte la propaganda e si guarda ai fatti, non costituisce esattamente una priorità per il PRI. 

Le elezioni statali del 5 giugno 2016 per il rinnovo dei governatori hanno già rappresentato una sconfitta davvero «storica» per il Partito Rivoluzionario Istituzionale, che ha perso consensi in tutta la nazione e anche il controllo di alcune roccaforti. Considerato tutto questo, è improbabile che nel 2018 i messicani decidano di rinnovargli la loro fiducia. Anche perché il «nuovo PRI», quello estraneo alle logiche e alle pratiche clientelari della vecchia guardia dei dinosaurios, sarebbe dovuto essere – parole di Peña Nieto – proprio quello di Javier Duarte.

@marcodellaguzzo

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