Attivisti e giornalisti protestano contro lo scandalo #GobiernoEspía. REUTERS/Carlos Jasso
Attivisti e giornalisti protestano contro lo scandalo #GobiernoEspía. REUTERS/Carlos Jasso

Lo scorso 19 giugno il New York Times, Citizen Lab e alcune ONG avevano accusato il governo di Enrique Peña Nieto di aver spiato diversi giornalisti e attivisti con l’ausilio di un software di sorveglianza. Da quel giorno lo scandalo #GobiernoEspía (così è stato soprannominato) sembra allargarsi sempre di più: a fine giugno sempre Citizen Lab aveva rivelato che nella lista dei bersagli figuravano anche tre politici del principale partito d’opposizione, mentre lunedì gli stessi ricercatori hanno confermato che tra le persone prese di mira dal cyber-spionaggio c’erano addirittura i membri del GIEI, il team internazionale di esperti che fino allo scorso anno ha indagato in maniera indipendente sulla sparizione dei quarantatré studenti di Ayotzinapa.


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Il nome dello spyware che è stato utilizzato è Pegasus ed è prodotto da NSO Group, un’azienda israeliana che afferma di venderlo esclusivamente ai governi e solo a condizione che venga utilizzato per la lotta al terrorismo e alla criminalità. Pegasus si installa nel telefono della vittima non appena questa clicca su un link malevolo che le viene inviato tramite sms o email, e consente poi di ascoltare le chiamate, di leggere i messaggi e la posta elettronica e di controllare microfono e fotocamera. Almeno tre enti federali messicani, tutti dipendenti dall’esecutivo (la Procura generale, il Ministero della difesa e il Centro investigativo), hanno in passato acquistato tecnologie di sorveglianza da NSO per circa 80 milioni di dollari: la Procura non ha negato di possedere Pegasus o altri spyware, cosa del resto perfettamente legale, ma ha dichiarato di averli utilizzati solo per scopi leciti.

Non ci sono prove che dimostrino inequivocabilmente la responsabilità diretta del governo di Peña Nieto in questa vasta operazione di spionaggio illecito. Eppure tutte le persone coinvolte loro malgrado nel caso #GobiernoEspía sono giornalisti particolarmente critici verso il presidente oppure membri dell’opposizione, o ancora sono attivisti ed avvocati che assistono le vittime di episodi di violenza che hanno danneggiato l’immagine pubblica di Peña Nieto, proprio come il “caso Ayotzinapa”.

Il 26 settembre 2014 quarantatré studenti della scuola rurale di Ayotzinapa sono stati rapiti nella città di Iguala da – secondo la ricostruzione ufficiale della vicenda, elaborata dalla Procura messicana – una gang criminale della zona, che li avrebbe poi uccisi ed inceneriti in una discarica. Ma questa versione è stata respinta e completamente smentita da due diversi team indipendenti; uno di questi era proprio il GIEI, nominato dalla Commissione interamericana dei diritti umani, che ha piuttosto sottolineato le responsabilità delle forze armate e di polizia nella scomparsa dei giovani, l’ampio ricorso alla tortura per estorcere delle confessioni, le numerose incongruenze scientifiche e logiche contenute nelle perizie della Procura e l’assenza di qualsiasi volontà di collaborazione da parte delle autorità messicane. Nonostante le richieste provenienti dai familiari degli studenti, Peña Nieto ha deciso di sollevare il GIEI dal suo incarico alla fine di aprile 2016.

Sempre restando sul “caso Ayotzinapa”, oltre al GIEI sarebbero stati spiati almeno tre avvocati dei genitori dei quarantatré dispersi e anche uno dei sopravvissuti all’aggressione di tre anni fa, Omar García, ma non è ancora chiaro se tutti questi casi possano essere ricondotti a #GobiernoEspía.

Il tentato spionaggio nei confronti di un ente internazionale qual era il GIEI, a cui era stata peraltro garantita una sorta di immunità diplomatica, proietta lo scandalo #GobiernoEspía oltre i confini messicani e lo rende ben più grave di quanto non fosse già. Sia Citizen Lab che il New York Times avevano insistito su quanto fosse improbabile che un giudice federale avesse autorizzato la vigilanza di cittadini messicani, figuriamoci quella di agenti internazionali protetti da trattamenti speciali. «Se questo può accadere ad un ente indipendente che possiede l’immunità e che è stato invitato dal governo, fa un po’ paura pensare a quello che potrebbe succedere ad un comune cittadino in Messico», ha dichiarato uno dei membri del GIEI al quotidiano statunitense.

Non sarà facile dimostrare la diretta responsabilità, qualora ci sia, del governo messicano, che ha infatti respinto le accuse ricordando proprio l’assenza di prove concrete. Anche il presidente Peña Nieto ha deciso di intervenire personalmente sulla questione un paio di settimane fa, rilasciando una serie di dichiarazioni quantomeno goffe e inappropriate – ha detto che la società messicana, lui compreso, tende a sentirsi spiata, e che «nessuna delle persone che si sente danneggiata può dimostrare che la sua vita è stata condizionata da questo presunto spionaggio» –, arrivando perfino ad auspicare l’intervento della giustizia contro coloro che hanno formulato queste accuse, per poi ritrattare tutto.

La Procura messicana ha avviato un’indagine per determinare l’eventuale colpevolezza del governo, ritrovandosi perciò sostanzialmente ad investigare su sé stessa. Per venire incontro alla diffidenza della società civile, la Procura ha fatto sapere di aver richiesto il supporto dell’FBI, dell’ONU e di altri esperti internazionali. Ad oggi, comunque, l’ambasciatrice americana a Città del Messico nega che gli Stati Uniti siano stati coinvolti nelle indagini.

@marcodellaguzzo

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